Blog is an English word
E' vero: Weblogger - o blogger - è una parola inglese ed è meglio lasciarla così. Anzi, per ben due anni prima di cominciare nel 2006 umbertosblog.splinder.com ho scritto anch'io un blog in inglese concepito, a differenza di questo, come un diario. Quindi del tutto inutile. Qualcuno però, oltreoceano, l'ha trovato interessante e mi ha chiesto di continuarlo. Ma io non ho né tempo né voglia di scrivere due blog, ora che - incitato dagli avvenimenti italiani degli ultimi mesi - ne scrivo regolarmente uno in italiano. Posso però provare ad alternare post in italiano e post in inglese, e chi li legge li legge.
Ma, si chiederà qualcuno, perché diavolo hai fatto per due anni un blog in inglese?
La risposta più semplice e veritiera è che non tutte le cose che facciamo hanno uno scopo o un senso e un blog è, credo, fra le più insensate. Tuttavia appartengo a una scuola di pensiero che viceversa non apprezza chi agisce solo se ha uno scopo. La negazione di uno scopo non è pertanto, per me, affatto insensata.
Ma come mai in inglese? Qui le cose si complicano.
Intanto, costringendomi a scrivere in inglese ho usato uno stile succinto e standardizzato, con entry quasi quotidiane molto più brevi dei miei attuali post in italiano. In secondo luogo, quando non si scrive nella propria lingua si hanno meno remore, e non si cerca di abbellire la frase: Si va all'essenziale. Diventa anche più remota l'idea che qualcuno possa leggerci, il che, pensavo nella prima fase sperimentale, non è male. Invece, come ho detto, non era proprio così: c'è perfino chi si è accorto che avevo concluso il "finto" blog in inglese, senza avvisare che ne aprivo uno "vero" altrove. Me ne ero andato dal web senza lasciare altro indirizzo che il mio vecchio sito. Così sono stato rintracciato, e ho perciò deciso di fare un blog ibrido, ma non soltanto per ragioni linguistiche, almeno spero.
Siccome il blog in lingua italiana l'ho cominciato sull'impulso di quanto accadeva nel mondo bancario e politico italiano, e sul ruolo che io stesso ho avuto in una di queste vicende, credo che continuerò ad occuparmi in italiano delle questioni italiane. Vorrei invece commentare in inglese le questioni internazionali - se credo di avere qualcosa di nuovo da dire, beninteso - che si presentano comunque quasi sempre in ingua inglese. Intendo dire che è abbastanza naturale esprimersi in inglese sulle questioni europee (in Europa l'inglese è lingua ufficiosa, se non ancora ufficiale); sarebbe invece strano usare l'inglese per scrivere, che so, sui "furbetti del quartierino".
Ci sono poi argomenti che possono essere trattati in qualsiasi lingua, e qui dipende dal feeling del momento, Ma se è questione di feeling, allora se stesse a me userei più volentieri il francese, non fosse per tutti quegli accenti...
In ogni caso è importante evitare l'appiattimento, l'eccessiva banalizzazione. Ho partecipato a decine, forse centinaia di riunioni europee negli ultimi quarant'anni. Nel primo ventennio a Brusselle, al Lussemburgo, a Strasburgo si parlava il "Français communautaire" che gli inglesi quando entrarono nelle Comunità ribattezzarono brutalmente "broken French". Non immaginavano quello che sarebbe toccato, nell'ultimo ventennio, alla lingua di Shakespeare e di Milton.
L'inglese credo abbia il doppio dei vocaboli dell'italiano, ma sospetto che nell'Unione Europea se ne impieghino solo due o tremila. Se poi uno si azzarda a usare una qualsasi forma idiomatica é sicuro di vedersi circondato da sguardi ottusi, se non proprio sospettosi o ostili. Certi relatori britannici hanno scelto di non privarsi delle loro forme più ironiche dando per scontato che non saranno capite e pronunciandole ugualmente, con stile veramente britannico, senza la minima espressione facciale. Gli altri non capiscono ma loro sono soddisfatti lo stesso. Io ho fatto una scelta diversa: quando ci tengo che venga messa a verbale un'opinione più appuntita, uso forme americane, se me ne viene in mente una, così anch'io sono contento - ma senza scimmiottare l'inglese britannico che non mi riesce - e magari gli olandesi e gli evedesi apprezzeano (non gli inglesi, però).
This is Europe, honey!