Nebbia a Lodi
Il febbraio del 1997 era stato più freddo del solito a Parigi. Freddo asciutto con giornate di sole e di vento, e calo improvviso della temperatura la sera. Ero andato in Francia con la delegazione parlamentare italiana per le politiche spaziali, a visitare impianti di produzione e cercare di risolvere alcuni problemi sorti con i francesi su un programma bi-nazionale.
La sera del ritorno in Italia dovetti aspettare a lungo un taxi sugli Champs Elysés spazzati da un vento gelido.
Riuscii ad arrivare in tempo all’aeroporto Charles De Gaulle, ma durante il volo ebbi una curiosa sensazione al lato sinistro della faccia. Allo specchio della toilette osservai con preoccupazione uno strano fenomeno: la mia faccia – sopracciglio, palpebra, metà della bocca, orecchio, mento - si stava come irrigidendo nella parte sinistra.
Tempo di atterrare a Linate e avevo mezza faccia immobile, mentre l’altra metà era come prima. Arrivato a casa mi osservai di nuovo, attentamente allo specchio: l’effetto era grottesco, e mi sarei messo a ridere se il riso non avesse peggiorato l’assetto facciale. Riflettei su Pirandello e quella sua mania di guardare la gente che si guarda allo specchio.
Giorni dopo, all’ospedale di Sant’Angelo Lodigiano mi dissero che la mia paresi era temporanea e che era stata probabilmente causata da un colpo di freddo. Intanto però avevo impegni che non volevo rinviare. Fra questi, un appuntamento con l’amministratore delegato della Banca popolare di Lodi, il padre-padrone della banca Angelo Mazza, il quale mi aveva fatto sapere di voler conoscere di persona il deputato eletto nel collegio di Lodi.
L’appuntamento era fissato per il tardo pomeriggio di un giorno lavorativo, nella sede della banca al centro della città. Superato il cavernoso salone degli sportelli aperti al pubblico, un dipendente mi accompagnò nell’ufficio di Mazza.
Vedendomi in quelle condizioni, con la faccia divisa a metà, Mazza si fece raccontare cosa era successo e si mostrò bonariamente divertito, simpatizzando a modo suo con me per la mia (“temporanea, vero?”) disavventura. Durante il colloquio, continuava a dare manate sulla scrivania scuotendo la grossa testa come a dire “Ma guarda un po’ cosa le doveva capitare…” Pensai che la mia double face doveva fare un effetto sinistro alla luce della lampada da tavolo, vecchia forse come la stessa banca (“La prima Banca popolare sorta in Italia” recitava la pubblicità della BPL,con lo stile di altri marchi d’epoca come il Cacao Talmone – quello dei due vecchietti disegnati sulle scatole di latta del cacao - o dei dadi per brodo Liebig, quelli delle celebri figurine di mia nonna) che ci separava sulla scrivania e lasciava nella semioscurità il resto della grande stanza. Ma lui continuava a sorridere intercalando benevolo: “Ma guarda un po’ tu…” come se si stupisse che la mia faccia non tornasse prontamente a posto, magari dopo uno starnuto o un colpo di tosse.
Fra un intercalare e l’altro, dopo avermi offerto il caffè, Angelo Mazza mi raccontò i suoi progetti per la banca. Un grande disegno di espansione e di acquisizioni (“Quali?” “Vedrà, vedrà…”) era quello che si era messo in testa negli ultimi anni. Soprattutto – mi disse – negli ultimi mesi perché la situazione era favorevole. E mi spiegò il perché, mentre fuori il buio si infittiva e il silenzio nel grande e grigio edificio ormai deserto sembrava avviluppare tutta Lodi, dall’austero Arcivescovado poco distante alle chiese romaniche lombarde con i loro mattoni rosso scuro e gli archetti pensili ad incorniciare le sobrie facciate, fino al pavé della piazza della vittoria, anch’essa deserta a quell’ora e già invasa da una nebbia fredda sospesa a mezz’aria che impediva di vedere i portici del lato sud della piazza guardando dai portici del lato nord, quello del Caffè Nazionale e dell’agenzia della BPL che si affollava da più di un secolo ogni sabato mattina per il mercato degli agricoltori.
La nebbia sembrava anche attutire i rintocchi dell’orologio sul campanile della cattedrale, che i primi tempi mi aveva tenuto sveglio nella vicina via Marsala dove abitavo. E di rintocchi se ne fecero sentire parecchi, prima che uscissi dal portone della banca che mi fu aperto dall’ultimo guardiano rimasto e si richiuse mentre penetravo a mia volta nella nebbia e prendevo la strada di casa.
Avevo ascoltato tutto quel tempo in silenzio perché mi interessava capire cosa Mazza aveva in mente, ma anche perché nella mia momentanea invalidità era meglio non tentare di assumere una qualsiasi espressione: meglio mantenere quella immobile del lato sinistro della faccia, piuttosto che esprimerla solo con l’altra metà.
Ero colpito dall’ampiezza e dall’ambizione che si intuiva dietro il grande disegno bancario di Mazza, anche se pareva incongruo, questo disegno, visto da una piazza modesta come quella lodigiana: una “popolare” di provincia che doveva per Mazza diventare una delle banche popolari leader in Italia!.
Mi chiesi come mai Mazza, che era un tipo piuttosto schivo, avesse deciso di raccontare proprio a me le sue idee, pur conoscendomi da poco e solo per avermi incontrato in un paio di circostanze ufficiali. Non certo perché ero il deputato di Lodi, ché anzi i parlamentari del posto, per non dire degli amministratori locali, erano avvezzi a presentarsi al numero uno della banca col cappello in mano. Credo invece che Mazza si fosse confidato con me perché non ero lodigiano e venivo da Milano. Non facevo parte perciò del sistema di potere locale, altrettanto opaco – dietro l’apparente semplicità – della piazza principale della città avvolta in quella nebbia invernale.
Di lì a qualche mese il patron della Banca popolare di Lodi moriva per un attacco di cuore. Dopo una breve e accanita lotta per la successione, il disegno di Mazza lo realizzerà il suo erede Gianpiero Fiorani.
In otto travolgenti anni vissuti pericolosamente, la banca raggiungerà il massimo dell’espansione, il minimo dei coefficienti patrimoniali, il culmine della fama e l’abisso dell’infamia, mentre Fiorani passerà dai segreti conversari estivi del 2005 con l’ex-governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio alla notte di Natale fra quattro mura del vecchio carcere milanese di San Vittore, dopo aver subito un calo di peso corporeo di tredici chili ed essere entrato nel tritacarne della Procura di Milano…
Quanto a me, alle elezioni politiche del 2001 Silvio Berlusconi non mi presentò più candidato a Lodi. Né io avrei accettato collegi alternativi, dopo che 2434 elettori e elettrici lodigiani si erano scomodati a mandare a Berlusconi altrettante e-mail in cui si chiedeva la mia ricandidatura.
“Dia retta a me, onorevole: se lei fosse andato d’accordo con Fiorani – mi disse tempo dopo, al tavolino di un caffè lodigiano, un autorevole membro del Comitato esecutivo della banca che conosceva bene sia me che lui – lei sarebbe ancora in parlamento…”
Puo’ darsi, ma a che prezzo? La Procura di Milano oggi aiuta tutti a capire quale poteva essere, questo prezzo. Ma io l’avevo già capito cinque anni prima, al tempo dell’incredibile vicenda della Popolare di Crema.
Capodanno, capodanni
Capodanno 2006. Il tempo è buono sul Ceresio. Esco a fare una passeggiata per il sentiero dei contrabbandieri che porta dalle pendici del Brè, la montagna che domina Lugano a nord, fino all’alpe di Porlezza sulla riva estrema del lago. Dopo gli spalloni e tutti quelli che andavano di frodo, i van de sfross com’aschi, si sono arrampicati in senso inverso lungo il “viottolo dei frassini”, durante la guerra civile italiana, ebrei e partigiani fuggiaschi. Oggi è in treno e in auto che si spallonano i soldi dall’Italia, come nella vicenda di Bipielle Bank Suisse, la banca svizzera della BPI, oppure il caviale pigiato nei vasetti con sopra scritto marmellata di more…
Cammino al ritmo di una vecchia canzone di contrabbandieri, “Figli di nessuno”, mugolando i versi che ricordo: “…ma ci basta uno / che ci sappia comandare e governar / figli di nessuno / anche a digiuno saprem marciar”.
Il mio intento oggi è meno avventuroso: sto studiando un nuovo percorso per il jogging mattutino, e intendo calcolare cinque chilometri con un dislivello ragionevole, oltre a controllare se fra i cani che passeggiano a questa altezza e a quest’ora ce ne sono che abbiano l’aria di avventarsi volentieri ai polpacci di un jogger. Ai cani ho sempre preferito i gatti, almeno da quando, bambino, fui inseguito da un immenso pastore tedesco in una strada della mia città, riuscendo a raggiungere i miei quando ormai sentivo il cagnone alle calcagna. E il padrone del cane a dire: “Il mio Fido non ha mai fatto male a nessuno: il vostro bambino deve averlo provocato…” Io? Lui! Avevo un groppo in gola e mi mancava il fiato per reagire al babbo e alla mamma che quasi stavano per rimproverarmi. Una delle poche volte nella mia vita in cui ho voluto uccidere qualcuno. Il padrone, non il cane che mi guardava tranquillo e sornione, accucciato accanto a quel mostro…
Quassù però non c’è un’anima né un animale. Solo qualche impronta di zampe nella neve ormai ghiacciata. Favorito dal silenzio, come ogni capodanno penso alla sera prima e ad altre vigilie. Su ieri sera c’è poco da ricordare: lo smoking, il “Romeo y Julieta” (in Svizzera si può ancora fumare nei locali pubblici) l’atmosfera anni ’30 dello “Splendide”, l’albergo che conobbi molti anni fa quando ci incontrai la prima volta il finanziere-mecenate Orazio Bagnasco, brevi conversazioni in diverse lingue e signore eleganti, alcune anche belle ancorché non giovanissime. Poi a passeggio in piazza della Riforma, piena di pezzi di vetro delle bottiglie rotte, e di ragazzi che si agitano al ritmo di “YMCA” e che a tutti i costi devono trangugiare litri di birra.
Tutt’altra cosa dal San Silvestro del ’99.
Il 31 dicembre 1999 fu memorabile per i festeggiamenti (con un anno di anticipo) dell’inizio del terzo millennio, gli straordinari assembramenti e i ciclopici ingorghi, come quelli di cui fummo testimoni a Roma. Ero in giro con Elena sul Pincio, dove saggiamente eravamo arrivati a piedi, verso la mezzanotte. Mi ero portato dietro spumante e bicchieri, lo spumante in una mano, i due bicchieri di vetro nell’altra. Infatti il brindisi di mezzanotte lo facemmo all’aperto, nell’unica radura sulla sommità dove ci si poté fermare per un minuto senza essere travolti da una folla di ragazzi e ragazze. In un’altra parte della città mio figlio Luigi, venuto da Washington per le feste con la sua fidanzata, brindava al nuovo anno in macchina, bloccato in un ingorgo…
Perfino a Lodi, antica città lombarda poco nota per la sua vivacità, nonché mio collegio elettorale, si erano manifestati segni di nervosismo in quei giorni, ma per ragioni piuttosto locali che millenaristiche. La designazione del candidato sindaco per il centro-destra alle elezioni della successiva primavera faceva fibrillare noi dell’opposizione, ma anche il campo avverso che sperava, con ragione, in un nostro errore e cospirava con Gianpiero Fiorani, il numero uno della Banca Popolare di Lodi, per aiutarci a farlo, quell’errore. Il candidato prescelto – un primario ospedaliero che secondo me poteva vincere – aveva dovuto ritirarsi per un’incompatibilità, o ineleggibilità non ricordo bene. Mi parve che il responsabile provinciale di Forza Italia, un mediocre veterinario di Casalpusterlengo, Marco Votta, non sapesse che pesci prendere: i giorni passavano e il candidato non veniva fuori.
Come deputato non ero tenuto a intervenire, ma se perdevamo le elezioni sarei stato indubbiamente coinvolto nella sconfitta.
Dopo qualche giorno di attesa, a fine dicembre, avevo deciso di farmi vivo per primo con un’intervista al “Cittadino”, il quotidiano locale di proprietà della Curia vescovile, e con un intervento sul “Corriere dell’Adda”, settimanale a noi vicino diretto da Antonella Granata. Non avevo un mio candidato – o meglio ce l’avevo ma sapevo che non avrebbe accettato. Dissi al “Cittadino”, e scrissi sul “Corriere”, semplicemente che bisognava trovarlo, questo candidato, e alla svelta.
Il solo fatto che l’ingombrante deputato di Lodi si muovesse suscitò reazioni ostili da parte del gruppetto attorno a Votta, il quale sembrava non rendersi conto che, da consigliere regionale, anche lui sarebbe stato seriamente danneggiato da una sconfitta al municipio di Lodi. Ma Votta aspettava il segnale dei suoi sponsor, che non erano quelli di Forza Italia, ma quelli della Banca Popolare di Lodi, la potente e onnipresente banca locale cui era legato da interessi di vario genere. (Una sera che chiacchieravamo davanti alla sede del partito nella piazza principale della città, mesi addietro, me ne aveva anche accennato vagamente, per vedere se ero interessato. Si trattava di certe iniziative agricole nel Centro-America, sulle quali avevo preferito non approfondire, arrivando fino a manifestare ignoranza sull’esatta collocazione geografica del Costarica).
Fiorani probabilmente non avrebbe preso l’iniziativa nella gara per il sindaco della città: gli bastava controllare che i vassalli e quelli a libro-paga della banca, a destra e a sinistra, non facessero colpi di testa. In quella consultazione, la Banca giocava chiaramente per la sinistra, che già controllava la Provincia con l’attuale sindaco Lorenzo Guerini. Una volta che fui giunto a questa convinzione - e non avendo niente da sparire con la Popolare, anzi - decisi di prendere io l’iniziativa, come deputato di Lodi, senza riuscire neanche a immaginare la serie di reazioni a catena che avrei messo in moto, eventi di cui ancora oggi si parla a Lodi.
E da diverse settimane anche fuori Lodi.