Machiavelli in Brussels
Di regola non rileggo i blog che ho già editato, ma quello dell'altroieri ("Quarant'anni di sospetti") fa eccezione. Infatti, mentre lo editavo ho notato che i contatti con questo blog sono già arrivati a diverse centinaia, e siccome non faccio niente per abbellirlo, per renderlo meno grigio con qualche foto-video, o con un'impaginazione diversa, vuol dire che chi lo legge è interessato a quello che scrivo.
Sono arrivato al punto di cancellare una pagina un po' più leggera ("Eurostar di notte") perché mi è sembrata troppo frivola...
All'improvviso mi è venuto in mente che fra le due o trecento persone che regolarmente o occasionalmente percorrono queste pagine almeno due o tre lo fanno per finalità diverse dalla mera curiosità tipica di questo mezzo. In quarant'anni e più di sospetti, di fughe in avanti, di appostamenti reali o virtuali, mai avrei pensato di mettere io stesso in mano ai miei nemici gli strumenti per farmi danno. Ora invece scrivo senza problemi e mando tutto in linea. Vuol dire, questo, che non ho più nemici? O che dopo decenni di cautela sono diventato un incosciente? Ecco cosa mi sono chiesto mentre rileggevo il blog, ed ecco cosa mi sono risposto.
E' vero che di nemici ora ne ho pochi- credo - e quei pochi innocui. E soprattutto non svolgo attività che possano creare forti inimicizie: al massimo una dura concorrenza. Ciò tuttavia non mi rassicura. Ho sempre avuto il problema di essere sopravvalutato, di vedermi attribuire poteri e capacità molto superiori al reale. Così chi voleva mettermi fuori gioco era portato a usare mezzi esorbitanti e micidiali. E più si andava avanti, peggio era, perché col tempo il fatto stesso che fossi sopravvissuto a ogni sorta di attacchi aggravava la mia posizione, incoraggiando la sopravvalutazione dei miei mezzi che erano invece più o meno gli stessi di sempre.
Certo, l'ho anche scritto: chi si addestra per decenni alla prudenza e alla temperanza finisce per acquisire col tempo un indubbio vantaggio sui suoi potenziali aggressori. Non è forse sempre stato il mio motto: "Sobri estote et vigilate"? Non ho sempre pensato - per restare al latino - che "fortuna virtuti comes" e che "audaces fortuna juvat", come si legge nei cartigli e nelle lapidi?
E che per vincere, o almeno per sopravvivere, si debba avere in sé "della golpe e del lione" come scrive Niccolò Machiavelli?
Da qualche parte, però, c'è ancora qualcuno che sarebbe più tranquillo se io fossi del tutto fuori gioco. Questo qualcuno non si lascia convincere dal mio abbandono di cariche pubbliche, dal mio ritiro in Svizzera, dal "low profile" che mi sono imposto senza particolare fatica, dal passaggio ad una diversa attività professionale. Questo qualcuno sa, per esperienza diretta, che ho fatto cose che altri non saprebbero fare, che ho saputo cose che altri non sanno e che certamente - così ragionano - prima o poi userò di nuovo il singolare know-how che ho accumulato con gli anni.
Lo ammetto: se anche mi trovassi faccia a faccia con chi la pensa così, non riuscirei a convincerlo di lasciarmi finalmente in pace. Si tratta di professionisti, che non si lasciano convincere. E che sanno di non potermi comprare, altrimenti ci sarebbero riusciti chissà quante volte. Inoltre, a quanto pare, non è qualcosa di preciso che sto facendo o che ho in mente di fare a disturbare la loro pace interiore. E' il fatto stesso che gente come me continui ad esistere, contro ogni logica di sopravvivenza, sfidando le loro regole e non lasciandosi corrompere. Anche quarant'anni fa - l'ho raccontato qui - non era ciò che facevo che contava, ma ciò che si pensava avrei fatto.
Questi mi vedono come il personaggio impersonato da Harvey Keitel in "Pulp Fiction", che si presenta con queste parole: "Mi chiamo Wolf, e risolvo i problemi". Per puro caso, "Wolf" è stato per breve tempo un mio pseudonimo - come "Stavros" ai tempi della Grecia. Anche se ho sempre preferito l'orso al lupo, e ai due già citati animali machiavellici.
Il Wolf di "Pulp Fiction" è un vero professionista, che i problemi li risolve facendosi pagare bene. O.K., mi sono detto allora: perché non posso diventare anch'io un nuovo tipo di professionista, un problem-solver? Partendo dal know-how tecnologico e imprenditoriale che ho accumulato in un quarto di secolo, posso allargare il mio orizzonte di consulenza fino a includere capacità che mai avrei pensato di dover o poter professionalizzare. Chi avrebbe del resto immaginato che avremmo inventato il "security management", o i "network centred systems"? Oggi c'è una professionalità per qualsiasi cosa. Quindi anch'io intendo professionalizzare le mie peculiari competenze. Ho fatto professionalmente il docente universitario, il giornalista, l'imprenditore nei sistemi informativi, il politico. Potrò ben fare anche quest'altra cosa...
Così ho allargato l'orizzonte della consultancy che ho da poco fondato, andando oltre le tecnologie, la progettazione, il lobbying. Mi sono informato sul web, ho ascoltato, ho letto.Sarà un caso, ma il libro più interessante che ho trovato sul lavoro di consulenza e di lobbying europeo è stato scritto da un politologo olandese, il professor Rinus van Schendelen e si intitola "Machiavelli in Brussels".
Ecco, ho pensato chiudendo il libro e ricordando con soddisfazione il "Sistema informativo Machiavelli" che creai parecchi anni fa, ecco quello che intendo diventare: Machiavelli in Brussels!
Blog is an English word
E' vero: Weblogger - o blogger - è una parola inglese ed è meglio lasciarla così. Anzi, per ben due anni prima di cominciare nel 2006 umbertosblog.splinder.com ho scritto anch'io un blog in inglese concepito, a differenza di questo, come un diario. Quindi del tutto inutile. Qualcuno però, oltreoceano, l'ha trovato interessante e mi ha chiesto di continuarlo. Ma io non ho né tempo né voglia di scrivere due blog, ora che - incitato dagli avvenimenti italiani degli ultimi mesi - ne scrivo regolarmente uno in italiano. Posso però provare ad alternare post in italiano e post in inglese, e chi li legge li legge.
Ma, si chiederà qualcuno, perché diavolo hai fatto per due anni un blog in inglese?
La risposta più semplice e veritiera è che non tutte le cose che facciamo hanno uno scopo o un senso e un blog è, credo, fra le più insensate. Tuttavia appartengo a una scuola di pensiero che viceversa non apprezza chi agisce solo se ha uno scopo. La negazione di uno scopo non è pertanto, per me, affatto insensata.
Ma come mai in inglese? Qui le cose si complicano.
Intanto, costringendomi a scrivere in inglese ho usato uno stile succinto e standardizzato, con entry quasi quotidiane molto più brevi dei miei attuali post in italiano. In secondo luogo, quando non si scrive nella propria lingua si hanno meno remore, e non si cerca di abbellire la frase: Si va all'essenziale. Diventa anche più remota l'idea che qualcuno possa leggerci, il che, pensavo nella prima fase sperimentale, non è male. Invece, come ho detto, non era proprio così: c'è perfino chi si è accorto che avevo concluso il "finto" blog in inglese, senza avvisare che ne aprivo uno "vero" altrove. Me ne ero andato dal web senza lasciare altro indirizzo che il mio vecchio sito. Così sono stato rintracciato, e ho perciò deciso di fare un blog ibrido, ma non soltanto per ragioni linguistiche, almeno spero.
Siccome il blog in lingua italiana l'ho cominciato sull'impulso di quanto accadeva nel mondo bancario e politico italiano, e sul ruolo che io stesso ho avuto in una di queste vicende, credo che continuerò ad occuparmi in italiano delle questioni italiane. Vorrei invece commentare in inglese le questioni internazionali - se credo di avere qualcosa di nuovo da dire, beninteso - che si presentano comunque quasi sempre in ingua inglese. Intendo dire che è abbastanza naturale esprimersi in inglese sulle questioni europee (in Europa l'inglese è lingua ufficiosa, se non ancora ufficiale); sarebbe invece strano usare l'inglese per scrivere, che so, sui "furbetti del quartierino".
Ci sono poi argomenti che possono essere trattati in qualsiasi lingua, e qui dipende dal feeling del momento, Ma se è questione di feeling, allora se stesse a me userei più volentieri il francese, non fosse per tutti quegli accenti...
In ogni caso è importante evitare l'appiattimento, l'eccessiva banalizzazione. Ho partecipato a decine, forse centinaia di riunioni europee negli ultimi quarant'anni. Nel primo ventennio a Brusselle, al Lussemburgo, a Strasburgo si parlava il "Français communautaire" che gli inglesi quando entrarono nelle Comunità ribattezzarono brutalmente "broken French". Non immaginavano quello che sarebbe toccato, nell'ultimo ventennio, alla lingua di Shakespeare e di Milton.
L'inglese credo abbia il doppio dei vocaboli dell'italiano, ma sospetto che nell'Unione Europea se ne impieghino solo due o tremila. Se poi uno si azzarda a usare una qualsasi forma idiomatica é sicuro di vedersi circondato da sguardi ottusi, se non proprio sospettosi o ostili. Certi relatori britannici hanno scelto di non privarsi delle loro forme più ironiche dando per scontato che non saranno capite e pronunciandole ugualmente, con stile veramente britannico, senza la minima espressione facciale. Gli altri non capiscono ma loro sono soddisfatti lo stesso. Io ho fatto una scelta diversa: quando ci tengo che venga messa a verbale un'opinione più appuntita, uso forme americane, se me ne viene in mente una, così anch'io sono contento - ma senza scimmiottare l'inglese britannico che non mi riesce - e magari gli olandesi e gli evedesi apprezzeano (non gli inglesi, però).
This is Europe, honey!