Il prezzo di una candidatura
Si chiudono le consultazioni nei partiti sulle candidature alla Camera e al Senato per le elezioni politiche italiane del 9 aprile. Leggo di deputati e senatori letteralmente disperati perché sanno che non verranno ricandidati. Capisco il loro stato d'animo ma non condivido la loro disperazione. Intanto vorrei rassicurarli sul fatto che dopo qualche tempo di assenza da Montecitorio o da Palazzo Madama non solo si sta bene lo stesso, ma si comincia ad apprezzare il sollievo dallo stress. Almeno da quello stress che è tipico dell'attività parlamentare, del quale magari non ci si accorgeva prima. Quando uno si abitua a non sedere più su quegli scranni non può che rallegrarsene per il suo stato mentale e fisico.
Quando si era eletti con il collegio uninominale era tuttavia forte la sensazione dell'importanza di rappresentare il popolo, gli elettori del proprio collegio, e questo compensava il peso della mole di lavoro in aula, nelle commissioni, nel collegio e nella società. Ma con l'assurda riforma elettorale del 2005 il parlamentare rappresenta in verità un partito o una coalizione di partiti. Il popolo è molto lontano, magari non sa neanche chi sono i parlamentari che elegge, visto che sono un pugno di capi-partito a decidere le candidature.
Era così anche alla fine della XIII legislatura, beninteso, ma almeno allora era chiaro quando i capi-partito prevaricavano sulla volontà popolare del collegio. Più gli elettori sostenevano il loro deputato, più capi e capetti temevano che quel deputato "si radicasse sul territorio" e fosse difficile poi liberarsene. E si affrettavano a non candidarlo, sostituendolo con gente manipolabile. Così accadde in effetti nel mio collegio lombardo di Lodi su impulso di persone attualmente inquisite per il malaffare bancario. Ho già scritto su queste circostanze, e domani scriverò quello che potrebbe essere il capitolo finale. Oggi invece vorrei spiegare come talvolta il desiderio di essere confermato nel proprio seggio parlamentare possa interferire con la propria dignità personale, e che in questo caso non bisogna avere dubbi sulla strada da prendere.
Nei giorni delle candidature, all'inizio della primavera del 2001, avevo preso in auto la strada di Genova dove dovevo tenere una conferenza. Da lì avrei proseguito per Roma, dove avevo intenzione di informarmi alla fonte se ero candidato o no. Prima però dovevo essere intervistato dalla principale rete televisiva greca sul mio ruolo nella lotta alla dittatura militare trent'anni prima.
Riflettei sul fatto, curioso, che la mia storia parlamentare era cominciata cinque anni prima a Palermo - dove partecipavo a un congresso federalista con Gianfranco Miglio quando fui candidato dopo un duro scontro - e poteva ora concludersi a Genova: due città del tutto eccentriche rispetto alla mia attività politica di quegli anni. La conferenza mi mise ancora una volta in contatto con l'universo della paternità negata, il dramma dei figli e delle famiglie interrotte. Fatti reali e dolorosi (avevo, come ho già scritto, presentato una proposta di legge sull'affido condiviso dei fligli dei separati e dei divorziati), in contrasto con il mondo artificiale della politica contemporanea. Dormii a Genova e la mattina dopo di buon'ora mi diressi verso Roma dove, in piazza della Repubblica, incontrai il mio vecchio amico Costas Tsimas, a suo tempo braccio destro di Andreas Papandreou, poi capo dei servizi segreti della Grecia democratica. Il nostro abbraccio in piazza venne ripreso dalle telecamere, poi ci spostammo nella hall di un albergo per le interviste, nelle quali ripercorremmo gli anni della clandestinità e della lotta antifascista.
Frattanto un'agenzia segnalava che una vera folla di parlamentari di Forza Italia e di candidati alla candidatura vocianti si accalcava nel cortile di Palazzo Grazioli, dimora romana di Silvio Berlusconi, mentre al secondo piano del palazzo una pattuglia di collaboratori del capo si accapigliava sulle candidature. Deputati e candidati si spintonavano sotto le finestre di Berlusconi e noi, un paio di chilometri di là, rievocavamo anni di ferro, battaglie vere...
Finite le interviste decisi di rinunciare a recarmi nella zona politica della capitale e a parlare con i due o tre dirigenti preposti alle candidature. Mi parve che le vicende di trent'anni prima, appena rievocate per la televisione, mi impedissero di mettermi nella poco dignitosa posizione di chiedere ciò che a mio avviso mi spettava: la riconferma in un collegio in cui oltre duemila elettori ed elettrici avevano mandato a Berlusconi una e-mail per chiedere la mia ricandidatura. Se malgrado ciò - o meglio, proprio per questo - non volevano ricandidarmi, se ne prendessero loro la responsabilità. Io non avrei chiesto niente.
Accettai invece un invito di Kostas ad andare a cena col suo amico ammiraglio Fulvio Martini, fino a qualche tempo prima capo del Sismi. Il primo a parlarmi di Martini, allora sconosciuto, era stato il leggendario colonnello Giovannone - altra persona che ricordo con rimpianto - una ventina di anni prima. Martini morirà poco tempo dopo quella cena. Essermi intrattenuto con Martini, con sua moglie e con Kostas - morto anche lui ad Atene un paio di mesi fa - fu sicuramente il modo migliore di passare quell'ultima serata romana da parlamentare.
Infatti non fui ricandidato. Ora, cinque anni dopo tutti sanno il perché: chi decise, chi pagò, chi incassò...
Post hoc...
...ergo propter hoc. In latino è più semplice dirlo: se il fatto B è accaduto dopo il fatto A, vuol dire che è stato A a provocarlo. Ciò presuppone che i fatti A e B accadano in un medesimo contesto. Su questo rapporto si è molto discusso, collegandolo anche al rapporto causa-effetto. La forza del principio "post hoc ergo propter hoc" sta nell'impossibilità del suo contrario: è infatti assai improbabile che qualcosa che accade prima sia provocata da qualcosa che accade dopo.
Significa, questo, che il sottosegretario alle Riforme del governo Berlusconi on. Aldo Brancher e il sottosegretario alle Comunicazioni on. Paolo Romani sono politici corrotti in quanto ottennero dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani consistenti favori finanziari subito dopo aver accettato da Fiorani stesso l'imposizione di un candidato di centrodestra perdente alla carica di sindaco di Lodi? (Leggere in questo blog il post "Capodanno, capodanni"). Loro diranno che non sono corrotti e che è per pura coincidenza che i soldi della banca sono arrivati nelle loro tasche subito dopo aver concesso alla Popolare il favore politico che il suo numero uno chiedeva. Ma se dicono questo mentono.
Se infatti la loro scelta di affossare - senza spiegazioni e senza motivo - una candidatura per imporne un'altra non era dovuta a un diktat di Fiorani, allora dovevano stare bene attenti a farsi finanziare da qualsiasi altra banca, popolare o no, evitando ad ogni costo la Popolare di Lodi, per non essere sfiorati dal sospetto del "post hoc ergo propter hoc". Ma temo per loro che nessun'altra banca, proprio nessuna, avrebbe accordato a questi due uomini d'affari improvvisati e disastrati le condizioni da clienti privilegiati che ottennero sei anni fa da Fiorani. Quale banca seria avrebbe infatti messo la firma (e così in fretta!) sotto ai generosi finanziamenti ottenuti dal duo Romani-Brancher, più propenso alla bancarotta l'uno, alle tangenti l'altro, che non alla corretta gestione di un fido?
Certo, i due compari non immaginavano lontanamente che le prove documentali della loro corruzione - ancora più grave in quanto miserabile - sarebbero saltate fuori anni dopo. Né tanto meno che il potente Fiorani sarebbe finito in carcere, e i loro nomi sui giornali. Le cose apparivano facili, in quell'inverno del 2000: facciamo a Fiorani un favore che non ci costa nulla - devono aver pensato i due, a cui non importava certo che il municipio di un capoluogo andasse alla parte avversa - e portiamo a casa un po' di soldi. Alla faccia degli impegni presi in precedenza con il deputato di quel collegio che oggi scrive queste righe.
Il fatto è che quasi tutto può essere perdonato in politica: errori, ritardi, favoritismi, perfino il disinvolto uso dei soldi. Ma non il giocare a perdere, tirare nella propria porta, vendersi per favorire l'avversario. Questo in politica è inaccettabile e imperdonabile.
L'unico castigo appropriato per chi si è fatto pagare per favorire la squadra avversa è l'espulsione dal campionato della politica, per usare una metafora calcistica come quelle che piacciono a Sivio Berlusconi.
Ma Berlusconi é d'accordo con noi! - dissero all'epoca cortigiani e ruffiani del capo. Falso. Poco tempo dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nella città di Lodi, Berlusconi disse invece che candidati così non li avrebbe votati neppure lui...
Per una fortunata circostanza quando le agenzie riportarono questa frase del presidente, durante un consiglio nazionale di Forza Italia, i due compari Romani e Brancher erano insieme al bar dell'albergo romano dove il consiglio si svolgeva, così potei sbattergli in faccia il lancio dell'agenzia e dirgli la mia opinione sulla loro spregevole condotta. Ma cosa volete che importasse a quei due che il loro presidente li avesse clamorosamente smentiti? Avevano i soldi in saccoccia e una banca come amica, ormai, per i loro debiti futuri.
C'è qualcosa da imparare da questa squallida storia? No, non c'è niente da imparare. La corruzione esiste da sempre - così si consolano gli italiani più cinici - e di corrotti di mezza tacca come Romani e Brancher ce ne sono dappertutto. Questa categoria però prospera solo quando l'etica di una società sta arrivando ai minimi. Essi rappresentano il termometro del livello di corruzione di un paese, e dell'assuefazione ad essa dei cittadini.
P.S. Non vorrei sembrare ingenuo, scrivendo che i due corrotti di turno dovevano evitare di farsi finanziare dalla Popolare di Lodi, come se non sapessi che quella banca in passato ha chiesto ad altre banche amiche il favore di finanziare Tizio o Caio per non lasciare la sua impronta. Lo so benissimo. Addirittura, anni fa, fu un'altra banca della Bassa padana a regalare una costosa automobile ad un funzionario che era stato compiacente con la Popolare di Lodi, perché la corruzione non fosse troppo evidente. L'aver trascurato anche questa minima precauzione dimostra ad un tempo la certezza di impunità e la cialtroneria di Romani e Brancher e di quelli come loro, a destra e a sinistra dello schieramento politico.