Neve
Non nevicava così da vent'anni, e anche se della neve di ieri o dell'altroieri - dicono i proverbi - non importa niente a nessuno, trovo che non sarebbe giusto trascurare qualcosa che accade così di rado. Vent'anni fa, per esempio, successero in Italia cose portentose.
Nevicò dapprima a Roma, quanto bastò a bloccare gli autobus che scivolavano giù dai sette colli fra le ghignate dei milanesi che commentavano le desolanti inquadrature televisive della Città eterna con i suoi autobus fermi come trichechi in secca: "Ecco, i romani, come al solito..." Poi nevicò a Milano e l'azienda dei trasporti, forse per mostrare come si fanno le cose da noi, mandò fuori tutti gli autobus. Ma continuò a nevicare per tutto il giorno e tutta la notte, e anche senza l'handicap dei sette colli gli autobus dell'ATM si bloccarono in strada bloccando tutto quello che veniva dietro.
Ci vollero tre giorni e due notti di neve intensa per convincere i milanesi di ciò che nelle città avvezze alle nevicate tutti sanno da tempo: quando nevica bisogna bloccare tutto e starsene a casa. Ne fui testimone a Washington una trentina di anni fa. Capitale o no, le autorità ordinarono il blocco delle attività quando la meteo annunciò che sarebbe continuato a nevicare.
Nel sito della società di consulenza che ho fondato, la Lombard House International Limited, abbiamo ricordato che il primo accordo di collaborazione per la ricerca dei trends lo firmammo con John Naisbitt, l'autore del best-seller "Megatrends", proprio nei giorni della nevicata dell'85, in Palazzo Clerici a Milano. L'accordo portò alla costituzione della franchise Naisbitt Italia, e credo che abbia funzionato per diversi anni grazie alla grande cura che mettemmo nei dettagli, visto che il tempo non ci mancava, mentre fuori continuava a nevicare.
Il sindaco di allora, Carlo Tognoli, ha detto che fu grazie ai carri armati "Leopard" dell'esercito, cui furono applicati gli spazzaneve, che si poterono liberare le strade di Milano.
Le grandi nevicate sono eventi di cui non ci si dimentica, e di cui si ricordano anche episodi marginali, come quando la leggendaria signora Anna Sciomachen, la mia segretaria che era sempre di buon umore, cadde a faccia ìn giù nella neve del giardino e dal gran ridere non riusciva a rimettersi in piedi, mentre tutti in ufficio, vedendola dalle finestre, ridevamo come lei anziché andarla ad aiutare a rialzarsi...
Ed eccoci ai giorni nostri. La mattina del 26 gennaio sono partito in auto prima dell'alba per l'aeroporto di Orio al Serio dove avevo il volo per Brusselle. Pensavo di avere le catene a bordo, ma erano nel bagagliaio di un'altra macchina. Però ancora non nevicava. Dopo una riunione e un paio di incontri a Brusselle, dove ho dormito, ho preso un taxi prima dell'alba e quando sono arrivato all'aeroporto ho saputo che nessun volo sarebbe partito per Orio - dove avrei dovuto spostarmi a Linate per prendere un volo per Roma. L'unico volo Brusselle-Roma della mattina era pieno e non mi è restato che partire per Firenze - dove non era nevicato - con un volo che da febbraio non ci sarà più, mi hanno detto. All'aeroporto di Peretola ho preso un taxi per la stazione di Santa Maria novella e lungo il percorso ho potuto ammirare il nuovo palazzo di giustizia e il polo universitario sorto dove c'era la Fiat, abbandonata da decenni, nei pressi delle aree bombardate dove si affrontavano le nostre bande di ragazzini.
L'Eurostar per Milano era pieno, naturalmente, sia perché era venerdì, sia per i voli annullati data l'indisponibilità degli aeroporti milanesi sepolti sotto la neve. Lì ho incontrato Paolo Berlusconi ("Guarda chi c'è" "Già, è un po' che non ci si vede") che viaggiava con un mio amico parlamentare. C'era troppa gente intorno perché potessi chiedergli cosa pensava delle vicende della Banca Popolare di Fiorani, grande benefattrice del fratello di Silvio. Inoltre non avevo neanche un posto a sedere, così ho salutato i due e mi sono accomodato sui gradini dello sportello insieme a una simpatica modella australiana con le trecce bionde.
La stazione centrale di Milano era affollata all'inverosimile, ma in modo relativamente ordinato: tutti a guardare i ritardi segnalati sui tabelloni. Dopo un'ora ho appreso che il mio Cisalpino per Zurigo era stato soppresso (avevo deciso di disinteressarmi della macchina e proseguire in treno). Piuttosto che rassegnarmi a dormire in albergo a Milano mi sono precipitato fuori e ho trovato di fianco alla stazione l'ultimo bus che andava a Orio al Serio - chissà perché, visto che l'aeroporto era chiuso - dove sono arrivato un'ora dopo quando era ripreso a nevicare di buzzo buono. Avevo avuto il buon senso di mettere l'auto in un parcheggio coperto, ma avevo anche avuto tutto il tempo di ricordarmi che le catene a bordo non c'erano.
Raggiunta in qualche modo l'autostrada, mi sono incolonnato in uno sparuto convoglio di auto sotto la neve battente che si accumulava sul cofano, tanto lenti andavamo, mentre dalla radio continuavano a dire di non mettersi in viaggio, e gli spettrali tabelloni luminosi annunciavano disagi imprecisati lungo tutto il percorso. Era chiaro che se per qualsiasi ragione l'auto si fosse fermata, niente avrebbe potuto rimetterla in moto.
Quando sono arrivato nei pressi della dogana svizzera al valico di Brogeda mi sono reso conto che la neve aumentava d'intensità, e con essa le probabilità di bloccarmi. E' quello che pensavano anche i doganieri svizzeri i quali ad ogni buon conto mi hanno fatto sapere che in Svizzera erano obbligatorie le catene montate. Li ho convinti che le avrei comprate al prossimo distributore, dove sono riuscito ad arrivare in un turbine di bianco. E dove ho scoperto che non c'erano catene in vendita. Ma c'era in compenso un piccolo e lindo motel per camionisti dall'improbabile insegna "Piccadilly", dove mi sono infilato dopo aver parcheggiato l'auto il più vicino possibile alla curva d'uscita dell'area di servizio.
Alla televisione mostravano proprio il tratto dell'autostrada Bergamo-Milano che avevo da poco percorso, e le rare macchine che annaspavano nella notte davano davvero l'immagine della sfiga...
La mattina dopo, mentre facevo colazione, ho letto sui giornali italiani e svizzeri tutto sulla nevicata - dai 50cm di Milano ai 90 di Varese etc. - e ho capito che siccome la temperatura si era alzata dovevo aspettare un paio d'ore prima di cercare di avviare la macchina. Ho capito anche che se fossi penetrato ancora in territorio svizzero per tornare a casa, rischiavo che la polizia mi ritirasse la patente. Quindi ho chiamato Veronika che si trovava nella provincia di Varese e le ho detto di non annullare il nostro appuntamento per andare a mangiare insieme, ché avrei provato a rientrare in Italia. Dove per fortuna era cominciato a piovere. Così abbiamo mangiato ad Angera, poi mi sono avviato verso Lugano evitando l'autostrada e le pattuglie della polizia. Le strade provinciali e cantonali erano messe molto male, ma guardandomi intorno ho visto viaggiatori messi peggio di me. A Lugano, sulla strada c'era un cinema dove davano "Brokeback Mountain". Mi sono fermato lì e dopo il film mi sono arrampicato verso casa scivolando ogni tanto ma senza bloccarmi del tutto, meravigliandomi con me stesso per avercela fatta. Solo che lo spazzaneve comunale aveva ammucchiato una montagna di neve davanti al mio garage, impedendomi così di entrare con l'auto. Ci ho messo un'ora a trovare un posto in un parcheggio un paio di chilometri sotto, così pieno di neve che alla fine ho deciso di entrare con l'auto dentro a un mucchio più morbido e lasciarcela dentro finché fossi tornato questa mattina con una pala.
Anche in "Brokeback Mountain" fa freddo e si vede una tempesta di neve, ma il film si segnala per altre ragioni, su cui magari tornerò fra poco. E un giorno o l'altro scriverò anche di "Neve", il controverso romanzo di quel grande scrittore turco che è Orhan Pamuk...