“O via lui, o via io!”
Oggi sembra che nessuno a Lodi conoscesse il livello di illegalità raggiunto dalla Popolare di Lodi, oggi Popolare Italiana. Omertà diffusa?
In un mio editoriale sul “Cittadino” qualche settimana fa ho scritto che se “Transparency International”, oltre a misurare il livello di corruzione di ogni paese per stilare le sue classifiche – dove l’Italia è in posizione assai imbarazzante – misurasse anche quello delle singole città, oggi Lodi sarebbe sul podio delle città più corrotte d’Italia.
Letto il mio articolo le autorità locali, tutte di sinistra, hanno digrignato i denti e protestato vibratamente in privato, ma nessuno ha messo per iscritto la sua contrarietà alle mie affermazioni. Come mai? Primo: perché con uno che ha avuto ragione in passato come l’ex deputato di Lodi - e che è stato pronto a pagare pur di dimostrarlo - è meglio non incrociare il ferro. Secondo: perché costui potrebbe aver ragione anche stavolta. Anzamà’, come dicono in Emilia: non si sa mai. Infatti…
L’omertà lodigiana è diversa da quella delle regioni più malavitose del Sud. E’ un’omertà perbene. Tutti onesti e timorati di Dio a Lodi, si capisce. Si capisce anche però che se uno ha un figlio che lavora per la Banca, uno zio, magari una nuora, come si fa a parlarne male, non è vero? E siccome Fiorani ha fatto una costante campagna di assunzioni mirate, mezza Lodi oggi è imparentata con la Banca. Qualcuno è curioso di sapere, nell’imminenza dell’assemblea che rinnoverà il Consiglio, se spirerà davvero su Lodi il vento del cambiamento o se tutto invece cambierà solo in apparenza perché tutto resti come prima? Controlli allora se i candidati al Consiglio hanno parenti che lavorano alla Banca o per la Banca, come li avevano l’ex presidente del Tribunale Apicella e l’ex procuratore La Mattina – quello che ha archiviato il procedimento contro la Banca per lo scandalo dell’acquisizione della Popolare di Crema dopo aver fatto dormire per cinque anni la pratica in fondo a un cassetto.
Un tempo non era così. Un tempo gli uomini della Banca li riconoscevi per la supponenza che sconfinava nell’arroganza: il presidente Giovanni Benevento col borsalino e la sciarpa bianca, il grosso naso al vento e lo sguardo vagante dall’alto in basso; il vicepresidente Desiderio Zoncada, la cui incapacità è pari all’ingordigia e la cui cialtroneria è stata esibita anche a Milano all’epoca delle presidenza Colli; il commercialista di fiducia di Fiorani, Aldino Quartieri
Quartieri merita un discorso a parte perché non è affatto il tipo arrogante e risulta, almeno a me, anche simpatico. Specialmente ora che il castello di carte del banchiere di Cotogno gli è caduto addosso. Tanto più sorprendente, allora, che proprio il tranquillo Aldino un giorno sia arrivato a dire, riferendosi a me per l’appunto, un melodrammatico “O via lui, o via io!” non proprio in stile col personaggio. Segno che aveva una buona ragione per dirlo. E a Lodi l’unica ragione sicuramente buona per tutti è sempre stata la ragione della Banca, con la quale il commercialista Quartieri lavorava, anche se non si immaginava allora con quale intensità e quanto impegno.
Cos’era dunque a spingere Aldino ad esprimersi in modo così tranciante contro il deputato di Lodi? Era il fatto che questi si permetteva di continuare a scrivere sull’unico foglio di Lodi non legato a gruppi di potere, il settimanale “Corriere dell’Adda” diretto da Antonella Granata, di cui Quartieri era l’amministratore – forse per hobby, forse per tenerlo d’occhio, forse per tutt’e due. E che ciò che io andavo scrivendo non stesse bene alla Banca e al suo capo indiscusso Gianpiero Fiorani, su questo non c’era alcun dubbio. Basta rileggere oggi quelle righe.
Ma Antonella non accettò il ricatto e continuò a pubblicare la mia colonna.
Di lì a sei mesi il “Corriere dell’Adda” era costretto a chiudere, Antonella lasciava il giornalismo, e al mio posto il centrodestra candidava a Lodi il fiscalista del fratello di Berlusconi (generosamente aiutato dalla Banca, quest’ultimo, nella vicenda della discarica di Cerro) e un vecchio compagno di merende di Silvio, del quale il presidente del Consiglio ebbe a dire una volta con affetto: “Ho fatto meglio di Caligola! Lui portò in Senato il suo cavallo. Io il mio asino…”