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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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mercoledì, 24 maggio 2006

Cronaca e storia

Da qualche tempo si regalano per i compleanni le pagine dei quotidiani corrispondenti alla data di nascita del festeggiato. E'un modo per mettere in relazione la cronaca personale di una nascita con la cronaca tout-court, e anche con la storia. Specie se quel giorno sono successi eventi che hanno lasciato un segno nel tempo.
Ma ci possono essere fatti meno importanti - l'uscita di un film nelle sale cinematografiche, la morte di un artista o di uno scienziato, un evento sportivo - che risultano non meno evocativi. Come l'uscita del disneyano "Dumbo" nelle sale americane qualche settimana dopo la mia nascita, e l'evocazione comica di quello stesso evento nel film "1941, Attacco a Hollywood" di Spielberg.
Così non mi è sfuggita la data di fondazione (1941) del Bar Cento in piazza Monteceneri, stampata con orgoglio sulle bustine dello zucchero. All'interno, una foto ingiallita e incorniciata appesa accanto a un tavolo per i giochi di carte mostra la facciata del "Bar Cento Ristorante" con davanti un uomo e una ragazza che indossano vestiti da definire ormai "d'epoca", perché niente più hanno di contemporaneo: davvero di un secolo passato. Esco per controllare e noto che la parola "Ristorante" non è più dipinta sulla facciata, ma che "Bar Cento" è scritto in modo identico e nello stesso posto, con gli stessi caratteri che sicuramente all'epoca si saranno chiamati "moderni", ma brillanti perché ravvivati di recente. L'assenza della parola "Ristorante" dà un'impressione di squilibrio, per chi sa che c'era, perché "Bar Cento" è rimasto dove era prima.
Anche senza risalire alla data di nascita (negli Stati Uniti, quando i primi baby-boomers hanno superato i sessant'anni c'è stato e c'è ancora sconcerto) il fatto che episodi della nostra cronaca personale siano entrati nella storia non cessa di sorprendermi.
Il neoeletto presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano è andato in pellegrinaggio a Ventotene sulla tomba di Altiero Spinelli. Ho letto "Manifesto di Ventotene" di Spinelli e Rossi per la prima volta nel 1960: era il "libro dei salmi" di noi giovani federalisti. Ricordo bene quell'edizione semiclandestina della Guanda con la copertina a colori piatti di mescola, e la carta che oggi chiameremmo riciclata ma che allora era semplicemente carta da pochi soldi. Però lo lessi bene, quello scritto ignorato da tutti eccetto noi, così bene da capire - lo stesso Altiero me lo spiegò meglio in seguito - qual era la mentalità degli antifascisti al confino in quell'isola ventosa dele Pontine, in quell'anno 1942. Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e gli altri vedevano che i nazisti avevano di fatto unificato l'Europa trasformandola in un grande carcere. Ma l'Europa era comunque unita, pensavano, e sarebbe stato assurdo tornare dopo la guerra ai vecchi stati nazionali che la guerra l'avevano provocata. Stalingrado e lo sbarco in Normandia erano ancora lontani...
Ed ecco che un passato più recente ritorna sulle pagine dei giornali, anch'esso corredato da foto in bianco e nero, quelle dell'effimera unificazione fra socialisti e socialdemocratici, portata ad esempio di cosa non bisogna fare per creare un nuovo partito. Il "Corriere" riproduce anche - a colori - la prima tessera del Psi-Psdi unificati, quella che anch'io avevo in tasca dopo essermi iscritto l'anno prima ("Quarant'anni di sospetti") con conseguenze personali a dir poco imprevedibili. Nessuna nostalgia, anzi una certa tristezza. Già da due anni del resto collaboravo - come federalista - alla "Critica Sociale" diretta da Giuseppe Faravelli e Ugoberto Alfassio Grimaldi, rivista che avrei a mia volta diretto anni dopo. Il mio approdo socialista era la rivista fondata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff nel 1891, un anno prima della fondazione del Psi, piuttosto che il partito.
A un convegno nazionale di collaboratori della "Critica" a Milano avevo incontrato per la prima volta, mi pare fosse il 1966, Bettino Craxi che era segretario della federazione socialista e ci ospitava nella sede di viale Lunigiana.
Mi colpì il discorso che fece quel giorno, privo della consueta retorica socialista, e il suo maglione dolcevita nero, del tutto inconsueto per un leader del Psi.