Quanto è distante Lodi da Milano?
"Cinque ore di lavoro intenso, senza pausa pranzo, al quarto piano di Palazzo di giustizia di Milano..." Così Mara Monti del "Sole 24 ore" ha descritto la riunione, il 10 gennaio, di tutti i procuratori coinvolti nelle diverse inchieste sulle "scalate bancarie". I magistrati di Milano, i magistrati di Roma, la Guardia di finanza.
E i magistrati di Lodi, dov'erano i magistrati di Lodi? Non è forse Lodi la Furbacchiopoli italiana?
Per la verità, una puntata alla Procura di Milano l'hanno fatta anche i magistrati di Lodi, i quali si sono accodati alla Consob che sull'ipotesi di falso in bilancio alla BPI aveva mandato a quella Procura un esposto due settimane fa.
Due settimane fa! Ma prima di allora non era successo niente che attirasse l'attenzione della Procura locale? Eppure già nel 2000 si era appuntata sull'allora BPL l'attenzione della Consob (e della Vigilanza della Banca d'Italia, ma a via Nazionale ci pensava Fazio poi a tagliare e a smorzare) dopo lo scandalo dell'acquisizione della Popolare di Crema.
Per non dire dell'autore di queste note, il quale da deputato di Lodi inviava il 28 aprile di quell'anno al ministro del Tesoro una "interrogazione a risposta scritta", nella quale si ricordava che "Consob aveva già fatto un richiamo alla Popolare di Lodi in occasione del recente aumento di capitale per la disinvoltura con la quale venivano annunciati accordi ancora del tutto vaghi, a ridosso della presentazione agli investitori del prospetto informativo, provocando così brusche escursioni del titolo". Se non fosse che gli atti parlamentari di sindacato ispettivo non devono sconfinare nell'aneddotica, avrei potuto aggiungere che i capi della Lodi e della Crema non l'avevano ancora trasmesso, il prospetto informativo finale, che già erano imbandite le tavole con i rinfreschi per festeggiare l'avvenuta acquisizione della banca cugina.
Dopo due pagine e mezzo di premesse che - com'è uso - inquadravano e documentavano la questione, arrivavo alle tre richieste precise fatte al ministro (il quale mai mi rispose, beninteso), che così riassumo: 1. c'è stata un'efficace funzione di controllo sulla banca per mettere al riparo i soci, gli investitori, e i terzi? 2. si sono considerate sanzioni amministrative contro il Consiglio di amministrazione, il Collegio sindacale e il direttore generale, sanzioni previste dall'art.145 del decreto legislativo n.385 del 1993? 3. cosa intende fare il governo affinché la Banca d'Italia "presti maggiore attenzione a quanto accade nelle situazioni periferiche di Gruppi non ancora consolidati, come quello in corso di costituzione da parte della Banca popolare di Lodi, per evitare che certe inefficienze operative si risolvano in un rischio di non trasparenza con ripercussioni sull'intero Gruppo e danni alla credibilità del sistema creditizio italiano".
Certo, non potevo prevedere allora quanto sarebbero stati ingenti, questi danni, al punto che solo con la rimozione di Antonio Fazio si potrà cominciare a ripararli, con un ritardo di cinque anni.
Pensate che il cortesissimo e cerimoniosissimo ("Caro onorevole, come sta? Posso salutarla?") procuratore capo di Lodi di allora, il dottor Giuseppe Lamattina, si sia chiesto se non fosse il caso di andare a vedere cosa succedeva nella banca? Assolutamente no. Di verificare se quanto diceva il deputato locale rispondeva a verità? Ma non sia mai! E anche due anni dopo, quando il deputato Giovine era stato fortunosamente sostituito dal fazista di complemento Emanuele Falsitta (sì, il fiscalista di Paolo Berlusconi, qualifica che parla da se) e la Consob mandò un esposto sull'acquisizione della Popolare di Crema, cosa fece l'ottimo Lamattina? Infilò il dossier in un'intercapedine virtuale come quella più celebre del dossier Moro in via Monte nevoso a Milano, e lì lo lasciò a impolverarsi fino all'archiviazione per decorrenza dei termini avvenuta nella calda estate del 2005. Calda per le torride scalate bancarie di cui tutti ancora parlano, ora che è sceso l'inverno e fa freddo.
Frattanto la figlia del procuratore capo Elena Lamattina era stata assunta dalla BPL, perché di Fiorani tutto si può dire fuori che abbia mai dimenticato un favore ricevuto.
"I più maligni sospettano - nota il perfido corsivista del "Sole 24 ore" - che l'assunzione sia avvenuta proprio nello stesso periodo in cui esplodeva l'affare della Popolare di Crema..."
Il giornalista d'assalto del "Cittadino" di Lodi, Francesco Gastaldi - che sta alle vicende bancarie lodigiane come Fanfulla sta alla Disfida di Barletta - fa notare che tanto tardiva è stata l'apertura - e la contestuale chiusura - del "dossier Crema" da parte dell'ex procuratore Lamattina, quanto impalpabile è stata la liquidazione dello stesso dossier nel pieno delle scorse ferie estive. Che sia vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, come dice quella vecchia volpe di Andreotti che si ostina a rifiutarsi a finire in pellicceria?
Qui si fa tardi, e non ho più il tempo di spiegare il titolo di questo post: "Quanto è distante Lodi da Milano". Siccome non intendo liquidare un argomento così importante in poche righe, prometto di tornarci sopra asap (as soon as possible), come si scrive nei blog che si rispettano.
Zio Romi
In uno dei "brogliacci" in cui sono trascritte le chilometriche intercettazioni telefoniche della "furbacchiopoli" italiana compare un personaggio chiamato familiarmente da uno degli interlocutori con l'appellativo "zio Romi". Nella storia delle scalate bancarie, così come nelle storie di mafia e nei casi di pedofilia, il termine "zio" non promette niente di buono.
"Sei proprio sicuro di volerlo conoscere? - mi chiese un comune amico, mio e dello "zio", e suo ex compagno di classe - Guarda che è un tipo...tosto", dove si capiva dalla breve esitazione che quel tosto era un eufemismo. Mitridatizzato da ogni genere di "tipi tosti" italiani e non, e non considerandomi a mia volta un'educanda, dissi che sì, che volevo conoscerlo perché mi pareva l'unico abbastanza vicino a Berlusconi da potergli fare qualche raccomandazione sul collegio di Lodi che stavo lasciando. Nella speranza che cinque anni di lavoro che avevo fatto nel collegio dove mi ero trasferito subito dopo essere stato eletto nella primavera del 1996, non scomparissero insieme a me. E' quasi impossibile, in politica, trascurare questi aspetti che al non politico possono sembrare del tutto irrilevanti. Per esempio, se un direttore generale lascia l'azienda, se ne va senza voltarsi indietro. Il rapporto fra il deputato eletto e il suo collegio, invece, in quello che doveva essere l'inizio della stagione uninominale portata a prematura fine dalla legge elettorale del 2005, non si può liquidare con una letterina di commiato agli elettori. Per questo volevo parlare col neo-eletto senatore Romano Comincioli, anche se non era precisamente lui il mio successore: al mio collegio della Camera era stato infatti destinato da Berlusconi un certo Emanuele Falsitta, erede di un noto studio fiscale milanese nonché fiscalista di suo fratello Paolo. Di costui Vittorio Feltri ebbe a scrivere sul suo quotidiano: Non sarebbe meglio pagare le parcelle ai fiscalisti, anziché mandarli in parlamento? Ma più si è ricchi più si è taccagni, gli avrei risposto io.
Invitai Comincioli alla trattoria lodigiana della Torretta, oltre il cimitero, mettendo subito in chiaro che il conto l'avrei pagato io perché avevo sollecitato l'incontro. Alla fine del pasto ci salutammo: lui certamente non avrebbe tenuto in nessuna considerazione, malgrado avesse perfino preso appunti su un taccuino, ciò che gli aveva raccomandato uno come me sicuramente inviso al suo padrone; io mi ero rafforzato nella convinzione che i tipi tosti sono solo quelli che un padrone non ce l'hanno. Chi rende conto a un padrone non saprai mai se è davvero tosto o no. Ridimensionai mentalmente "zio Romi" al ruolo di "simpatico gangster", agevolato dalla figura massiccia e dal sorrisone complice del neosenatore.
Simpatico, si capisce, solo per chi come me non aveva avuto a che fare con lui se non per un pranzetto bagnato dal vino frizzante di San Colombano adatto ai robusti sapori lodigiani.
Chissà invece cosa ne avrebbe pensato il defunto banchiere Roberto Calvi se non fosse finito impiccato sotto al ponte dei Black Friars a Londra, il 18 giugno del 1982? Calvi non ebbe la fortuna capitata a Gianpiero Fiorani di trovarsi al sicuro a San Vittore, col solo problema di stare attento alla tazzina di caffè, costata la vita a un altro avventuroso banchiere amico dei politici, Michele Sindona, ma non credo avrebbe accettato "simpatico gangster" come la definizione più appropriata per il socio in affari di Flavio Carboni,faccendiere sardo scoperto da Ciriaco De Mita, sotto accusa proprio per l'assassinio dell'ex patron del Banco Ambrosiano.
Fra Calvi e Carboni si era creato un forte sodalizio, di quelli che a Napoli chiamano "tieneme ché te tengo", fin da quando il banchiere era stato tradotto nel carcere della Cagnola a Lodi - all'epoca pio e grasso entroterra agricolo di Milano (sarà capoluogo di Provincia solo nel 1995)- per esportazione illegale di valuta.
Nel carcere di Lodi ci fu anche un dubbio tentativo di suicidio del banchiere, ma se il tribunale milanese, nel condannare il 20 luglio 1981 Calvi a quattro anni di reclusione non gli avesse concesso la libertà provvisoria, l'amico di Carboni e Comincioli non sarebbe finito come è finito. Invece, scrive Ferruccio Pinotti in "Poteri forti" (BUR 2005) "i due (Roberto Calvi e Flavio Carboni) si appoggeranno a vicenda, politicamente il primo, finanziariamente il secondo, attraverso un meccanismo che andrà avanti fino al 18 giugno 1982, a Londra, quando Carboni abbandonerà Calvi al suo destino". Il finto suicidio servì comunque allo scopo: i politici più in vista denunciarono il clima di "violenza intimidatoria" in cui si stava svolgendo il processo. Il segretario socialista Craxi disse che i magistrati "facevano un uso politico dei documenti giudiziari". Più o meno quello che dice oggi il segretario diessino Piero Fassino in riferimento alle intercettazioni telefoniche delle settimane scorse. I particolari della tragica vicenda Calvi furono narrati in modo completo per la prima volta oltre venti anni fa da Larry Gurwin ("The Calvi Affair" Pan Books 1984), prima che Giuseppe Ferrara ne facesse un film.
Cosa aveva a che fare Romano Comincioli, che ha lavorato per Berlusconi fin da quando rubava (ci giurerei) le merende per suo conto a scuola dai Salesiani, con Flavio Carboni? Questo non lo chiesi al nostro comune amico, il suo compagno di classe, perché non me l'avrebbe detto.
Ma abbiamo gli atti di un paio di processi - ultimo quello di Palermo contro Marcello Dell'Utri - e altri documenti attendibili, per aiutarci a capire.
Traccia indiscutibile della zampa di Comincioli, o del suo zoccolo, se seguiamo la metafora asinina dedicatagli da Silvio Berlusconi, la troviamo in una delle sessanta pagine del "memoriale Pellicani" - dal nome dell'amministratore per quasi dieci anni degli affari di Carboni arrestato a Trieste a fine 1982 dal pubblico ministero Oliviero Drigani. Pellicani sostiene che nel settembre 1981, circa quattro miliardi di lire di debiti di Carboni "vengono accomodati con assegni ed effetti della Generale Commerciale, firmati dal Comincioli in quanto il Carboni si dichiara creditore del Berlusconi di circa sette miliardi, in considerazione del fatto che gli aveva ceduto la società Contra dei Marinai, con sede in Olbia, proprietaria di circa 160 ettari con una volumetria edificabile di circa 160.000 metri cubi".
Fu la conclusione di un vortice di iniziative immobiliari in Sardegna iniziate nel 1975 quando Comincioli, allora responsabile di una rete di venditori dell'Edilnord, mise piede per la prima volta in Gallura...
La Generale Commerciale menzionata da Emilio Pellicani era stata messa in piedi da Comincioli con l'aiuto di Marisa Bosco, conosciuta nell'istituto di cui era stato procuratore il padre di Silvio, Luigi, la molto chiacchierata Banca Rasini divenuta nel tempo proprietà della Banca Popolare di Lodi. Ne riparlerò più in là.