Lodi: la storia infinita
Ogni volta che scrivo sulle vicende recenti di Lodi - Furbettopoli, ho dovuto battezzarla controvoglia - penso che sia l'ultima volta. Non che mi illuda di poter girare pagina: le pagine si possono anche girare ma basta un colpo di vento e il libro della cronaca e della storia si squaderna nuovamente davanti a noi. E di colpi di vento in un anno ce ne sono stati tanti. Meglio rassegnarsi e non saltare ancora alle conclusioni perché credo che verranno fuori molte storie. Poi ci sarà il processo, più di un processo.
Dalle telefonate e dagli interrogatori emergono le torri e i barbacani dell'impressionante fortilizio che Gianpiero Fiorani si era costruito per tenere sotto schiaffo l'intero mondo politico italiano. Di Berlusconi e di Forza Italia si è già detto: fin dall'acquisto della Banca Rasini, la banca della mafia siciliana a Milano, la Popolare di Lodi diventa alleato naturale del Cavaliere, il quale probabilmente neanche oggi è sicuro che i documenti depositati presso la banca sull'origine delle società costituenti Fininvest siano stati realmente soppressi, come sarebbe logico dopo tanti anni e in assenza di ulteriori obblighi di legge, o se invece si trovino ancora in qualche armadio da dove potrebbero saltar fuori un giorno a l'altro, ora che la BPI è passata sotto il controllo di uomini vicini al centro-sinistra.
Quanto allo spadone della Lega, sappiamo che il salvataggio - quantomai effimero - dalla bancarotta della Credieuronord guadagna a Fiorani, al governatore Antonio Fazio e ai loro amici l'imperitura gratitudine dei leghisti, attraverso il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti, l'ex ministro Roberto Calderoli, l'onnipresente ex sottosegretario, ex sacerdote, ex ufficiale pagatore di Fininvest Aldo Brancher. "Confermo - dice Fiorani in un verbale - che Calderoli fu destinatario di un pagamento da lui ricevuto attraverso Brancher, chiaramente finalizzato a ottenere l'appoggio della Lega alle posizioni di Bankitalia in sede parlamentare (Luigi Ferrarella sul Corsera 060513)". Più chiaro di così...
Ma c'è dell'altro. Siccome un paio di parlamentari leghisti si sono permessi di attaccare Fazio - soprattutto "un parlamentare di nome Cè" - Fiorani dice a Giorgetti "di dire a questi qua di non rompere le scatole vista la posizione in cui sono" (rischio di bancarotta e pesanti sanzioni penali e finanziarie per la dirigenza della Lega). Detto fatto: nel passaggio dalla Commissione all'aula tutto torna nell'ordine. Anche il bellicoso Cè si accuccia e obbedisce tacendo.
L'abitudine di dire ai leader politici di chiedere ai loro parlamentari di non rompere i coglioni (le scatole lasciamole ai negozi di scarpe e ai giochetti televisivi) Fiorani la prese subito dopo essere diventato ad della banca, quando chiese direttamente a Berlusconi, poi alla volpe Brancher e al gatto Paolo Romani - altro sottosegretario del governo Berlusconi - di far smettere il loro collega Umberto Giovine che "rompeva" sull'aggiottaggio e altri reati commessi nella madre di tutte le acquisizioni di Fiorani, la prima, quella della Popolare di Crema. Detto fatto anche allora: a Giovine nel 2001 viene negato il collegio elettorale di Lodi, malgrado le 2434 e-mail inviate a Berlusconi da suoi elettori ed elettrici perché fosse ricandidato.
Poi c'è il senatore Luigi Grillo, il primo voltagabbana della XII legislatura. "Sono stato io a far conoscere a Grillo il governatore Fazio - racconta Fiorani ai magistrati milanesi - poi il loro rapporto si è evoluto..." Eccome se si è evoluto: Grillo è diventato il portavoce di Fazio, il capobastone del partito fazista in parlamento, partito così potente da riuscire a cacciare il ministro del Tesoro Giulio Tremonti in uno degli episodi più grotteschi, e più dannosi per il ruolo dell'Italia in Europa, della XIV legislatura. Sempre con il consenso di Berlusconi, si capisce. Il quale anzi incarica proprio Grillo di seguire l'iter legislativo di un emendamento pro-Fazio.
Poi, nel sistema di fortificazioni costruito da Fiorani c'è il contrafforte della sinistra, presidiato tramite il presidente di Unipol Giovanni Consorte ("Rapporti con D'Alema come li ho io nonli ha nessun altro"). Poi singoli deputati, magistrati, un esercito di professionisti...
Una parte di questo esercito dovrà presentarsi, su richiesta fatta dalla Procura al GIP Clementina Forleo, a un maxi-incidente probatorio che probabilmente chiuderà l'inchiesta: Fiorani, Gianfranco Boni e silvano Spinelli dovranno comfermare le dichiarazioni che hanno fatto - in parte trapelate, in parte no - di fronte alle decine di persone che hanno tirato in ballo.
Tra questi anche l'immancabile senatore Grillo e il Grande Ciociaro Decaduto Antonio Fazio, iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di aggiottaggio.
Coincidenze significative
Così chiamava Freud quelle coincidenze che sono qualcosa di più di semplici coincidenze. Così ieri mattina, arrivato nel mio ufficio a Milano, un avvocato molto addentro nel Palazzo di giustizia di Milano mi dice di passaggio che la Procura sta indagando sui soldi dati da Fiorani ai politici, e in particolare sul deputato di Forza Italia Paolo Romani, sottosegretario alle telecomunicazioni. "Leggo anch'io i giornali", rispondo distratto, ma capisco che c'è dell'altro e appena posso me lo faccio raccontare.
All'ora di pranzo vado come al solito a mangiare un paio di sandwich e a leggere i giornali esteri all'Hotel Palace in piazza della Repubblica e appena entrato nella hall vedo per l'appunto il suddetto Paolo Romani impegnato a parlare al telefonino. Niente di strano, beninteso: Romani va spesso a mangiare al ristorante, poco lontano, del suo amico Paolo Berlusconi, forse perché lì non paga il conto. Altra coincidenza: ma non fu proprio con "Berluschino" che Romani si mise d'accordo cinque anni fa per rimuovere dal suo collegio lo scomodo deputato che scrive queste righe e sostituirlo con un peso-mosca, il giovane Emanuele Falsitta, fiscalista dello stesso Paolo Berlusconi, e un peso-massimo, Romano "Asino" Comincioli, compagno di classe del fratello maggiore di Paolo, Silvio Berlusconi e compagno di merende di Flavio Carboni, accusato dell'omicidio Calvi? Sì! Lo stesso "zio Romi" che premuroso è andato a trovare sotto Natale a San Vittore l'amico Gianpiero Fiorani a portargli i saluti di Silvio e magari qualche raccomandazione, insieme alle arance, in deroga all'assoluto divieto fatto ai parlamentari di parlare con i carcerati d'altro che non sia la loro condizione detentiva e la salute...
Che, arrivati al capitolo "soldi dati da Fiorani ai politici", i giornali abbiano tirato fuori il nome di Romani non stupisce e non è una novità. Stupisce forse che il nome di Romani venga sempre messo all'ombra di quello di Aldo Brancher, corrotto e corruttore di lungo corso. Ma Romani merita luce propria, non tanto per l'entità delle somme ricevute - proporzionate al modesto calibro del personaggio - quanto per la vicenda strapaesana che giustificò la prima "dazione" di denaro, e si tirò dietro quelle successive.
Riepiloghiamo: dopo aver fatto il suo dovere verso la Popolare architettando a Lodi la sconfitta di Forza Italia, di cui era coordinatore regionale, presentando per il Comune il candidato perdente voluto da Fiorani (di cui Berlusconi stesso dirà - con colpevole ritardo - "quello lì non l'avrei votato neppure io") Romani passò all'incasso due giorni dopo che il suo scagnozzo lodigiano Marco Votta, consigliere regionale azzurro anch'egli legato mani e piedi alla Popolare di Fiorani, annunciò la candidatura voluta dal capo-bastone. Era il 25 febbraio del 2000 e il fido chiesto da Romani alla filiale di Firenze della banca (proposta di affidamento n.033839) fu di 350 milioni di lire (€180.760). Fido deliberato il giorno stesso (!), contestualmente all'apertura del conto corrente 952921, con scadenza fissata il giorno di ferragosto del 2001.
Garanzie richieste al Romani, notoriamente indebitato fino al collo e a rischio di bancarotta fraudolenta: nessuna.
Se questa fosse una striscia, anziché un blog serio e talvolta perfino tetro, qui ci vorrebbe un "Wow!"
Data l'estrema facilità di questa operazione, Paolo Romai deve averci preso gusto, perché nel 2003 ha chiesto e ottenuto dalla BPL a Milano una fidejussione da €296.419 come garanzia a copertura del versamento per il fallimento della televisione "Lombardia 7", come pattuito con il Tribunale fallimentare, per schivare la bancarotta.
L'anno dopo, la solita filiale di Firenze concede a Romani un'apertura di credito di €223.000. A quel che risulta, l'ex banca di Fiorani ha finanziato Romani con almeno €700.o00. Niente male, no?
Dobbiamo credere che la BPL, che portava in pancia la Banca Rasini del fu commendator Azzaretto di Missilmeli, ben nota a "zio Romi" Comincioli e certo non ignota a Silvio Berlusconi, abbia fatto queste assurde concessioni prive di garanzia a Romani - per non dire di quelle fatte a Brancher e a una pletora di altri politici - senza che da Arcore arrivasse un cenno di approvazione?
Se questo, anziché essere un blog serio, magari qualche volta noioso, fosse un film di Totò risponderemmo: "Ma mi faccia il piacere!".
Accanto a Brancher e Romani, al voltagabbana fazista Luigi Grillo e a Ivo Tarolli, avanza un pattuglione di altri politici finanziati da Fiorani perché sostenessero la "linea Fazio". "Una settantina di milioni di euro sarebbe la cifra finora stimata, uscita dalle casse della banca. Affidamenti concessi a tassi agevolati, ma anche pagamenti in contanti ritirati direttamente alla cassa", lo scrive oggi La bravissima Mara Monti sul "Sole 24 ore". Se poi Romani, che in nessun caso sarebbe stato affidato da nessun'altra banca, sia rientrato nel fido, andrebbe chiesto a lui.
Qualcosa mi dice che su questa storia dovrò tornare, perché intanto a San Vittore Gianpiero parla, parla, parla...
Post hoc...
...ergo propter hoc. In latino è più semplice dirlo: se il fatto B è accaduto dopo il fatto A, vuol dire che è stato A a provocarlo. Ciò presuppone che i fatti A e B accadano in un medesimo contesto. Su questo rapporto si è molto discusso, collegandolo anche al rapporto causa-effetto. La forza del principio "post hoc ergo propter hoc" sta nell'impossibilità del suo contrario: è infatti assai improbabile che qualcosa che accade prima sia provocata da qualcosa che accade dopo.
Significa, questo, che il sottosegretario alle Riforme del governo Berlusconi on. Aldo Brancher e il sottosegretario alle Comunicazioni on. Paolo Romani sono politici corrotti in quanto ottennero dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani consistenti favori finanziari subito dopo aver accettato da Fiorani stesso l'imposizione di un candidato di centrodestra perdente alla carica di sindaco di Lodi? (Leggere in questo blog il post "Capodanno, capodanni"). Loro diranno che non sono corrotti e che è per pura coincidenza che i soldi della banca sono arrivati nelle loro tasche subito dopo aver concesso alla Popolare il favore politico che il suo numero uno chiedeva. Ma se dicono questo mentono.
Se infatti la loro scelta di affossare - senza spiegazioni e senza motivo - una candidatura per imporne un'altra non era dovuta a un diktat di Fiorani, allora dovevano stare bene attenti a farsi finanziare da qualsiasi altra banca, popolare o no, evitando ad ogni costo la Popolare di Lodi, per non essere sfiorati dal sospetto del "post hoc ergo propter hoc". Ma temo per loro che nessun'altra banca, proprio nessuna, avrebbe accordato a questi due uomini d'affari improvvisati e disastrati le condizioni da clienti privilegiati che ottennero sei anni fa da Fiorani. Quale banca seria avrebbe infatti messo la firma (e così in fretta!) sotto ai generosi finanziamenti ottenuti dal duo Romani-Brancher, più propenso alla bancarotta l'uno, alle tangenti l'altro, che non alla corretta gestione di un fido?
Certo, i due compari non immaginavano lontanamente che le prove documentali della loro corruzione - ancora più grave in quanto miserabile - sarebbero saltate fuori anni dopo. Né tanto meno che il potente Fiorani sarebbe finito in carcere, e i loro nomi sui giornali. Le cose apparivano facili, in quell'inverno del 2000: facciamo a Fiorani un favore che non ci costa nulla - devono aver pensato i due, a cui non importava certo che il municipio di un capoluogo andasse alla parte avversa - e portiamo a casa un po' di soldi. Alla faccia degli impegni presi in precedenza con il deputato di quel collegio che oggi scrive queste righe.
Il fatto è che quasi tutto può essere perdonato in politica: errori, ritardi, favoritismi, perfino il disinvolto uso dei soldi. Ma non il giocare a perdere, tirare nella propria porta, vendersi per favorire l'avversario. Questo in politica è inaccettabile e imperdonabile.
L'unico castigo appropriato per chi si è fatto pagare per favorire la squadra avversa è l'espulsione dal campionato della politica, per usare una metafora calcistica come quelle che piacciono a Sivio Berlusconi.
Ma Berlusconi é d'accordo con noi! - dissero all'epoca cortigiani e ruffiani del capo. Falso. Poco tempo dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nella città di Lodi, Berlusconi disse invece che candidati così non li avrebbe votati neppure lui...
Per una fortunata circostanza quando le agenzie riportarono questa frase del presidente, durante un consiglio nazionale di Forza Italia, i due compari Romani e Brancher erano insieme al bar dell'albergo romano dove il consiglio si svolgeva, così potei sbattergli in faccia il lancio dell'agenzia e dirgli la mia opinione sulla loro spregevole condotta. Ma cosa volete che importasse a quei due che il loro presidente li avesse clamorosamente smentiti? Avevano i soldi in saccoccia e una banca come amica, ormai, per i loro debiti futuri.
C'è qualcosa da imparare da questa squallida storia? No, non c'è niente da imparare. La corruzione esiste da sempre - così si consolano gli italiani più cinici - e di corrotti di mezza tacca come Romani e Brancher ce ne sono dappertutto. Questa categoria però prospera solo quando l'etica di una società sta arrivando ai minimi. Essi rappresentano il termometro del livello di corruzione di un paese, e dell'assuefazione ad essa dei cittadini.
P.S. Non vorrei sembrare ingenuo, scrivendo che i due corrotti di turno dovevano evitare di farsi finanziare dalla Popolare di Lodi, come se non sapessi che quella banca in passato ha chiesto ad altre banche amiche il favore di finanziare Tizio o Caio per non lasciare la sua impronta. Lo so benissimo. Addirittura, anni fa, fu un'altra banca della Bassa padana a regalare una costosa automobile ad un funzionario che era stato compiacente con la Popolare di Lodi, perché la corruzione non fosse troppo evidente. L'aver trascurato anche questa minima precauzione dimostra ad un tempo la certezza di impunità e la cialtroneria di Romani e Brancher e di quelli come loro, a destra e a sinistra dello schieramento politico.