Concerto in piazza
Ieri l'ambasciatore Sergio Romano ha tenuto una conferenza sul 2005 - annus horribilis per l'Europa - alla Sala Cattaneo del consolato d'Italia. Ha organizzato questa conferenza l'associazione Carlo Cattaneo, "snodo fra le culture svizzera e italiana", come si legge nell'elegante dépliant dell'associazione. Conosco Romano da oltre un quarto di secolo e mi sono sempre trovato d'accordo con quanto scrive e dice. La conferenza di ieri non ha fatto eccezione. Ho rivisto in quell'occasione il console generale Pietromarchi e ho conosciuto l'ambasciatore italiano a Berna, Francese, oltre a salutare Romano, il quale non sapeva che mi ero trasferito in Svizzera.
Ma stamattina, una domenica, l'atmosfera in piazza della Riforma è più festiva che culturale. Seduto al mio tavolino al Caffè Federale ascolto il programma musicale della Civica Filarmonica, fondata nel 1830 e diretta dal maestro Franco Cesarini. Il palco è installato sul lato meridionale della piazza, all'ombra del Municipio, i turisti che affollano il resto di questo salotto di Lugano siedono o passeggiano sotto il sole e un cielo limpido ripulito dal prolungato acquazzone di ieri sera che mi ha bagnato oltre misura...
Dopo Meyerbeer e Rossini, la Filarmonica attacca il "Nabucco". Le note di "Va' pensiero" smorzano le voci e attirano sui musicisti anche gli sguardi dei distratti. Si capisce perché i patrioti milanesi alla vigilia delle "cinque giornate" scrivessero "Viva Verdi!" sui muri della loro città, anche se Cattaneo si sarebbe rifiutato di sottoscrivere l'acronimo accreditato anni dopo: il re era ancora l'odiato Carlo Alberto e Casa Savoia era considerata dal grande federalista ancor meno affidabile degli Asburgo.
La piazza si riempie delle struggenti note verdiane, che raggiungono il lungolago dove in una lapide sul muro del museo sono incisi i nomi dei ticinesi caduti nelle guerre di indipendenza italiane. Eppure i luganesi la loro libertà ("Liberi e Svizzeri!" proclamarono nei giorni della sollevazione) se l'erano già conquistata nel 1798, e Napoleone gliela aveva certificata con l'"atto di mediazione" cinque anni dopo. Perché dunque andare a morire per l'Italia?
Per la stessa ragione che distingue questa parte della Svizzera come "Svizzera Italiana" - non "italica", come sarebbe corretto - a differenza dalla "Svizzera Romanda" - non "francese" - o da quella "Alemannica" - non "tedesca" anche se questa è diventata la definizione più corrente in italiano. La Svizzera ha scelto di condividere la cultura di Dante e di Machiavelli, piuttosto che quella di Fichte e di Chateaubriand. Ha contribuito all'Italia del Risorgimento e della Resistenza più che alla Germania di Bismarck e alla Francia di Napoleone.
In questi giorni in cui l'Italia d'oltreconfine si agita per un nuovo scandalo (quello del calcio truccato) mentre il presidente "in pectore" Romano Prodi non riesce a mettere d'accordo i partiti e i potentati della sua striminzita coalizione per formare un governo che governi, l'idea di un'Italia senza lo stato italiano, il desiderio inespresso di mettere fine - come voleva Gianfranco Miglio - a un esperimento statuale unitario che non riesce a riunire tutti gli italiani, aleggia fra i numerosi italiani presenti in piazza della Riforma come un fantasma in pieno giorno. Un grande imprenditore svizzero, Ernesto Bertarelli proprietario della Serono, che con "Alinghi" è stato il primo europeo a vincere l'"America's Cup", ha detto a Gaia Piccardi del "Corriere della sera": "L'Italia è un paese fermo e rimarrà fermo sia con Silvio Berlusconi, sia con Romano Prodi".
Il 2011 sarà l'anno sesquicentenario dello stato italiano: E' possibile, è opportuno che l'Italia come è oggi vada oltre quella data?
Frattanto, alle note del "Nabucco" sono subentrate quelle del musical "Miss Saigon".
Blog is an English word
E' vero: Weblogger - o blogger - è una parola inglese ed è meglio lasciarla così. Anzi, per ben due anni prima di cominciare nel 2006 umbertosblog.splinder.com ho scritto anch'io un blog in inglese concepito, a differenza di questo, come un diario. Quindi del tutto inutile. Qualcuno però, oltreoceano, l'ha trovato interessante e mi ha chiesto di continuarlo. Ma io non ho né tempo né voglia di scrivere due blog, ora che - incitato dagli avvenimenti italiani degli ultimi mesi - ne scrivo regolarmente uno in italiano. Posso però provare ad alternare post in italiano e post in inglese, e chi li legge li legge.
Ma, si chiederà qualcuno, perché diavolo hai fatto per due anni un blog in inglese?
La risposta più semplice e veritiera è che non tutte le cose che facciamo hanno uno scopo o un senso e un blog è, credo, fra le più insensate. Tuttavia appartengo a una scuola di pensiero che viceversa non apprezza chi agisce solo se ha uno scopo. La negazione di uno scopo non è pertanto, per me, affatto insensata.
Ma come mai in inglese? Qui le cose si complicano.
Intanto, costringendomi a scrivere in inglese ho usato uno stile succinto e standardizzato, con entry quasi quotidiane molto più brevi dei miei attuali post in italiano. In secondo luogo, quando non si scrive nella propria lingua si hanno meno remore, e non si cerca di abbellire la frase: Si va all'essenziale. Diventa anche più remota l'idea che qualcuno possa leggerci, il che, pensavo nella prima fase sperimentale, non è male. Invece, come ho detto, non era proprio così: c'è perfino chi si è accorto che avevo concluso il "finto" blog in inglese, senza avvisare che ne aprivo uno "vero" altrove. Me ne ero andato dal web senza lasciare altro indirizzo che il mio vecchio sito. Così sono stato rintracciato, e ho perciò deciso di fare un blog ibrido, ma non soltanto per ragioni linguistiche, almeno spero.
Siccome il blog in lingua italiana l'ho cominciato sull'impulso di quanto accadeva nel mondo bancario e politico italiano, e sul ruolo che io stesso ho avuto in una di queste vicende, credo che continuerò ad occuparmi in italiano delle questioni italiane. Vorrei invece commentare in inglese le questioni internazionali - se credo di avere qualcosa di nuovo da dire, beninteso - che si presentano comunque quasi sempre in ingua inglese. Intendo dire che è abbastanza naturale esprimersi in inglese sulle questioni europee (in Europa l'inglese è lingua ufficiosa, se non ancora ufficiale); sarebbe invece strano usare l'inglese per scrivere, che so, sui "furbetti del quartierino".
Ci sono poi argomenti che possono essere trattati in qualsiasi lingua, e qui dipende dal feeling del momento, Ma se è questione di feeling, allora se stesse a me userei più volentieri il francese, non fosse per tutti quegli accenti...
In ogni caso è importante evitare l'appiattimento, l'eccessiva banalizzazione. Ho partecipato a decine, forse centinaia di riunioni europee negli ultimi quarant'anni. Nel primo ventennio a Brusselle, al Lussemburgo, a Strasburgo si parlava il "Français communautaire" che gli inglesi quando entrarono nelle Comunità ribattezzarono brutalmente "broken French". Non immaginavano quello che sarebbe toccato, nell'ultimo ventennio, alla lingua di Shakespeare e di Milton.
L'inglese credo abbia il doppio dei vocaboli dell'italiano, ma sospetto che nell'Unione Europea se ne impieghino solo due o tremila. Se poi uno si azzarda a usare una qualsasi forma idiomatica é sicuro di vedersi circondato da sguardi ottusi, se non proprio sospettosi o ostili. Certi relatori britannici hanno scelto di non privarsi delle loro forme più ironiche dando per scontato che non saranno capite e pronunciandole ugualmente, con stile veramente britannico, senza la minima espressione facciale. Gli altri non capiscono ma loro sono soddisfatti lo stesso. Io ho fatto una scelta diversa: quando ci tengo che venga messa a verbale un'opinione più appuntita, uso forme americane, se me ne viene in mente una, così anch'io sono contento - ma senza scimmiottare l'inglese britannico che non mi riesce - e magari gli olandesi e gli evedesi apprezzeano (non gli inglesi, però).
This is Europe, honey!