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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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sabato, 04 febbraio 2006

Il mio nome è Rossi

Il professor Guido Rossi ha scritto tanto, e tanto ha parlato, che è difficile dire di lui qualcosa di nuovo. Ma come si fa a non occuparsene all'indomani della notizia che Unipol cede alla francese Bnp Paribas la sua partecipazione in Bnl, dopo il secondo "no" della Banca d'Italia all'opa dell'assicuratrice bolognese, che ha rinunciato così alla guerra per Bnl ma ha guadagnato un centinaio di milioni di plusvalenza e la maggioranza in Bnl Vita. "Parecchio", avrebbe detto Giovanni Giolitti. Di questa operazione il professor Guido Rossi è stato - ha scritto subito "Il Sole 24 ore"-il mediatore. Ma come: non era forse lo stesso Guido Rossi il grande consulente chiamato dal Banco di Bilbao per bloccare le scalate congiunte architettate dai "furbetti" Fiorani, Gnutti, Ricucci, Consorte e compagnia? Certo, infatti li ha bloccati eccome - fra un momento ricorderò anche in che modo. Perché allora d'improvviso ha tirato fuori dal cilindro Bnp Paribas?
Semplice: perché il suo ultimo cliente finanziario è pur sempre Unipol - che gli aveva chiesto di piazzare la sua partecipazione in Bnl se Bankitalia avesse insistito sulla negativa. E il suo cliente politico è sempre quell'ala dominante della sinistra italiana che voleva togliere Unipol dalla scena mediatica al più presto, sottraendo così a Silvio Berlusconi il suo cavallo di battaglia preferito, quello del malaffare fra cooperative e pci-pds-ds, come dice lui. Detto fatto: arriva Guido Rossi e aggiusta tutto. Ora si spengano pure le luci di scena.
Guido Rossi è uno che a accendere e spegnere le luci di scena c'è abituato fin da quando faceva il senatore comunista, e anche quando duettava con Antonio Di Pietro in tv nei giorni più duri di Tangentopoli. O quando si oppose, nella scalata a Telecom Italia, ai "capitani coraggiosi" della razza padana evocata dall'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, additando Palazzo Chigi come "l'unica merchant bank in cui non si parla inglese".
Very funny, indeed, but Massimo was not amused...
Certo, Guido Rossi fa (anche) l'avvocato, perciò difende gli interessi del suo cliente del momento, niente di strano. Anche se nell'ultimo (?) atto di questa storia c'è più di un giro di valzer. Però il professor Rossi è avvezzo calcarsi sul capo anche il rosso cappello della politica, e allora le cose cambiano.
Quale altro avvocato, quale altro professore, quale altro signor Rossi è mai riuscito a muovere la Procura di Milano in modo così micidiale - diffondendo come samizdat, come datsebao a tutti i media, i brogliacci di decine di ore di intercettazioni telefoniche? Con il risultato di vetrificare i "furbetti del quartierino", azzerare la scalata a Antonveneta favorendo la vittoria dei suoi altri clienti, quelli olandesi di Abn Amro, e alla fine tirando giù dalla poltrona anche il governatore Antonio Fazio, costretto finalmente alle dimissioni quando il suo avvocato Coppi tornò da Milano a portargli la notizia che se non si fosse dimesso sarebbe stato arrestato.
Problema. Siccome anche l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte era un "furbetto", era impossibile perfino a Guido Rossi azzerare la scalata a Antonveneta salvandolo dalla rovina. Consorte, è diventato così un "collateral damage", nel linguaggio militare americano. Ma almeno non è stato arrestato, mentre Fiorani langue a San Vittore. E la ricerca delle provviste sui conti di Consorte e Sacchetti a Montecarlo e altrove, ampiamente pubblicizzati, ha un odore di "ammoina" che si sente fino a Milano, dove il procuratore Francesco Greco tira le fila e separa i furbetti da mandare al gabbio da quelli da tener fuori.
Che avesse ragione Fiorani quando lo scorso 12 luglio lo intercettarono che diceva a Chicco Gnutti: "...Chicco, la sinistra ci ha appoggiato molto di più di quanto ci ha appoggiato il premier in questo momento". Quanto vero, deve pensare oggi lo stesso Fiorani mentre aspetta la prossima visita di "zio Romi", unico segnale di sollecitudine da parte del premier, che se gli manda il senatore "asino" Romano Comincioli vuol dire che c'è qualcosa che lo preoccupa. Qualcosa che sarebbe bene Fiorani tenesse per se.
Ma come è difficile tenere per se dei segreti quando ti interrogano otto volte, per ore, e quando  fra gli interroganti compare la barba ispida e la mole massiccia di Francesco Greco!
Ma si tratta dello stesso Greco tanto amico di Guido Rossi che li hanno visti perfino in barca insieme? Proprio lui. Che frequentava la stessa villa alla Maddalena? Per l'appunto. Il grande accusatore - con Ilda Bocassini e Gherardo Colombo - di Silvio Berlusconi, quello che lo tiene sotto schiaffo con la storia dell'avvocato inglese David Mills? Ma sì, ma sì!
Che i due allora - Greco e Rossi - si siano messi d'accordo fin dal principio? Mah...
Posso solo dire che la prima persona a parlarmi di Guido Rossi, un quarto di secolo fa, fu il suo allora suocero professor Valsecchi, che me ne disse un gran bene. Valsecchi era un grande storico del '600 e del '700 italiano. E in quei secoli di declino dell'Italia infeudata alle potenze europee, i grandi cortigiani come Guido Rossi erano stimati e temuti.

lunedì, 30 gennaio 2006

Al Boecc

Credo di non aver ancora scritto qui qualcosa che invece ci tengo a far sapere, dopo essermi occupato in varia guisa della Banca Popolare Italiana, ex-BPL. Ed è che io non ho davvero niente contro il mio vecchio nemico Gianpiero Fiorani, specialmente ora che si trova ristretto nel carcere di San Vittore. Ma come! - diranno quelli che concoscono tutta la storia - Fiorani ha fatto di tutto per eliminarti, contro il parere dei tuoi elettori lodigiani che ti volevano candidato. Ha persino chiesto a Paolo Berlusconi - quello che l'altro giorno hai incontrato in treno ("Neve") di mettere al tuo posto il ragazzo di bottega del suo ufficio fiscale, e come senatore l'asino - quel Romano Comincioli che Gianpiero e i suoi nelle intercettazioni assassine chiamavano "zio Romi" - che Silvio Berlusconi si è vantato davanti a Vladimir Putin di aver portato in Senato, battendo così Caligola che ci aveva portato, in spregio ai senatori, un cavallo...
Certo, quello che ora sappiamo sulle mosse di Fiorani è abbastanza sorprendente: Ma credeva davvero di farla franca con i maldestri imbrogli che combinava? Non lo so. Però prima che venisse fuori tutto io lo consideravo un avventuriero: uno che ha in testa un disegno e vuole realizzarlo a tutti i costi. L'Italia è stata fatta da avventurieri, l'italiano è avventuriero per natura. Io sono un avventuriero. Sir Walter Scott considerava avventurieri gli americani dei tempi di Washington e di Franklin ("those adventurous Americans") che avevano osato ribellarsi al loro "good king George".
Ma, caro Gianpiero, l'avventuriero deve avere fortuna, non può non averla. Un avventuriero senza fortuna è come una prostituta senza clienti, come un giocatore senza dadi, un banchiere senza soldi. Mishima nello "Hagakure" ha scritto che l'uomo d'azione - e tale è senz'altro l'avventuriero - pensa sempre che manchi solo un ultimo, piccolo tratto per chiudere il cerchio della sua vita con il successo. E' quello che è mancato a Fiorani per impadronirsi di Antonveneta con il sostegno di Antonio Fazio (il Tonino del bacio in fronte di quella notte fatale) e chiudere la partita. Immaginando che da lì in poi sarebbe andato in discesa.
Ma non era la stessa cosa che si aspettava anche Bettino Craxi alla vigilia delle elezioni del '92? O quell'altro condottiero toscano di Anghiari, Amintore Fanfani, che sempre applicò la massima "fortuna virtuti comes", la fortuna è compagna del coraggio?
Insomma, siccome un avventuriero sfortunato non può esistere, è in fondo giusto che egli venga punito, perché ha trasgredito due volte: la legge scritta dello stato e la legge non scritta degli avventurieri.
Fa specie, tuttavia, che all'assemblea della sua ex banca, sabato 28 gennaio, ci sia stato un Maramaldo (ho già scritto che Maramaldo, prima di uccidere vilmente il Franceso Ferruccio a Gavinana fu di stanza a Lodi?) che ha attaccato Fiorani, dopo essere stato per anni il suo - scusate - fedele ruffiano.
Questo ritratto dell'avventuriero lo avrei fatto a Fiorani stesso se ci fossimo visti a cena, come egli mi propose tramite un amico, al "Boecc", storico ristorante milanese in piazza Belgioioso. Ma la cena non ci fu, e non sapremo mai cosa Fiorani - allora in "aufhaltsame Aufstieg", come l'Arturo Ui di Brecht, avrebbe risposto alla mia provocazione.
Altri, molti altri, andarono però a cena con lui, anche al "Boecc" perché Milano è la zona franca dei lombardi, e l'"Isola di Caprera" di Lodi è un po' come "L'Uccellone" di un tempo a Firenze, troppo scontato e frequentato. E devo dire che si trattò di cene malandrine. Come quella (quelle) con il procuratore dei Lodi Giuseppe - detto Pippo - La Mattina, per insabbiare l'inchiesta sull'acquisizione della Popolare di Crema, da me denunciata in parlamento, e da Pippo infilata in un cassetto a prendere polvere per cinque anni senza muovere un dito "per non turbare la pace di Lodi" e, aggiungo io, per consentire l'assuzione di uno stretto congiunto alla Banca. Ahi! Pippo Pippo non lo sa che queste cose le sa tutta la città. Ma a Furbacchiopoli non si parlava, perché di congiunti beneficiati da Gianpiero ce n'erano davvero tanti...
Ed eccoci all'assemblea, disertata dalla metà dei soci prenotati per ragioni meteorologiche (leggere "Neve" del 29 gennaio in questo blog). "BPI riparte, fiducia alla lista Gronchi", titolava l'ufficioso "Sole 24 ore". "La nuova Lodi si affida a Giarda e Gronchi", annunciava l'ufficialmente ufficioso "Corriere della sera". Curioso: nessuno si è chiesto se l'ottimo professor Piero Giarda - sottosegretario con Romano Prodi - abbia un programma, e quale esso sia. E Gronchi? Nominato da Fazio, uomo del Monte dei Paschi di Siena - anche se in forza a Vicenza - vicino a Luigi Berlingue: cosa vuol fare Gronchi, a parte raccontarci la solita storiella della "banca radicata nel territorio"? E la Procura di Milano, che ha costretto Fazio alle dimissioni là dove Berlusconi si era ritratto intimorito, la Procura accetta davvero che tutto cambi a Furbacchiopoli perché niente cambi?
Ma no, tranquilli: al palazzo di giustizia di Milano non si sono d'un tratto rincoglioniti. Si tratta solo di far vincere le elezioni alla sinistra prima di andare a fondo sulle plusvalenze incassate (da chi?) nell'operazione Telecom dei "capitani coraggiosi" in fase di realizzo. Si tratta di vedere quale delle tribù senesi del Monte prevarrà, e di attaccare l'asino dove diranno i contradaioli diessini vincenti, che tanto a loro quel Consorte lì non gli era piaciuto punto... Alla prossima puntata, allora.
  

martedì, 24 gennaio 2006

Quanto è distante Lodi da Milano (2)

Mettiamo che abitiate a Milano, e che a forza di sentir parlare di una certa banca di Lodi vi sia venuta la curiosità di vederla, questa Lodi, così vicina a Milano eppure non ci siete mai stata. Dài andiamoci sabato: è a pochi chilometri, non importa prendere l'auto, si va in bici. Un po' come, dall'altra parte di Milano, si va in bici lungo il naviglio grande o il naviglio pavese, no? No.
Da brava milanese, vi siete procurata una mappa dal titolo "Il Lodigiano bicinvoglia". Lodi è al centro della mappa. Da essa si dipartono diversi percorsi, alcuni segnalati da righe continue gialle e rosse (sono i colori di Lodi), altre interrotte qua e la'. In alto a sinistra c'è scritto "Milano", ma la linea tratteggiata ("percorsi ciclabili di prossima realizzazione") comincia a Melegnano. E come si fa ad arrivare in bicicletta da - mettiamo - piazzale Corvetto o piazzale Rosa a Melegnano? Provateci. Scoprirete che uscire da Milano a sud evitando l'autostrada o la trafficatissima via Emilia è praticamente impossibile. Potete arrivare fino a Chiaravalle, visitare la bellissima abbazia che si vede anche dal treno, e lì finisce la gita. A meno che vi avventuriate per strade che non hanno niente della pista ciclabile.
Qua e là sulla mappa "Lodi bicinvoglia" ci sono piccoli tratti di pista, ma come si fa ad arrivarci? Con la bici in spalla?
Insomma, per vicina che sia, Lodi resta lontana. Per quanto pianeggiante, la strada resta impervia, come se i lodigiani in realtà non volessero averli fra i piedi, i milanesi, dopo tutti gli sconquassi che hanno causato nell'ultimo millennio. E meno male che c'era l'imperatore, il Barbarossa, a metterli al loro posto.
C'è chi ha scritto che è difficile sentire un lodigiano ridere a crepapelle: al massimo un risolino sardonico, perché anche quelli che non conoscono la storia se lo sentono dentro che c'è poco da ridere e che da Milano - dove pure un lodigiano su tre va ogni giorno a lavorare - possono arrivare solo guai. Come i senesi che hanno addirittura scolpito le statue dei loro santi con la testa voltata verso Firenze, ché è da Firenze che bisogna guardarsi...
E anche questa volta è arrivata la tegola da Milano, dalla Procura di Milano, sulla testa del "golden boy" lodigiano Gianpiero Fiorani, "che per me è come fosse mio nipote" dice intenerendosi il signor Rovida dal banco del suo delikatessen a un passo dalla cattedrale, che é fra i migliori della Lombardia, forse d'Italia. E molti a Lodi la pensano ancora così e non sanno capacitarsi di come il Fiorani sia finito a San Vittore, e di tutto quel giro di soldi nascosti, di ville al mare, di traffici, che Dio lo perdoni.
E sabato 28 gennaio c'è l'assemblea della gloriosa Banca popolare di Lodi, frettolosamente e orgogliosamente battezzata Banca popolare italiana nella lunga estate calda delle scalate e delle rovinose cadute. L'assemblea dei soci, che negli ultimi sei anni è stata la messa cantata di Fiorani,  sempre al suo fianco il fido e altezzoso presidente Giovanni Benevento, e il fido e perennemente stupefatto vicepresidente Desiderio Zoncada. All'ultima ordinaria, quella della primavera 2005, ci fu chi scrisse del "tifo da stadio" e della "fedeltà bovina" dei soci della Lodi, esausti come mucche munte da cinque successivi aumenti di capitale, eppure entusiasti come un parco di buoi ubriachi . Il parco buoi, quello che designa in borsa gli investitori meno avveduti. Vennero in tremilacinquecento, quella volta, molti portandosi dietro le famiglie dalla lontana Toscana, dalla lontanissima Sicilia, teatri delle razzie fatte da Fiorani negli ultimi sei anni, con i metodi che oggi tutti conosciamo, ma che un pugno di noi già sapeva - e lo denunciò - anche sei anni fa.
E questa volta, verranno ancora in tanti questa volta all'assemblea che più che una messa cantata o un Te Deum si prospetta come una dolorisissima Via Crucis? Eccome se verranno! Già quattromilacento si sono prenotati, e ci si aspetta che raggiungano la cifra record di quattromilacinquecento sabato prossimo al palazzetto dello sport, che di posti ne ha cinquemila. La Banca, matrigna, neanche un servizio di navetta (per ora) ha organizzato, e per le vettovaglie, ognuno per se. Anzi - sembra di capire - se non venite è meglio, che già abbiamo i nostri problemi. Perché dopo tanto mungere i soci, chissà, potrebbero anche essere incazzati.
Sei anni fa si sfogarono contro l'autore di queste righe, deputato di Lodi e accusatore di Fiorani per gli imbrogli che c'erano stati nell'acquisizione della Popolare di Crema. E come annuiva, quel giorno, il nasone del presidente agli insulti dei soci che si scagliavano contro il deputato, il quale cercava solo di difendere loro, poveri buoi, e la loro banca dagli assalti degli speculatori interni ed esterni. E come sgranava gli occhi beato il vicepresidente che ancora - eravamo nel 2000 - non aveva mostrato tutto ciò che sapeva fare nelle vicende incresciose dell'autostrada Milano-Mare...
Magari questa volta i soci se la prenderanno con qualcun altro. O vorranno indietro i loro soldi. O magari, chissà, cercheranno un altro uomo della provvidenza da cui farsi guidare. Perché infinita può essere, a volte, la stupidità collettiva degli agglomerati umani.
Ma forse a qualcuno verrà in mente di andare a vedere la storia di altre acquisizioni fatte dalla Banca popolare italiana - ex Lodi - come quella, strategica, della Banca Rasini che il commendatore Azzaretto di Missilmeri, nella Sicilia profonda, venne a comprarsi nel dopoguerra fin quassù, perché in Sicilia c'era chi aveva bisogno di smaltire a Milano i suoi soldi. Molti soldi.