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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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venerdì, 28 aprile 2006

 

Quarant'anni di sospetti

Il 1966 è un anno che mi ricorda molte cose personali (a cominciare dall'incontro con Dana Claire che avrei sposato un anno dopo) ma quasi niente sul piano politico. Invece, a ripensarci, quell'anno rappresenta per me la fine dell'innocenza politica - se esiste davvero un tale stato.
Non perché fossi ignaro della brutalità dello scontro politico, ché niente era più rozzo e più spietato della politica universitaria, dove si riteneva che tutto fosse consentito, dai brogli alla compravendita di voti degli studenti esteri squattrinati in cambio di buoni-mensa, ai tradimenti più clamorosi, spesso fine a se stessi.
E certo non perché ignorassi la rete poliziesca che anche in un paese democratico come l'Italia ci teneva sotto controllo a causa - o con il pretesto - della "guerra fredda". Per non parlare dell'anno di studio passato in Polonia, che mi aveva esposto al sospetto e alle vendette della polizia politica di un paese comunista satellite. E alla mania archivistica dei suoi referenti moscoviti. E infine nemmeno perché mi illudessi che negli Stati Uniti, dove avevo soggiornato alcuni mesi l'anno prima, si potesse davvero sfuggire all'occhiuto controllo dell'FBI del potentissimo Edgar Hoover, con la sua aria da "cattivo" di Hollywood, i suoi schedari ricattatorii a 360° e gli scheletri nascosti nell'armadio che saranno scoperti solo quando finirà sei piedi sottoterra, dopo essere sopravvissuto a sé stesso e a cinque o sei presidenti.
Insomma, quarant'anni fa ero piuttosto avvertito sui fatti della vita - piuttosto scetàto, direbbero i napoletani - o almeno così credevo.
Finché un giorno di quella che sarebbe stata la mia ultima primavera da scapolo, le cose cambiarono all'improvviso, in seguito al colloquio con un giovane diplomatico americano che conoscevo da tempo e che credo non avesse nessun interesse a raccontarmi storie. Avevo creato un centro di studi sul federalismo l'"Alexander Hamilton Center", con l'aiuto dei servizi culturali americani, e insieme avevamo organizzato un paio di convegni e altrettante conferenze. La guerra in Vietnam era già in corso ma non era ancora diventata il punto focale della "guerra fredda". Gli studenti californiani manifestavano contro le bombe nucleari, contro l'intervento dei marines a Santo Domingo e per i nuovi parametri rivoluzionari esposti all'Università di Berkeley da Herbert Marcuse. Ma probabilmente al Dipartimento di Stato già si stavano preparando all'ondata della contestazione studentesca a livello mondiale.  Non ero più studente, ma il locale consolato degli Stati Uniti aveva saputo non so come che mi preparavo a iscrivermi al Partito socialista, portando con me una ventina di amici.
I diplomatici americani di stanza in Italia si dividevano fra quelli favorevoli ad un rafforzamento dell'alleanza DC-PSI e quelli risolutamente contrari. Mi sfuggiva che importanza potesse avere la scelta politica mia e dei miei amici, e lo dissi al giovane diplomatico in quel colloquio, che fu anche l'ultimo. Da vaghi e evasivi accenni credetti di capire che certe mie attività negli Stati Uniti non erano passate inosservate, e che il mio ingresso nel PSI metteva le cose in una luce diversa e (mi si faceva capire) sinistra.
Quali erano queste attività? Certo la partecipazione, a Cleveland, Ohio, a un sit-in - come si cominciavano a chiamare quelle manifestazioni non violente degli SDS (Students for a Democratic Society) - contro l'intervento a Santo Domingo. O la mia partecipazione, su invito di amici americani, a una riunione in città a cui a quanto pare parteciparono parecchi comunisti - fra i quali la consueta percentuale di informatori dell'FBI - incontro dove peraltro avevo manifestato completo disaccordo con la linea filo-sovietica espressa da alcuni intervenuti, prima che la riunione si concludesse con "It's a hard rain a' gonna fall..." sulle note di Bob Dylan.
Fu solo allora che cominciai a rendermi conto che la polizia polacca non era la sola a manifestare interesse per chi ero e per cosa facevo. Solo che in Polonia mi avevano arrestato e interrogato, quindi sapevo di cosa ero sospettato. Ma gli Stati Uniti erano una novità. Ancora non c'erano state le manifestazioni di massa che si vedranno in film come "Forrest Gump", gli studenti americani abbattuti dalla guardia nazionale, le "Pentagon Papers", lo scandalo del Watergate...
Oggi tutto ciò appare scontato, ma allora rimasi stupito. Non parlai con nessuno di quel colloquio e delle sue conseguenze. Mi iscrissi come avevo deciso al Partito socialista, che peraltro aveva in corso la "riunificazione" con i socialdemocratici, partito filoamericano se mai ve ne furono. Ma la riunificazione ebbe vita breve: meno di tre anni dopo, PSI e PSDI si scissero nuovamente e cominciò una deriva di sudditanza filocomunista dei socialisti , e di sudditanza alle politiche americane dei socialdemocratici, che finirà veramente solo con l'elezione di Bettino Craxi a segretario nel 1976.
Come mai non era bastata l'eperienza polacca per mettermi in guardia? E neanche i mesi passati nella Francia scossa dalla fine della guerra d'Algeria e dagli attentati dell'OAS? Ero in Francia da studente - fra Parigi e Aix-en-Provence - nel "joli Mai" del '62, il primo mese di maggio di pace francese dal 1940...
Credo che la mia riluttanza a capire la situazione fosse dovuta a due ragioni convergenti. Primo: perché per me era scontato che il comunismo fosse totalitario e illiberale, per cui finire nelle maglie di una polizia comunista mi appariva piuttosto la regola che l'eccezione - anche se nel mio caso ci furono risvolti singolari che scoprii solo più tardi. Più o meno lo stesso valeva per i regimi fascisti come quello spagnolo e per i tentativi parafascisti di Algeri e di Parigi. Secondo: perché malgrado la durezza dello scontro politico italiano e la difficoltà della situazione economica, finito l'effetto del "boom", i giovani in Italia erano ancora portati all'ottimismo e non avevano preso l'abitudine di piangersi addosso. Ero stato testimone, in America, della grande e pacifica sollevazione studentesca, ma chi poteva pensare che in Europa sarebbe diventata "il '68", che sarebbe poi trasceso nel terrorismo?
Ci vorrà un altro anno perché i fatti di Atene, di Varsavia e di Berlino mi mettano sull'avviso della grande mutazione che stava per cominciare. Ma questa è un'altra storia.
A quattro decenni da quella primavera del '66 credo di poter dire che aver cominciato allora a collegare fatti e luoghi così diversi come la Polonia, la Francia, gli Stati Uniti,  e anche aver preso per tempo l'abitudine di guardarmi le spalle e di non fidarmi mi è stato molto utile quando, unel 1967, sono passato al contrattacco...