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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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martedì, 03 gennaio 2006

Capodanno, capodanni

Capodanno 2006. Il tempo è buono sul Ceresio. Esco a fare una passeggiata per il sentiero dei contrabbandieri che porta dalle pendici del Brè, la montagna che domina Lugano a nord, fino all’alpe di Porlezza sulla riva estrema del lago. Dopo gli spalloni e tutti quelli che andavano di frodo, i van de sfross com’aschi, si sono arrampicati in senso inverso lungo il “viottolo dei frassini”, durante la guerra civile italiana, ebrei e partigiani fuggiaschi. Oggi è in treno e in auto che si spallonano i soldi dall’Italia, come nella vicenda di Bipielle Bank Suisse, la banca svizzera della BPI, oppure il caviale pigiato nei vasetti con sopra scritto marmellata di more…
Cammino al ritmo di una vecchia canzone di contrabbandieri, “Figli di nessuno”, mugolando i versi che ricordo: “…ma ci basta uno / che ci sappia comandare e governar / figli di nessuno / anche a digiuno saprem marciar”.
Il mio intento oggi è meno avventuroso: sto studiando un nuovo percorso per il jogging mattutino, e intendo calcolare cinque chilometri con un dislivello ragionevole, oltre a controllare se fra i cani che passeggiano a questa altezza e a quest’ora ce ne sono che abbiano l’aria di avventarsi volentieri ai polpacci di un jogger. Ai cani ho sempre preferito i gatti, almeno da quando, bambino, fui inseguito da un immenso pastore tedesco in una strada della mia città, riuscendo a raggiungere i miei quando ormai sentivo il cagnone alle calcagna. E il padrone del cane a dire: “Il mio Fido non ha mai fatto male a nessuno: il vostro bambino deve averlo provocato…” Io? Lui! Avevo un groppo in gola e mi mancava il fiato per reagire al babbo e alla mamma che quasi stavano per rimproverarmi. Una delle poche volte nella mia vita in cui ho voluto uccidere qualcuno. Il padrone, non il cane che mi guardava tranquillo e sornione, accucciato accanto a quel mostro…
Quassù però non c’è un’anima né un animale. Solo qualche impronta di zampe nella neve ormai ghiacciata. Favorito dal silenzio, come ogni capodanno penso alla sera prima e ad altre vigilie. Su ieri sera c’è poco da ricordare: lo smoking, il “Romeo y Julieta” (in Svizzera si può ancora fumare nei locali pubblici) l’atmosfera anni ’30 dello “Splendide”, l’albergo che conobbi molti anni fa quando ci incontrai la prima volta il finanziere-mecenate Orazio Bagnasco, brevi conversazioni in diverse lingue e signore eleganti, alcune anche belle ancorché non giovanissime. Poi a passeggio in piazza della Riforma, piena di pezzi di vetro delle bottiglie rotte, e di ragazzi che si agitano al ritmo di “YMCA” e che a tutti i costi devono trangugiare litri di birra.
Tutt’altra cosa dal San Silvestro del ’99.
Il 31 dicembre 1999 fu memorabile per i festeggiamenti (con un anno di anticipo) dell’inizio del terzo millennio, gli straordinari assembramenti e i ciclopici ingorghi, come quelli di cui fummo  testimoni a Roma. Ero in giro con Elena sul Pincio, dove saggiamente eravamo arrivati a piedi, verso la mezzanotte. Mi ero portato dietro spumante e bicchieri, lo spumante in una mano, i due bicchieri di vetro nell’altra. Infatti  il brindisi di mezzanotte lo facemmo all’aperto, nell’unica radura sulla sommità dove ci si poté fermare per un minuto senza essere travolti da una folla di ragazzi e ragazze. In un’altra parte della città mio figlio Luigi, venuto da Washington per le feste con la sua fidanzata, brindava al nuovo anno in macchina, bloccato in un ingorgo…
Perfino a Lodi, antica città lombarda poco nota per la sua vivacità, nonché mio collegio elettorale, si erano manifestati segni di nervosismo in quei giorni, ma per ragioni piuttosto locali che millenaristiche. La designazione del candidato sindaco per il centro-destra alle elezioni della successiva primavera faceva fibrillare noi dell’opposizione, ma anche il campo avverso che sperava, con ragione, in un nostro errore e cospirava con Gianpiero Fiorani, il numero uno della Banca Popolare di Lodi, per aiutarci a farlo, quell’errore. Il candidato prescelto – un primario ospedaliero che secondo me poteva vincere – aveva dovuto ritirarsi per un’incompatibilità, o ineleggibilità non ricordo bene. Mi parve che il responsabile provinciale di Forza Italia, un mediocre veterinario di Casalpusterlengo, Marco Votta, non sapesse che pesci prendere: i giorni passavano e il candidato non veniva fuori.
Come deputato non ero tenuto a intervenire, ma se perdevamo le elezioni sarei stato indubbiamente coinvolto nella sconfitta.
Dopo qualche giorno di attesa, a fine dicembre, avevo deciso di farmi vivo per primo con un’intervista al “Cittadino”, il quotidiano locale di proprietà della Curia vescovile, e con un intervento sul “Corriere dell’Adda”, settimanale a noi vicino diretto da Antonella Granata. Non avevo un mio candidato – o meglio ce l’avevo ma sapevo che non avrebbe accettato. Dissi al “Cittadino”, e scrissi sul “Corriere”, semplicemente che bisognava trovarlo, questo candidato, e alla svelta.
Il solo fatto che l’ingombrante deputato di Lodi si muovesse suscitò reazioni ostili da parte del gruppetto attorno a Votta, il quale sembrava non rendersi conto che, da consigliere regionale, anche lui sarebbe stato seriamente danneggiato da una sconfitta al municipio di Lodi. Ma Votta aspettava il segnale dei suoi sponsor, che non erano quelli di Forza Italia, ma quelli della Banca Popolare di Lodi, la potente e onnipresente banca locale cui era legato da interessi di vario genere. (Una sera che chiacchieravamo davanti alla sede del partito nella piazza principale della città, mesi addietro, me ne aveva anche accennato vagamente, per vedere se ero interessato. Si trattava di certe iniziative agricole nel Centro-America, sulle quali avevo preferito non approfondire, arrivando fino a manifestare ignoranza sull’esatta collocazione geografica del Costarica).
Fiorani probabilmente non avrebbe preso l’iniziativa nella gara per il sindaco della città: gli bastava controllare che i vassalli e quelli a libro-paga della banca, a destra e a sinistra, non facessero colpi di testa. In quella consultazione, la Banca giocava chiaramente per la sinistra, che già controllava la Provincia con l’attuale sindaco Lorenzo Guerini. Una volta che fui giunto a questa convinzione - e non avendo niente da sparire con la Popolare, anzi - decisi di prendere io l’iniziativa, come deputato di Lodi, senza riuscire neanche a immaginare la serie di reazioni a catena che avrei messo in moto, eventi di cui ancora oggi si parla a Lodi.
E da diverse settimane anche fuori Lodi.