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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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domenica, 05 febbraio 2006

Bombe: Orgoglio e pregiudizio

Per quella che si usa chiamare "eterogenesi dei fini", assistiamo a un accavallarsi di crisi internazionali determinate ad un tempo dalla volontà del presidente iraniano Mahmoud Ahmadi-Nejad di equipaggiare il suo paese con armi atomiche, dalle reazioni di Israele e del mondo, dalla vittoria del movimento Hamas in Palestina, dal confronto sulle vignette anti-islamiche pubblicate da un giornale danese e dalle violenze che ne stanno derivando.
Nella più diffusa di queste vignette, sulla testa del Profeta c'è una bomba con la miccia accesa, dentro a un turbante tipico dell'epoca Moghul - sarebbe come metter in testa a Carlo Magno la parrucca del Re Sole, per dirne solo una sull'ignoranza e sul cattivo gusto che sta all'origine di un pericoloso scontro. Mi pare che siano le bombe il leit-motiv di queste vicende.
Bombe - quelle iraniane - che il presidente statunitense George Bush ha detto che Washington non consentirà. Forse Bush ha dimenticato che Washington quasi cinquant'anni fa aveva avvertito (con meno enfasi però) un altro stato del Vicino Oriente, Israele, di non cercare di dotarsi di ordigni atomici e nucleari.Eppure oggi l'arsenale nucleare di Israele è stimato a duecento bombe nucleari, e rièccoci agli avvertimenti ad un altro stato di quella regione del mondo, l'Iran, da parte di un altro presidente americano, un po' meno autorevole di Dwight Eisenhower.
Gli americani non hanno mai formalmente accettato l'esistenza della bomba israeliana, che infatti fu assemblata beffando gli ispettori americani nel 1961, durante la presidenza Kennedy. Ma l'opinione pubblica americana ha da tempo accettato il fatto compiuto di un Israele nucleare in quanto è considerato uno stato minacciato da ogni parte da vicini (arabi) aggressivi e potenti. Ma è davvero così? E la situazione geopolitica dell'Iran è davvero così diversa?
Nel '56, quando il fondatore dello Stato ebraico Ben Gurion pensò di affidare al il giovane Shimon Peres la missione di andare in Francia per vedere di procurarsi i piani per la bomba, si era alla vigilia della più aperta e violenta aggressione israeliana al mondo arabo, con l'aiuto delle potenze coloniali Francia e Regno Unito: l'attacco a Port Said e al canale di Suez e l'invasione del Sinai. L'attacco, che riuscì a far passare in secondo piano la contemporanea repressione della rivoluzione ungherese da parte dei carri armati sovietici, venne condannato dall'ONU - USA e URSS per una volta si trovarono dalla stessa parte - e mesi dopo gli israeliani dovettero ritirarsi dal Sinai, acquisendo però quel vantaggio strategico sul terreno di cui approfitteranno undici anni dopo sferrando la "gerra dei sei giorni" da cui deriva la presente occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Ma c'era stata la prima guerra arabo-israeliana - si obbietta - quella del '48, dove in realtà Israele dovette combattere da solo contro Egitto, Siria e Giordania. Certo, e con la vittoria israeliana venne così punità l'ottusità dei governi arabi che si erano opposti alla spartizione della Palestina decisa dall'ONU. Ma Israele non era affatto debole, anzi gli effettivi della Hagana, che poi diventerà Tsahal, erano più numerosi di tutte le truppe arabe messe insieme, le quali non erano dotate di un comando unificato ed erano nell'impossibilità di agire - come fecero invece con molta efficacia gli israeliani - per linee interne, spostando le loro forze dove ce n'era più bisogno.
Tuttavia, dopo due guerre, pur vittoriose, è del tutto comprensibile che Ben Gurion ordinasse a Shimon Peres, giovane promessa dei laburisti, di andare in Francia a vedere se poteva mettere in moto un'atomica israeliana. "Ma io non parlo neanche il francese!" esclamò Peres, ma già il vecchio Ben Gurion gli stava dando una delle sue energiche pacche sulle spalle, insieme a una lista di nomi di amici da contattare al suo arrivo a Parigi.
La storia, davvero affascinante, di come gli israeliani si procurarono la bomba in barba agli americani e al resto del mondo la raccontò lo stesso Shimon Peres, con la sua tipica ironia, a un'emittente israeliana. "La Cinq" francese la riprese un paio d'anni fa. Imperdibile è il racconto dell'ispezione degli scienziati americani agli impianti israeliani. "Costruimmo un intero piano sotterraneo di laboratori falsi e rassicuranti per gli americani - racconta Peres -  ma i laboratori veri erano a un piano inferiore, e gli ispettori americani non se ne accorsero!" Ahmadi-Nejad avrà così capito che deve evitare in ogni modo le ispezioni perché oltre ad essere improvvise (quelle americane furono fatte con largo preavviso agli israeliani) la prossima volta potrebbero arrivare ispettori americani armati di trivelle e di badili...
La storia dell'atomica israeliana meriterebbe di essere completata sul piano tecnologico. Si potrebbe scoprire che le tecnologie nucleari in possesso della società francese Snecma erano di origine sovietica, risultato dell'accordo politico sigliato fra Stalin e Charles De Gaulle nel 1944. Davvero la Snecma poteva passare informazioni  "sensibili" agli israeliani senza il consenso dei sovietici? Quesito interessante su cui mi riprometto di tornare.
La differenza principale fra l'Israele del '56 e l'Iran di mezzo secolo dopo è che i loro rispettivi vicini sono ben diversamente equipaggiati: relativamente piccoli e privi di armi nucleari i paesi arabi vicini di Israele, mentre l'Iran - che è un grande produttore di petrolio, e perciò una preda ben più appetitosa di quanto non sia Israele per i suoi nemici - deve fare i conti con il potenziale nucleare di Russia, India, Pakistan, Cina, Israele e soprattutto con quello degli Stati Uniti, i cui avamposti fra le truppe d'occupazione in Irak possono osservare con i loro canocchiali i fedeli shiiti iraniani recarsi alla preghiera del venerdì.
Ciò giustifica forse che l'Europa, gli Stati Uniti, la Russia e l'ONU chiudano un occhio sull'atomica iraniana? Assolutamente no, ma si conferma la saggezza popolare del proverbio: "Chi semina vento, raccoglie tempesta".

P.S. Ti pareva che il professor Guido Rossi non approfittasse delle luci di scena accese di nuovo su di lui ("Il mio nome è Rossi", mio blog di ieri) per riscrivere la storia delle scalate bancarie in modo da mettere se stesso nella luce migliore! Eccolo lì, gongolante e superfotografato sui giornali di oggi, che racconta alla "Repubblica" di aver tolto d'impaccio Unipol ("'tel chi!" - dicono a Milano) che si era messa in una difficile situazione politica. Mentre sul "Corriere della sera" gigioneggia: "Una bella operazione, bellissima. Mi sono persino divertito. Sono contento per l'Unipol che stava correndo un rischio piuttosto alto". Che understatement, professore! E i suoi precedenti rapporti con gli spagnoli di Bbva? "Una leggenda metropolitana..."
Peccato che nessuno gli abbia chiesto dei suoi rapporti con Abn Amro, e se era stato avvisato della diffusione delle intercettazioni dell'estate scorsa. E come mai neanche una parola sul suo amico Francesco Greco, procuratore a Milano, che pure ha avuto un ruolo decisivo per il successo? Unici guastafeste, quelli del "Sole 24 ore" i quali, forse pentiti per lo slancio ultrarossista di ieri, raccolgono la comprensibile irritazione dei veri protagonisti dell'accordo risolutivo con Bnp Paribas titolando: "Erede e Pedersoli rivendicano il vero ruolo di 'dealmaker'".
Ma nessuno batte in velocità il professor Guido Rossi, quando si tratta di procure e di media.