Al Boecc
Credo di non aver ancora scritto qui qualcosa che invece ci tengo a far sapere, dopo essermi occupato in varia guisa della Banca Popolare Italiana, ex-BPL. Ed è che io non ho davvero niente contro il mio vecchio nemico Gianpiero Fiorani, specialmente ora che si trova ristretto nel carcere di San Vittore. Ma come! - diranno quelli che concoscono tutta la storia - Fiorani ha fatto di tutto per eliminarti, contro il parere dei tuoi elettori lodigiani che ti volevano candidato. Ha persino chiesto a Paolo Berlusconi - quello che l'altro giorno hai incontrato in treno ("Neve") di mettere al tuo posto il ragazzo di bottega del suo ufficio fiscale, e come senatore l'asino - quel Romano Comincioli che Gianpiero e i suoi nelle intercettazioni assassine chiamavano "zio Romi" - che Silvio Berlusconi si è vantato davanti a Vladimir Putin di aver portato in Senato, battendo così Caligola che ci aveva portato, in spregio ai senatori, un cavallo...
Certo, quello che ora sappiamo sulle mosse di Fiorani è abbastanza sorprendente: Ma credeva davvero di farla franca con i maldestri imbrogli che combinava? Non lo so. Però prima che venisse fuori tutto io lo consideravo un avventuriero: uno che ha in testa un disegno e vuole realizzarlo a tutti i costi. L'Italia è stata fatta da avventurieri, l'italiano è avventuriero per natura. Io sono un avventuriero. Sir Walter Scott considerava avventurieri gli americani dei tempi di Washington e di Franklin ("those adventurous Americans") che avevano osato ribellarsi al loro "good king George".
Ma, caro Gianpiero, l'avventuriero deve avere fortuna, non può non averla. Un avventuriero senza fortuna è come una prostituta senza clienti, come un giocatore senza dadi, un banchiere senza soldi. Mishima nello "Hagakure" ha scritto che l'uomo d'azione - e tale è senz'altro l'avventuriero - pensa sempre che manchi solo un ultimo, piccolo tratto per chiudere il cerchio della sua vita con il successo. E' quello che è mancato a Fiorani per impadronirsi di Antonveneta con il sostegno di Antonio Fazio (il Tonino del bacio in fronte di quella notte fatale) e chiudere la partita. Immaginando che da lì in poi sarebbe andato in discesa.
Ma non era la stessa cosa che si aspettava anche Bettino Craxi alla vigilia delle elezioni del '92? O quell'altro condottiero toscano di Anghiari, Amintore Fanfani, che sempre applicò la massima "fortuna virtuti comes", la fortuna è compagna del coraggio?
Insomma, siccome un avventuriero sfortunato non può esistere, è in fondo giusto che egli venga punito, perché ha trasgredito due volte: la legge scritta dello stato e la legge non scritta degli avventurieri.
Fa specie, tuttavia, che all'assemblea della sua ex banca, sabato 28 gennaio, ci sia stato un Maramaldo (ho già scritto che Maramaldo, prima di uccidere vilmente il Franceso Ferruccio a Gavinana fu di stanza a Lodi?) che ha attaccato Fiorani, dopo essere stato per anni il suo - scusate - fedele ruffiano.
Questo ritratto dell'avventuriero lo avrei fatto a Fiorani stesso se ci fossimo visti a cena, come egli mi propose tramite un amico, al "Boecc", storico ristorante milanese in piazza Belgioioso. Ma la cena non ci fu, e non sapremo mai cosa Fiorani - allora in "aufhaltsame Aufstieg", come l'Arturo Ui di Brecht, avrebbe risposto alla mia provocazione.
Altri, molti altri, andarono però a cena con lui, anche al "Boecc" perché Milano è la zona franca dei lombardi, e l'"Isola di Caprera" di Lodi è un po' come "L'Uccellone" di un tempo a Firenze, troppo scontato e frequentato. E devo dire che si trattò di cene malandrine. Come quella (quelle) con il procuratore dei Lodi Giuseppe - detto Pippo - La Mattina, per insabbiare l'inchiesta sull'acquisizione della Popolare di Crema, da me denunciata in parlamento, e da Pippo infilata in un cassetto a prendere polvere per cinque anni senza muovere un dito "per non turbare la pace di Lodi" e, aggiungo io, per consentire l'assuzione di uno stretto congiunto alla Banca. Ahi! Pippo Pippo non lo sa che queste cose le sa tutta la città. Ma a Furbacchiopoli non si parlava, perché di congiunti beneficiati da Gianpiero ce n'erano davvero tanti...
Ed eccoci all'assemblea, disertata dalla metà dei soci prenotati per ragioni meteorologiche (leggere "Neve" del 29 gennaio in questo blog). "BPI riparte, fiducia alla lista Gronchi", titolava l'ufficioso "Sole 24 ore". "La nuova Lodi si affida a Giarda e Gronchi", annunciava l'ufficialmente ufficioso "Corriere della sera". Curioso: nessuno si è chiesto se l'ottimo professor Piero Giarda - sottosegretario con Romano Prodi - abbia un programma, e quale esso sia. E Gronchi? Nominato da Fazio, uomo del Monte dei Paschi di Siena - anche se in forza a Vicenza - vicino a Luigi Berlingue: cosa vuol fare Gronchi, a parte raccontarci la solita storiella della "banca radicata nel territorio"? E la Procura di Milano, che ha costretto Fazio alle dimissioni là dove Berlusconi si era ritratto intimorito, la Procura accetta davvero che tutto cambi a Furbacchiopoli perché niente cambi?
Ma no, tranquilli: al palazzo di giustizia di Milano non si sono d'un tratto rincoglioniti. Si tratta solo di far vincere le elezioni alla sinistra prima di andare a fondo sulle plusvalenze incassate (da chi?) nell'operazione Telecom dei "capitani coraggiosi" in fase di realizzo. Si tratta di vedere quale delle tribù senesi del Monte prevarrà, e di attaccare l'asino dove diranno i contradaioli diessini vincenti, che tanto a loro quel Consorte lì non gli era piaciuto punto... Alla prossima puntata, allora.
Quanto è distante Lodi da Milano (2)
Mettiamo che abitiate a Milano, e che a forza di sentir parlare di una certa banca di Lodi vi sia venuta la curiosità di vederla, questa Lodi, così vicina a Milano eppure non ci siete mai stata. Dài andiamoci sabato: è a pochi chilometri, non importa prendere l'auto, si va in bici. Un po' come, dall'altra parte di Milano, si va in bici lungo il naviglio grande o il naviglio pavese, no? No.
Da brava milanese, vi siete procurata una mappa dal titolo "Il Lodigiano bicinvoglia". Lodi è al centro della mappa. Da essa si dipartono diversi percorsi, alcuni segnalati da righe continue gialle e rosse (sono i colori di Lodi), altre interrotte qua e la'. In alto a sinistra c'è scritto "Milano", ma la linea tratteggiata ("percorsi ciclabili di prossima realizzazione") comincia a Melegnano. E come si fa ad arrivare in bicicletta da - mettiamo - piazzale Corvetto o piazzale Rosa a Melegnano? Provateci. Scoprirete che uscire da Milano a sud evitando l'autostrada o la trafficatissima via Emilia è praticamente impossibile. Potete arrivare fino a Chiaravalle, visitare la bellissima abbazia che si vede anche dal treno, e lì finisce la gita. A meno che vi avventuriate per strade che non hanno niente della pista ciclabile.
Qua e là sulla mappa "Lodi bicinvoglia" ci sono piccoli tratti di pista, ma come si fa ad arrivarci? Con la bici in spalla?
Insomma, per vicina che sia, Lodi resta lontana. Per quanto pianeggiante, la strada resta impervia, come se i lodigiani in realtà non volessero averli fra i piedi, i milanesi, dopo tutti gli sconquassi che hanno causato nell'ultimo millennio. E meno male che c'era l'imperatore, il Barbarossa, a metterli al loro posto.
C'è chi ha scritto che è difficile sentire un lodigiano ridere a crepapelle: al massimo un risolino sardonico, perché anche quelli che non conoscono la storia se lo sentono dentro che c'è poco da ridere e che da Milano - dove pure un lodigiano su tre va ogni giorno a lavorare - possono arrivare solo guai. Come i senesi che hanno addirittura scolpito le statue dei loro santi con la testa voltata verso Firenze, ché è da Firenze che bisogna guardarsi...
E anche questa volta è arrivata la tegola da Milano, dalla Procura di Milano, sulla testa del "golden boy" lodigiano Gianpiero Fiorani, "che per me è come fosse mio nipote" dice intenerendosi il signor Rovida dal banco del suo delikatessen a un passo dalla cattedrale, che é fra i migliori della Lombardia, forse d'Italia. E molti a Lodi la pensano ancora così e non sanno capacitarsi di come il Fiorani sia finito a San Vittore, e di tutto quel giro di soldi nascosti, di ville al mare, di traffici, che Dio lo perdoni.
E sabato 28 gennaio c'è l'assemblea della gloriosa Banca popolare di Lodi, frettolosamente e orgogliosamente battezzata Banca popolare italiana nella lunga estate calda delle scalate e delle rovinose cadute. L'assemblea dei soci, che negli ultimi sei anni è stata la messa cantata di Fiorani, sempre al suo fianco il fido e altezzoso presidente Giovanni Benevento, e il fido e perennemente stupefatto vicepresidente Desiderio Zoncada. All'ultima ordinaria, quella della primavera 2005, ci fu chi scrisse del "tifo da stadio" e della "fedeltà bovina" dei soci della Lodi, esausti come mucche munte da cinque successivi aumenti di capitale, eppure entusiasti come un parco di buoi ubriachi . Il parco buoi, quello che designa in borsa gli investitori meno avveduti. Vennero in tremilacinquecento, quella volta, molti portandosi dietro le famiglie dalla lontana Toscana, dalla lontanissima Sicilia, teatri delle razzie fatte da Fiorani negli ultimi sei anni, con i metodi che oggi tutti conosciamo, ma che un pugno di noi già sapeva - e lo denunciò - anche sei anni fa.
E questa volta, verranno ancora in tanti questa volta all'assemblea che più che una messa cantata o un Te Deum si prospetta come una dolorisissima Via Crucis? Eccome se verranno! Già quattromilacento si sono prenotati, e ci si aspetta che raggiungano la cifra record di quattromilacinquecento sabato prossimo al palazzetto dello sport, che di posti ne ha cinquemila. La Banca, matrigna, neanche un servizio di navetta (per ora) ha organizzato, e per le vettovaglie, ognuno per se. Anzi - sembra di capire - se non venite è meglio, che già abbiamo i nostri problemi. Perché dopo tanto mungere i soci, chissà, potrebbero anche essere incazzati.
Sei anni fa si sfogarono contro l'autore di queste righe, deputato di Lodi e accusatore di Fiorani per gli imbrogli che c'erano stati nell'acquisizione della Popolare di Crema. E come annuiva, quel giorno, il nasone del presidente agli insulti dei soci che si scagliavano contro il deputato, il quale cercava solo di difendere loro, poveri buoi, e la loro banca dagli assalti degli speculatori interni ed esterni. E come sgranava gli occhi beato il vicepresidente che ancora - eravamo nel 2000 - non aveva mostrato tutto ciò che sapeva fare nelle vicende incresciose dell'autostrada Milano-Mare...
Magari questa volta i soci se la prenderanno con qualcun altro. O vorranno indietro i loro soldi. O magari, chissà, cercheranno un altro uomo della provvidenza da cui farsi guidare. Perché infinita può essere, a volte, la stupidità collettiva degli agglomerati umani.
Ma forse a qualcuno verrà in mente di andare a vedere la storia di altre acquisizioni fatte dalla Banca popolare italiana - ex Lodi - come quella, strategica, della Banca Rasini che il commendatore Azzaretto di Missilmeri, nella Sicilia profonda, venne a comprarsi nel dopoguerra fin quassù, perché in Sicilia c'era chi aveva bisogno di smaltire a Milano i suoi soldi. Molti soldi.
Quanto è distante Lodi da Milano?
"Cinque ore di lavoro intenso, senza pausa pranzo, al quarto piano di Palazzo di giustizia di Milano..." Così Mara Monti del "Sole 24 ore" ha descritto la riunione, il 10 gennaio, di tutti i procuratori coinvolti nelle diverse inchieste sulle "scalate bancarie". I magistrati di Milano, i magistrati di Roma, la Guardia di finanza.
E i magistrati di Lodi, dov'erano i magistrati di Lodi? Non è forse Lodi la Furbacchiopoli italiana?
Per la verità, una puntata alla Procura di Milano l'hanno fatta anche i magistrati di Lodi, i quali si sono accodati alla Consob che sull'ipotesi di falso in bilancio alla BPI aveva mandato a quella Procura un esposto due settimane fa.
Due settimane fa! Ma prima di allora non era successo niente che attirasse l'attenzione della Procura locale? Eppure già nel 2000 si era appuntata sull'allora BPL l'attenzione della Consob (e della Vigilanza della Banca d'Italia, ma a via Nazionale ci pensava Fazio poi a tagliare e a smorzare) dopo lo scandalo dell'acquisizione della Popolare di Crema.
Per non dire dell'autore di queste note, il quale da deputato di Lodi inviava il 28 aprile di quell'anno al ministro del Tesoro una "interrogazione a risposta scritta", nella quale si ricordava che "Consob aveva già fatto un richiamo alla Popolare di Lodi in occasione del recente aumento di capitale per la disinvoltura con la quale venivano annunciati accordi ancora del tutto vaghi, a ridosso della presentazione agli investitori del prospetto informativo, provocando così brusche escursioni del titolo". Se non fosse che gli atti parlamentari di sindacato ispettivo non devono sconfinare nell'aneddotica, avrei potuto aggiungere che i capi della Lodi e della Crema non l'avevano ancora trasmesso, il prospetto informativo finale, che già erano imbandite le tavole con i rinfreschi per festeggiare l'avvenuta acquisizione della banca cugina.
Dopo due pagine e mezzo di premesse che - com'è uso - inquadravano e documentavano la questione, arrivavo alle tre richieste precise fatte al ministro (il quale mai mi rispose, beninteso), che così riassumo: 1. c'è stata un'efficace funzione di controllo sulla banca per mettere al riparo i soci, gli investitori, e i terzi? 2. si sono considerate sanzioni amministrative contro il Consiglio di amministrazione, il Collegio sindacale e il direttore generale, sanzioni previste dall'art.145 del decreto legislativo n.385 del 1993? 3. cosa intende fare il governo affinché la Banca d'Italia "presti maggiore attenzione a quanto accade nelle situazioni periferiche di Gruppi non ancora consolidati, come quello in corso di costituzione da parte della Banca popolare di Lodi, per evitare che certe inefficienze operative si risolvano in un rischio di non trasparenza con ripercussioni sull'intero Gruppo e danni alla credibilità del sistema creditizio italiano".
Certo, non potevo prevedere allora quanto sarebbero stati ingenti, questi danni, al punto che solo con la rimozione di Antonio Fazio si potrà cominciare a ripararli, con un ritardo di cinque anni.
Pensate che il cortesissimo e cerimoniosissimo ("Caro onorevole, come sta? Posso salutarla?") procuratore capo di Lodi di allora, il dottor Giuseppe Lamattina, si sia chiesto se non fosse il caso di andare a vedere cosa succedeva nella banca? Assolutamente no. Di verificare se quanto diceva il deputato locale rispondeva a verità? Ma non sia mai! E anche due anni dopo, quando il deputato Giovine era stato fortunosamente sostituito dal fazista di complemento Emanuele Falsitta (sì, il fiscalista di Paolo Berlusconi, qualifica che parla da se) e la Consob mandò un esposto sull'acquisizione della Popolare di Crema, cosa fece l'ottimo Lamattina? Infilò il dossier in un'intercapedine virtuale come quella più celebre del dossier Moro in via Monte nevoso a Milano, e lì lo lasciò a impolverarsi fino all'archiviazione per decorrenza dei termini avvenuta nella calda estate del 2005. Calda per le torride scalate bancarie di cui tutti ancora parlano, ora che è sceso l'inverno e fa freddo.
Frattanto la figlia del procuratore capo Elena Lamattina era stata assunta dalla BPL, perché di Fiorani tutto si può dire fuori che abbia mai dimenticato un favore ricevuto.
"I più maligni sospettano - nota il perfido corsivista del "Sole 24 ore" - che l'assunzione sia avvenuta proprio nello stesso periodo in cui esplodeva l'affare della Popolare di Crema..."
Il giornalista d'assalto del "Cittadino" di Lodi, Francesco Gastaldi - che sta alle vicende bancarie lodigiane come Fanfulla sta alla Disfida di Barletta - fa notare che tanto tardiva è stata l'apertura - e la contestuale chiusura - del "dossier Crema" da parte dell'ex procuratore Lamattina, quanto impalpabile è stata la liquidazione dello stesso dossier nel pieno delle scorse ferie estive. Che sia vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, come dice quella vecchia volpe di Andreotti che si ostina a rifiutarsi a finire in pellicceria?
Qui si fa tardi, e non ho più il tempo di spiegare il titolo di questo post: "Quanto è distante Lodi da Milano". Siccome non intendo liquidare un argomento così importante in poche righe, prometto di tornarci sopra asap (as soon as possible), come si scrive nei blog che si rispettano.
“O via lui, o via io!”
Oggi sembra che nessuno a Lodi conoscesse il livello di illegalità raggiunto dalla Popolare di Lodi, oggi Popolare Italiana. Omertà diffusa?
In un mio editoriale sul “Cittadino” qualche settimana fa ho scritto che se “Transparency International”, oltre a misurare il livello di corruzione di ogni paese per stilare le sue classifiche – dove l’Italia è in posizione assai imbarazzante – misurasse anche quello delle singole città, oggi Lodi sarebbe sul podio delle città più corrotte d’Italia.
Letto il mio articolo le autorità locali, tutte di sinistra, hanno digrignato i denti e protestato vibratamente in privato, ma nessuno ha messo per iscritto la sua contrarietà alle mie affermazioni. Come mai? Primo: perché con uno che ha avuto ragione in passato come l’ex deputato di Lodi - e che è stato pronto a pagare pur di dimostrarlo - è meglio non incrociare il ferro. Secondo: perché costui potrebbe aver ragione anche stavolta. Anzamà’, come dicono in Emilia: non si sa mai. Infatti…
L’omertà lodigiana è diversa da quella delle regioni più malavitose del Sud. E’ un’omertà perbene. Tutti onesti e timorati di Dio a Lodi, si capisce. Si capisce anche però che se uno ha un figlio che lavora per la Banca, uno zio, magari una nuora, come si fa a parlarne male, non è vero? E siccome Fiorani ha fatto una costante campagna di assunzioni mirate, mezza Lodi oggi è imparentata con la Banca. Qualcuno è curioso di sapere, nell’imminenza dell’assemblea che rinnoverà il Consiglio, se spirerà davvero su Lodi il vento del cambiamento o se tutto invece cambierà solo in apparenza perché tutto resti come prima? Controlli allora se i candidati al Consiglio hanno parenti che lavorano alla Banca o per la Banca, come li avevano l’ex presidente del Tribunale Apicella e l’ex procuratore La Mattina – quello che ha archiviato il procedimento contro la Banca per lo scandalo dell’acquisizione della Popolare di Crema dopo aver fatto dormire per cinque anni la pratica in fondo a un cassetto.
Un tempo non era così. Un tempo gli uomini della Banca li riconoscevi per la supponenza che sconfinava nell’arroganza: il presidente Giovanni Benevento col borsalino e la sciarpa bianca, il grosso naso al vento e lo sguardo vagante dall’alto in basso; il vicepresidente Desiderio Zoncada, la cui incapacità è pari all’ingordigia e la cui cialtroneria è stata esibita anche a Milano all’epoca delle presidenza Colli; il commercialista di fiducia di Fiorani, Aldino Quartieri
Quartieri merita un discorso a parte perché non è affatto il tipo arrogante e risulta, almeno a me, anche simpatico. Specialmente ora che il castello di carte del banchiere di Cotogno gli è caduto addosso. Tanto più sorprendente, allora, che proprio il tranquillo Aldino un giorno sia arrivato a dire, riferendosi a me per l’appunto, un melodrammatico “O via lui, o via io!” non proprio in stile col personaggio. Segno che aveva una buona ragione per dirlo. E a Lodi l’unica ragione sicuramente buona per tutti è sempre stata la ragione della Banca, con la quale il commercialista Quartieri lavorava, anche se non si immaginava allora con quale intensità e quanto impegno.
Cos’era dunque a spingere Aldino ad esprimersi in modo così tranciante contro il deputato di Lodi? Era il fatto che questi si permetteva di continuare a scrivere sull’unico foglio di Lodi non legato a gruppi di potere, il settimanale “Corriere dell’Adda” diretto da Antonella Granata, di cui Quartieri era l’amministratore – forse per hobby, forse per tenerlo d’occhio, forse per tutt’e due. E che ciò che io andavo scrivendo non stesse bene alla Banca e al suo capo indiscusso Gianpiero Fiorani, su questo non c’era alcun dubbio. Basta rileggere oggi quelle righe.
Ma Antonella non accettò il ricatto e continuò a pubblicare la mia colonna.
Di lì a sei mesi il “Corriere dell’Adda” era costretto a chiudere, Antonella lasciava il giornalismo, e al mio posto il centrodestra candidava a Lodi il fiscalista del fratello di Berlusconi (generosamente aiutato dalla Banca, quest’ultimo, nella vicenda della discarica di Cerro) e un vecchio compagno di merende di Silvio, del quale il presidente del Consiglio ebbe a dire una volta con affetto: “Ho fatto meglio di Caligola! Lui portò in Senato il suo cavallo. Io il mio asino…”