Lodi: la storia infinita
Ogni volta che scrivo sulle vicende recenti di Lodi - Furbettopoli, ho dovuto battezzarla controvoglia - penso che sia l'ultima volta. Non che mi illuda di poter girare pagina: le pagine si possono anche girare ma basta un colpo di vento e il libro della cronaca e della storia si squaderna nuovamente davanti a noi. E di colpi di vento in un anno ce ne sono stati tanti. Meglio rassegnarsi e non saltare ancora alle conclusioni perché credo che verranno fuori molte storie. Poi ci sarà il processo, più di un processo.
Dalle telefonate e dagli interrogatori emergono le torri e i barbacani dell'impressionante fortilizio che Gianpiero Fiorani si era costruito per tenere sotto schiaffo l'intero mondo politico italiano. Di Berlusconi e di Forza Italia si è già detto: fin dall'acquisto della Banca Rasini, la banca della mafia siciliana a Milano, la Popolare di Lodi diventa alleato naturale del Cavaliere, il quale probabilmente neanche oggi è sicuro che i documenti depositati presso la banca sull'origine delle società costituenti Fininvest siano stati realmente soppressi, come sarebbe logico dopo tanti anni e in assenza di ulteriori obblighi di legge, o se invece si trovino ancora in qualche armadio da dove potrebbero saltar fuori un giorno a l'altro, ora che la BPI è passata sotto il controllo di uomini vicini al centro-sinistra.
Quanto allo spadone della Lega, sappiamo che il salvataggio - quantomai effimero - dalla bancarotta della Credieuronord guadagna a Fiorani, al governatore Antonio Fazio e ai loro amici l'imperitura gratitudine dei leghisti, attraverso il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti, l'ex ministro Roberto Calderoli, l'onnipresente ex sottosegretario, ex sacerdote, ex ufficiale pagatore di Fininvest Aldo Brancher. "Confermo - dice Fiorani in un verbale - che Calderoli fu destinatario di un pagamento da lui ricevuto attraverso Brancher, chiaramente finalizzato a ottenere l'appoggio della Lega alle posizioni di Bankitalia in sede parlamentare (Luigi Ferrarella sul Corsera 060513)". Più chiaro di così...
Ma c'è dell'altro. Siccome un paio di parlamentari leghisti si sono permessi di attaccare Fazio - soprattutto "un parlamentare di nome Cè" - Fiorani dice a Giorgetti "di dire a questi qua di non rompere le scatole vista la posizione in cui sono" (rischio di bancarotta e pesanti sanzioni penali e finanziarie per la dirigenza della Lega). Detto fatto: nel passaggio dalla Commissione all'aula tutto torna nell'ordine. Anche il bellicoso Cè si accuccia e obbedisce tacendo.
L'abitudine di dire ai leader politici di chiedere ai loro parlamentari di non rompere i coglioni (le scatole lasciamole ai negozi di scarpe e ai giochetti televisivi) Fiorani la prese subito dopo essere diventato ad della banca, quando chiese direttamente a Berlusconi, poi alla volpe Brancher e al gatto Paolo Romani - altro sottosegretario del governo Berlusconi - di far smettere il loro collega Umberto Giovine che "rompeva" sull'aggiottaggio e altri reati commessi nella madre di tutte le acquisizioni di Fiorani, la prima, quella della Popolare di Crema. Detto fatto anche allora: a Giovine nel 2001 viene negato il collegio elettorale di Lodi, malgrado le 2434 e-mail inviate a Berlusconi da suoi elettori ed elettrici perché fosse ricandidato.
Poi c'è il senatore Luigi Grillo, il primo voltagabbana della XII legislatura. "Sono stato io a far conoscere a Grillo il governatore Fazio - racconta Fiorani ai magistrati milanesi - poi il loro rapporto si è evoluto..." Eccome se si è evoluto: Grillo è diventato il portavoce di Fazio, il capobastone del partito fazista in parlamento, partito così potente da riuscire a cacciare il ministro del Tesoro Giulio Tremonti in uno degli episodi più grotteschi, e più dannosi per il ruolo dell'Italia in Europa, della XIV legislatura. Sempre con il consenso di Berlusconi, si capisce. Il quale anzi incarica proprio Grillo di seguire l'iter legislativo di un emendamento pro-Fazio.
Poi, nel sistema di fortificazioni costruito da Fiorani c'è il contrafforte della sinistra, presidiato tramite il presidente di Unipol Giovanni Consorte ("Rapporti con D'Alema come li ho io nonli ha nessun altro"). Poi singoli deputati, magistrati, un esercito di professionisti...
Una parte di questo esercito dovrà presentarsi, su richiesta fatta dalla Procura al GIP Clementina Forleo, a un maxi-incidente probatorio che probabilmente chiuderà l'inchiesta: Fiorani, Gianfranco Boni e silvano Spinelli dovranno comfermare le dichiarazioni che hanno fatto - in parte trapelate, in parte no - di fronte alle decine di persone che hanno tirato in ballo.
Tra questi anche l'immancabile senatore Grillo e il Grande Ciociaro Decaduto Antonio Fazio, iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di aggiottaggio.
Domande a Fanfulla
Commentando una mia nota di qualche tempo fa, "Fanfulla", che dallo pseudonimo scelto si capisce che probabilmente non è di Pinerolo (ma potrebbe anche essere di Barletta, luogo della disfida che illustrò il leggendario Lodigiano) se la prende con il deputato Paolo Romani, sottosegretario uscente alle Comunicazioni e beneficiario della generosità interessata di Gianpiero Fiorani - che sinceramente mi rallegro, per inciso, essere stato pur tardivamente resituito alla sua famiglia e alla sua casa nella grande parrocchia di San Bernardo a Lodi.
"Francamente mi ha sorpreso - scrive Fanfulla - la stupidità di Paolo Romani, ex segretario regionale di Forza Italia e ormai ex sottosegretario. Uno che si fa pagare i favori elettorali facendosi azzerare un debito con un fido (quindi facilmente rintracciabile come tu Umberto hai fatto), mai restituito, e soprattutto appena due giorni dopo aver fatto il favore a Fiorani (nella fattispecie estromettendo il pericoloso Sfondrini, acerrimo nemico del banchiere di Codogno, dalla candidatura a sindaco del centro destra nonostante i sondaggi lo indicassero sicuro vincente) è un perfetto cretino".
Alle granitiche certezze di Fanfulla, reagisco con una serie di domande, solo in parte retoriche.
Siamo poi sicuri che Paolo Romani sia così stupido? Se lo fosse, perché sarebbe andato a incassare la paghetta di Fiorani a Firenze? Che c'entrava Firenze, quando Romani stava a Milano - o a Roma - e Fiorani a Lodi? Forse perché Fiorani si fidava di più della Banca Mercantile, acquisita dalla Popolare di Lodi? O forse perché in Lombardia la concessione di un fido "per chiara fama" a un soggetto inaffidabile non sarebbe passata inosservata? Ma non stava invece anche lui a Lodi il procuratore lLa Mattina che ha insabbiato per ben cinque anni la pratica "Popolare di Crema", madre di tutte le acquisizioni truffaldine? E allora, di nuovo, perché andare a Firenze? Forse perché l'ex vicecomandante della Guardia di Finanza generale Francesco D'Isanto proprio a Firenze - capitale morale della Massoneria italiana - ha sempre esercitato grande potere fin da quando vi era acquartierato? Eppoi, D'Isanto si scrive proprio con la D e l'apostrofo? Come D'Istinto, "Polis D'Istinto", società di investigazioni private del fiorentino Emanuele Cipriani, gran protégé di D'Isanto? Quello stesso D'Isanto che risulta essere la vera talpa che avvisava i "furbetti del quartierino" che i loro telefoni erano controllati? Quello stesso Cipriani, protetto da D'Isanto, che sta al centro dell'inchiesta sulle intercettazioni telefoniche - coincidenza significativa anche questa - dove la stampa controllata dall'ingegner De Benedetti insiste a tirare in ballo Giuliano Tavaroli che di tutta evidenza non c'entra niente? Quel Cipriani che sta vuotando il sacco da fine marzo di fronte ai magistrati della Procura di Milano?
Tornando a Paolo Romani, non è forse vero che Romani è molto amico di Romano ("zio Romi") Comincioli che qualcuno alla Procura di Milano considera (sbagliando, secondo noi) il vero regista dell'operazione Antonveneta? E non è forse "L'Espresso" di questa settimana - ci torneremo sopra, non dubiti Fanfulla - che descrive la ragnatela berlusconiana di cui si sarebbe avvantaggiato Fiorani?
E perché mai Romani sarebbe un "perfetto cretino" quando invece si è preoccupato di far presidiare il territorio lodigiano di Forza Italia da un suo collega e collaboratore, il deputato Di Luca, che entrava e usciva dall'ufficio di Fiorani? Sembra questo a Fanfulla un comportamento da "perfetto cretino"? E chi ha detto infine che il fido generosamente elargito da Fiorani a Romani nel 2000 "azzerasse" il suo cospicuo debito?
Certo, le risposte a tutte queste domande arriveranno prima o poi. Ma ora che Romani appare allontanarsi in dissolvenza, stringiamo sul faccione falsamente bonario di "zio Romi" Comincioli. Ecco un uomo condannato ad apparire sempre come il sottopancia di Berlusconi fin da quando era suo compagno di classe, anche quando agisce in proprio come ha fatto più di una volta in Sardegna. Continuerà il senatore a svolgere lo stesso ruolo a Lodi, ora che il vento soffia a sinistra anche sotto il colle Eghezzone? Con quale mandato? E di chi?
Ecco che ricominciamo con le domande...Ma per oggi basta, caro Fanfulla. Ce n'è già abbastanza da meditare per un po'.
Dimenticare Lodi?
La tardiva uscita dal carcere di San Vittore del protagonista indiscusso della vicenda Popolare di Lodi/Popolare Italiana, Gianpiero Fiorani,conclude il primo capitolo di una storia venuta alla luce un anno fa, ma in gestazione da molto prima, potremmo dire dal famigerato acquisto della Popolare di Crema.
Quando si potrà chiudere questa storia? Sono in molti a chiederselo. Si potrebbe rispondere con un'altra domanda: Si è mai davvero chiusa la vicenda della Banca Rasini, la banca acquistata tanti anni fa a Milano dal commendator Azzaretto, uomo d'onore? E anche: si è mai davvero chiusa la catena delle infedeltà e delle complicità all'interno della Guardia di Finanza, che spunta fuori anche qui nelle vesti di un suo autorevolissimo rappresentante, il generale Francesco D'Isanto, amico e confidente di Gianfranco Boni, braccio destro di Fiorani?
In attesa di trovare le risposte giuste, cerchiamo di non trascurare gli aspetti più singolari e meno conosciuti della vicenda lodigiana. Già abbiamo visto che l'uso disinvolto dei fidi serviva a compensare servigi inconfessabili resi alla banca, come nel caso dei sottosegretari Romani e Brancher. Ma i fidi "a fondo perso" - una contraddizione in termini - sono stati per anni lo strumento privilegiato delle operazioni della banca.
Ecco cosa ci ha scritto il giornalista lodigiano Francesco Gastaldi, uomo di punta delle inchieste sulla Popolare e "uomo nero" per l'establishment lodigiano...
"Agricoltori, imprenditori, palazzinari. Proprietari alberghieri, politici, traders ed ex calciatori. Tutti con un’unica passione in comune: le speculazioni in Borsa con operazioni a profitto garantito e rischio zero. Perché tutti loro, alla fine, facevano parte del circolo degli amici di Gianpiero Fiorani. Entrare a far parte di quel circolo voleva dire molto: guadagnare tanti soldi utilizzando fondi non propri, ma fidi che venivano concessi - spesso a tassi irrisori e senza garanzie - dalla stessa Popolare, reinvestire gli utili in altre operazioni “consigliate” dall’area Finanza (o da Fiorani stesso) oppure in operazioni immobiliari. Bastava accettare di fare il prestanome, e di avere come socio occulto Gianpiero Fiorani. Il “reclutatore” era Silvano Spinelli, come rivelato anche da alcuni “concertisti” lodigiani finiti nel mirino della Consob e degli uomini della Guardia di Finanza - quelli veri, non quelli fasulli per cui è sotto inchiesta un protetto del generale D'Isanto, l'investigatore privato Emanuele Cipriani - ndr. Ci pensava poi Gianfranco Boni, braccio finanziario delle operazioni illecite, a effettuare le manovre sui conti correnti. A chi invece aveva maggiore dimestichezza con le operazioni di trading (i vari Gianpiero Marini, Gaudenzio Roveda, Roberto Corrada ad esempio hanno una certa esperienza di Borsa) poteva bastare un consiglio, un’indicazione, una data. Dalla scorsa estate fino a mercoledì 5 aprile (con irruzioni nelle filiali di via Cavour e piazza Barzaghi a Lodi, dov'è custodita la maggior parte dei conti correnti dei furbetti) gli uomini delle Fiamme Gialle del nucleo di polizia tributaria di Milano hanno passato al setaccio tutte le manovre oscure dei concertisti lodigiani, degli amici di Emilio Gnutti, dei conti privilegiati come quelli di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, ex numero uno e due di Unipol, che in un solo colpo a Lodi avevano portato a casa plusvalenze per 1,6 milioni di euro a testa.
"Il corposo dossier della Guardia di Finanza, consegnato nelle mani della magistratura milanese la settimana scorsa, mette a nudo i vizi finanziari e immobiliari della Lodi che conta e che apparteneva al circolo vip degli amici di Gianpiero Fiorani. Quelli a cui era concesso tutto, perché un giorno avevano risposto sì a una semplice domanda: “vuoi fare da prestanome a Gianpiero?”. In molti casi, come riportato dal dossier della Guardia di finanza milanese, i “furbetti” erano agricoltori e imprenditori del territorio. A contattarli era Silvano Spinelli, colui che nella Banca Popolare di Lodi teneva i contatti con il mondo agricolo. Spesso in modo tutt'altro che chiaro. In banca si racconta che tutte le pratiche di fido e di proroga dei finanziamenti per gli imprenditori agricoli dovevano per forza passare dalla sua scrivania. Quando un agricoltore era strangolato dai debiti, era a Spinelli che si rivolgeva. Vuoi un fido in più? Non c’è problema. Spinelli dice di sì a tutti. Finché un bel giorno, racconta una fonte vicina all’istituto, «la banca chiude i rubinetti, l’imprenditore va in fallimento e la cascina viene venduta. Naturalmente a uno dei “furbetti”". E guarda caso, sono molte le proprietà immobiliari e agricole di Spinelli nel territorio, tra cui una cascina a San Grato che fino all'intervento della magistratura divideva al 50 per cento con Fiorani. O anche fuori dal Lodigiano, come due maxi ville acquistate in val Seriana, vicino a Clusone. Nell’ordinanza del 12 dicembre 2005 di Clementina Forleo viene definito come «promotore e organizzatore dell’associazione criminosa».
"Imprenditori e agricoltori erano comunque gli obiettivi preferiti dalla banda dei furbetti per le operazioni illecite. Luigi Pacchiarini, Marcello Dordoni, Pierluigi Tamagni, Massimo Conca, ad esempio, sono finiti tutti nel mirino della Finanza. Giuseppe Besozzi, amico di lunga data di Gianpiero Fiorani e noto imprenditore agricolo di Vizzolo Predabissi, è stato il primo degli agricoltori a essere indagato. Perquisito più volte, era stato denunciato nell’ordinanza del gip Clementina Forleo per «aver messo a disposizione i suoi conti presso Bipielle Suisse e altre banche estere nonché in Bipielle (...) generando utili e plusvalenze per l’associazione». Amicissimo di Desiderio Zoncada, plenipotenziario della Star trasporti e soprattutto ex vice presidente della banca lodigiana e di Bipielle Suisse, crocevia di gran parte delle operazioni illecite della Lodi. E pure lui pluriperquisito dalla Finanza.
"Sulla vicenda Antonveneta il caso Besozzi fotografa in modo esemplare il cosiddetto “sistema Fiorani”. L’imprenditore agricolo chiede alla banca un fido di 25 milioni di euro il 30 marzo del 2005. Il fido viene motivato con l’acquisto di un fondo agricolo di prestigio, per circa 6 mila metri quadrati di superficie. Acquisto di cui non esiste traccia. Il fido gli viene concesso nell’arco di cinque giorni, a un tasso pari a circa il 6 per cento. L’11 aprile dal conto di Besozzi parte un ordine di acquisto di azioni di 24,9 milioni di euro. Azioni che vengono poi vendute 17 giorni dopo (il 27 aprile), per 26,5 milioni di euro, generando una plusvalenza di oltre 1 milione e 600 mila euro. Si tratta del periodo su cui maggiormente si concentrano le operazioni sui titoli dell'istituto padovano. Non ci sono altre manovre sospette fino a fine settembre, quando viene effettuata una disposizione di pagamento di 1,2 milioni di euro. Un bonifico su un altro conto corrente. Forse una commissione pagata a Boni e Fiorani, i quali di norma esigevano dal 40 al 70 per cento dei guadagni. Il caso di Luigi Pacchiarini, proprietario di allevamenti di maiali a Borgo, non è diverso. Dopo una serie di fidi di importi contenuti in poche centinaia di migliaia di euro, motivati dall’attività imprenditoriale e accompagnati da note molto dettagliate (ampliamenti delle porcilaie, ammodernamenti tecnologici), il 17 febbraio 2005 ne giunge una da 21 milioni di euro, con una motivazione più vaga (operazioni immobiliari e mobiliari) ma approvata dalla banca nel giro di appena 24 ore. Rispetto ai precedenti fidi, ottenuti per finanziare le attività imprenditoriali, il tasso è di ben due punti percentuali inferiore, nonostante la richiesta di credito sia vaga e riguardi una cifra molto più ampia e difficile da risarcire. Il 3 marzo, due settimane dopo aver ottenuto il fido, parte un ordine di acquisto di azioni Antonveneta per 20,3 milioni di euro. Le azioni vengono cedute alla banca lodigiana il 27 aprile (stessa data di Besozzi) per 25,3 milioni di euro. Cinque milioni di euro di plusvalenze. A giugno in un giorno solo Pacchiarini effettua acquisti di titoli per 3,5 milioni di euro, il corrispettivo di due terzi dei soldi guadagnati con Antonveneta. Poi nient’altro per mesi. Che sia un modo camuffato di pagare la commissione? È solo un’ipotesi. Il caso Conca è invece diverso dai due precedenti. L’affidamento da 27,5 milioni di euro viene chiesto direttamente da Lodi e caricato, nel dicembre 2004, su un conto di nuova apertura. Le motivazioni sono le solite - operazioni immobiliari e mobiliari -, ma il tasso questa volta sfiora il 10 per cento. Tra il 12 e il 13 gennaio partono operazioni di vendita di titoli per circa un milione di euro, frazionate in un centinaio di operazioni. In questi due giorni vengono anche effettuati due grossi acquisti di azioni Antonveneta, per 13 e 12 milioni di euro. Si tratta sempre del periodo in cui la banca stava scalando in modo occulto il capitale dell’istituto padovano, rastrellando azioni grazie ai prestanome del “giro Fiorani”. Dopo questo blocco di operazioni, partono nel giro di una settimana 10 disposizioni di pagamento e prelievi, per un totale di circa 265 mila euro. La solita commissione? Il conto era gestito direttamente dall’area Finanza di Gianfranco Boni? Il 26 gennaio vengono effettuati acquisti di titoli per un altro milione di euro. E nei tre giorni successivi vengono effettuate disposizioni di pagamento per 70 mila euro.
"Il “botto” arriva il 12 aprile quando un enorme blocco di azioni (Antonveneta) viene ceduto alla banca lodigiana per 33 milioni di euro e immediatamente dopo parte un maxi bonifico (per chi?) da 27 milioni. Forse il rientro dal maxi fido? Nemmeno un mese dopo il conto riceve un bonifico di 600 mila euro. Molto più che sospetto. Il gioco continua anche dopo, su altri titoli azionari, con acquisti frazionati in decine di piccole operazioni, la cessione in blocco unico per 2,1 milioni di euro; poi i soldi (2 milioni) vengono girati a un altro conto. Un caso che ricorda un po’ quello dell’imprenditore alberghiero Marco Sechi, sul cui conto figuravano gruppi di operazioni azionarie che arrivavano fino ai 10 milioni di euro, e dopo ogni plusvalenza veniva “girato” un assegno circolare per diverse centinaia di migliaia di euro. In questo caso, però, il conto viene prosciugato fino all’osso. Ora c’è uno sconfinamento di 23 milioni di euro! Di Gianpiero Marini, ex campione del Mondo nell’’82 in Spagna, si racconta di 50 milioni di euro di fidi ottenuti dalla banca per effettuare operazioni azionarie pilotate. Lui ha negato tutto, anche al nostro giornale. Sul rapporto della Finanza c’è finito lo stesso. L’hobby del trading ce l’aveva anche un altro personaggio lodigiano conosciuto, l’ex direttore delle farmacie comunali Gianfranco Sagrada. Una miriade di operazioni di piccolo cabotaggio. Pure lui indagato dalle Fiamme Gialle. Ma chi gestiva questi conti? Uno dei “concertisti”, che ha voluto rimanere anonimo, rivela: «Fu Spinelli, che conoscevo da anni come persona perbene, a chiedermi se volevo fare da “prestanome”. Mi chiese un favore. Il conto venne aperto alla filiale di via Cavour, ma non feci nessuna di quelle operazioni. E non ho mai intascato un soldo».
Deve essere il solo, o quasi. Ma alla Procura di Milano qualcuno ha intanto notato che un paio di nomi dell'"inchiesta Antonveneta" coincidono con quelli dell'"inchiesta Intercettazioni" e ha esclamato in milanese: "Tel chì!" (continua)
Coincidenze significative
Così chiamava Freud quelle coincidenze che sono qualcosa di più di semplici coincidenze. Così ieri mattina, arrivato nel mio ufficio a Milano, un avvocato molto addentro nel Palazzo di giustizia di Milano mi dice di passaggio che la Procura sta indagando sui soldi dati da Fiorani ai politici, e in particolare sul deputato di Forza Italia Paolo Romani, sottosegretario alle telecomunicazioni. "Leggo anch'io i giornali", rispondo distratto, ma capisco che c'è dell'altro e appena posso me lo faccio raccontare.
All'ora di pranzo vado come al solito a mangiare un paio di sandwich e a leggere i giornali esteri all'Hotel Palace in piazza della Repubblica e appena entrato nella hall vedo per l'appunto il suddetto Paolo Romani impegnato a parlare al telefonino. Niente di strano, beninteso: Romani va spesso a mangiare al ristorante, poco lontano, del suo amico Paolo Berlusconi, forse perché lì non paga il conto. Altra coincidenza: ma non fu proprio con "Berluschino" che Romani si mise d'accordo cinque anni fa per rimuovere dal suo collegio lo scomodo deputato che scrive queste righe e sostituirlo con un peso-mosca, il giovane Emanuele Falsitta, fiscalista dello stesso Paolo Berlusconi, e un peso-massimo, Romano "Asino" Comincioli, compagno di classe del fratello maggiore di Paolo, Silvio Berlusconi e compagno di merende di Flavio Carboni, accusato dell'omicidio Calvi? Sì! Lo stesso "zio Romi" che premuroso è andato a trovare sotto Natale a San Vittore l'amico Gianpiero Fiorani a portargli i saluti di Silvio e magari qualche raccomandazione, insieme alle arance, in deroga all'assoluto divieto fatto ai parlamentari di parlare con i carcerati d'altro che non sia la loro condizione detentiva e la salute...
Che, arrivati al capitolo "soldi dati da Fiorani ai politici", i giornali abbiano tirato fuori il nome di Romani non stupisce e non è una novità. Stupisce forse che il nome di Romani venga sempre messo all'ombra di quello di Aldo Brancher, corrotto e corruttore di lungo corso. Ma Romani merita luce propria, non tanto per l'entità delle somme ricevute - proporzionate al modesto calibro del personaggio - quanto per la vicenda strapaesana che giustificò la prima "dazione" di denaro, e si tirò dietro quelle successive.
Riepiloghiamo: dopo aver fatto il suo dovere verso la Popolare architettando a Lodi la sconfitta di Forza Italia, di cui era coordinatore regionale, presentando per il Comune il candidato perdente voluto da Fiorani (di cui Berlusconi stesso dirà - con colpevole ritardo - "quello lì non l'avrei votato neppure io") Romani passò all'incasso due giorni dopo che il suo scagnozzo lodigiano Marco Votta, consigliere regionale azzurro anch'egli legato mani e piedi alla Popolare di Fiorani, annunciò la candidatura voluta dal capo-bastone. Era il 25 febbraio del 2000 e il fido chiesto da Romani alla filiale di Firenze della banca (proposta di affidamento n.033839) fu di 350 milioni di lire (€180.760). Fido deliberato il giorno stesso (!), contestualmente all'apertura del conto corrente 952921, con scadenza fissata il giorno di ferragosto del 2001.
Garanzie richieste al Romani, notoriamente indebitato fino al collo e a rischio di bancarotta fraudolenta: nessuna.
Se questa fosse una striscia, anziché un blog serio e talvolta perfino tetro, qui ci vorrebbe un "Wow!"
Data l'estrema facilità di questa operazione, Paolo Romai deve averci preso gusto, perché nel 2003 ha chiesto e ottenuto dalla BPL a Milano una fidejussione da €296.419 come garanzia a copertura del versamento per il fallimento della televisione "Lombardia 7", come pattuito con il Tribunale fallimentare, per schivare la bancarotta.
L'anno dopo, la solita filiale di Firenze concede a Romani un'apertura di credito di €223.000. A quel che risulta, l'ex banca di Fiorani ha finanziato Romani con almeno €700.o00. Niente male, no?
Dobbiamo credere che la BPL, che portava in pancia la Banca Rasini del fu commendator Azzaretto di Missilmeli, ben nota a "zio Romi" Comincioli e certo non ignota a Silvio Berlusconi, abbia fatto queste assurde concessioni prive di garanzia a Romani - per non dire di quelle fatte a Brancher e a una pletora di altri politici - senza che da Arcore arrivasse un cenno di approvazione?
Se questo, anziché essere un blog serio, magari qualche volta noioso, fosse un film di Totò risponderemmo: "Ma mi faccia il piacere!".
Accanto a Brancher e Romani, al voltagabbana fazista Luigi Grillo e a Ivo Tarolli, avanza un pattuglione di altri politici finanziati da Fiorani perché sostenessero la "linea Fazio". "Una settantina di milioni di euro sarebbe la cifra finora stimata, uscita dalle casse della banca. Affidamenti concessi a tassi agevolati, ma anche pagamenti in contanti ritirati direttamente alla cassa", lo scrive oggi La bravissima Mara Monti sul "Sole 24 ore". Se poi Romani, che in nessun caso sarebbe stato affidato da nessun'altra banca, sia rientrato nel fido, andrebbe chiesto a lui.
Qualcosa mi dice che su questa storia dovrò tornare, perché intanto a San Vittore Gianpiero parla, parla, parla...
Post hoc...
...ergo propter hoc. In latino è più semplice dirlo: se il fatto B è accaduto dopo il fatto A, vuol dire che è stato A a provocarlo. Ciò presuppone che i fatti A e B accadano in un medesimo contesto. Su questo rapporto si è molto discusso, collegandolo anche al rapporto causa-effetto. La forza del principio "post hoc ergo propter hoc" sta nell'impossibilità del suo contrario: è infatti assai improbabile che qualcosa che accade prima sia provocata da qualcosa che accade dopo.
Significa, questo, che il sottosegretario alle Riforme del governo Berlusconi on. Aldo Brancher e il sottosegretario alle Comunicazioni on. Paolo Romani sono politici corrotti in quanto ottennero dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani consistenti favori finanziari subito dopo aver accettato da Fiorani stesso l'imposizione di un candidato di centrodestra perdente alla carica di sindaco di Lodi? (Leggere in questo blog il post "Capodanno, capodanni"). Loro diranno che non sono corrotti e che è per pura coincidenza che i soldi della banca sono arrivati nelle loro tasche subito dopo aver concesso alla Popolare il favore politico che il suo numero uno chiedeva. Ma se dicono questo mentono.
Se infatti la loro scelta di affossare - senza spiegazioni e senza motivo - una candidatura per imporne un'altra non era dovuta a un diktat di Fiorani, allora dovevano stare bene attenti a farsi finanziare da qualsiasi altra banca, popolare o no, evitando ad ogni costo la Popolare di Lodi, per non essere sfiorati dal sospetto del "post hoc ergo propter hoc". Ma temo per loro che nessun'altra banca, proprio nessuna, avrebbe accordato a questi due uomini d'affari improvvisati e disastrati le condizioni da clienti privilegiati che ottennero sei anni fa da Fiorani. Quale banca seria avrebbe infatti messo la firma (e così in fretta!) sotto ai generosi finanziamenti ottenuti dal duo Romani-Brancher, più propenso alla bancarotta l'uno, alle tangenti l'altro, che non alla corretta gestione di un fido?
Certo, i due compari non immaginavano lontanamente che le prove documentali della loro corruzione - ancora più grave in quanto miserabile - sarebbero saltate fuori anni dopo. Né tanto meno che il potente Fiorani sarebbe finito in carcere, e i loro nomi sui giornali. Le cose apparivano facili, in quell'inverno del 2000: facciamo a Fiorani un favore che non ci costa nulla - devono aver pensato i due, a cui non importava certo che il municipio di un capoluogo andasse alla parte avversa - e portiamo a casa un po' di soldi. Alla faccia degli impegni presi in precedenza con il deputato di quel collegio che oggi scrive queste righe.
Il fatto è che quasi tutto può essere perdonato in politica: errori, ritardi, favoritismi, perfino il disinvolto uso dei soldi. Ma non il giocare a perdere, tirare nella propria porta, vendersi per favorire l'avversario. Questo in politica è inaccettabile e imperdonabile.
L'unico castigo appropriato per chi si è fatto pagare per favorire la squadra avversa è l'espulsione dal campionato della politica, per usare una metafora calcistica come quelle che piacciono a Sivio Berlusconi.
Ma Berlusconi é d'accordo con noi! - dissero all'epoca cortigiani e ruffiani del capo. Falso. Poco tempo dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nella città di Lodi, Berlusconi disse invece che candidati così non li avrebbe votati neppure lui...
Per una fortunata circostanza quando le agenzie riportarono questa frase del presidente, durante un consiglio nazionale di Forza Italia, i due compari Romani e Brancher erano insieme al bar dell'albergo romano dove il consiglio si svolgeva, così potei sbattergli in faccia il lancio dell'agenzia e dirgli la mia opinione sulla loro spregevole condotta. Ma cosa volete che importasse a quei due che il loro presidente li avesse clamorosamente smentiti? Avevano i soldi in saccoccia e una banca come amica, ormai, per i loro debiti futuri.
C'è qualcosa da imparare da questa squallida storia? No, non c'è niente da imparare. La corruzione esiste da sempre - così si consolano gli italiani più cinici - e di corrotti di mezza tacca come Romani e Brancher ce ne sono dappertutto. Questa categoria però prospera solo quando l'etica di una società sta arrivando ai minimi. Essi rappresentano il termometro del livello di corruzione di un paese, e dell'assuefazione ad essa dei cittadini.
P.S. Non vorrei sembrare ingenuo, scrivendo che i due corrotti di turno dovevano evitare di farsi finanziare dalla Popolare di Lodi, come se non sapessi che quella banca in passato ha chiesto ad altre banche amiche il favore di finanziare Tizio o Caio per non lasciare la sua impronta. Lo so benissimo. Addirittura, anni fa, fu un'altra banca della Bassa padana a regalare una costosa automobile ad un funzionario che era stato compiacente con la Popolare di Lodi, perché la corruzione non fosse troppo evidente. L'aver trascurato anche questa minima precauzione dimostra ad un tempo la certezza di impunità e la cialtroneria di Romani e Brancher e di quelli come loro, a destra e a sinistra dello schieramento politico.