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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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giovedì, 11 maggio 2006

Napolitano

La prima volta che incontrai Giorgio Napolitano, eletto ieri presidente della Repubblica, fu un quarto di secolo fa al Bureau (l'esecutivo, l'equivalente del sovietico Politbiuro) dell'Internazionale socialista, di cui facevo parte come Generalsekretaer della stampa socialista e democratica.
Il Pci non faceva parte dell'Internazionale - ci entrerà, credo, nel 1991 - dove la posizione italiana era presidiata da Bettino Craxi, con i socialdemocratici di rincalzo. Però cominciava la sua marcia di avvicinamento alla socialdemocrazia europea, sempre mantenendo saldi rapporti con

Mosca, che anzi secondo me incoraggiava questa aperture. Erano gli anni della Ostpolitik della SPD, la socialdemocrazia tedesca, e presidente dell'Internazionale era Willy Brandt. D'altra parte il primo ad "aprire" alla socialdemocrazia europea (quella del "rinnegato Kautsky"...) era stato lo stesso Palmiro Togliatti, con un editoriale sul settimanale "Rinascita" che risale addirittura al 1963: davvero non c'erano limiti alla doppiezza di quell'uomo.
Napolitano rappresentava l'ala più aperturista del Pci, i cosiddetti "miglioristi", ed era venuto a Ginevra, dove era riunita l'Internazionale, per incontrare Bettino. Il quale mi fece partecipare a questo incontro riservato probabilmente perché il mio incarico era un incarico diretto del vertice dell'Internazionale e di Willy Brandt, non del Psi. E forse anche per avere un testimone seppure, come capii subito, quel colloquio era destinato a  restare interlocutorio.                                                                                                                                                          Il Pci a quanto pare non si fidava a lasciare una trattativa così delicata in mano a Napolitano, forse il più filocraxiano dei comunisti. Così gli misero a fianco Antonio Bassolino, della sinistra, nel ruolo di "commissario politico", immagino.
Togliatti aveva imparato da Stalin, che l'aveva imparato da Lenin il quale si era a sua volta ispirato a uno scritto di Machiavelli: per trattare, o per rompere, è bene utilizzare la persona meno propensa alla trattativa, o alla rottura. Lo stesso Togliatti era stato vittima di questa strategia. Fu a lui che Stalin chiese, nel 1947 all'atto della fondazione del Cominform in Polonia, di stendere il documento che doveva servire di lì a poco a richiamare all'ordine i polacchi e a mettere fuori dal gruppo Tito. Col duplice risultato di vincolare i comunisti italiani alla lotta contro il "revisionismo" jugoslavo e di dare una salutare lezione a chi negli altri partiti si fosse fatto venire qualche idea titina per la testa. Poi, sul campo, ci avrebbero pensato gli agenti sovietici come Vittorio Vidali - il "comandante Carlos" della guerra di Spagna - ad assicurare l'ordine cominformista. Ma intanto Togliatti doveva piegarsi. E si piegò, come sempre, agli ordini di Mosca.
A Ginevra, quel giorno, nessuno giocava la propria vita o rischiava di finire alla Lubianka. Si svolgeva solo una partita a carte il cui vincitore designato era Bettino. Enrico Berlinguer aveva detto che con Craxi i socialisti italiani avevano subìto una "mutazione genetica"? E ora pretendeva che Bettino sponsorizzasse l'avvicinamento del Pci all'Internazionale? Il muro di Berlino era ancora in piedi, e Craxi di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio. Oggi sappiamo che i comunisti italiani sono stati gli ultimi ad accorgersi che il muro era crollato, e ancora non riescono a voltare pagina, se è vero che un uomo intelligente come Piero Fassino si è lasciato scappare, poco dopo l'elezione di Napolitano, che siè trattato di un riconoscimento dato a "sessant'anni di storia della nostra forza politica"? Quale forza politica, il Pci? Ma allora è solo il nome che avete ripetutamente cambiato. E nelle vostre teste, non cambierete davvero mai? Solo Napolitano, con pochi altri, è cambiato, e già da un po' di tempo.
Seduto a un tavolo del bar del palazzo dei congressi, il nostro quartetto attirò l'attenzione di qualche giornalista italiano che però, secondo il costume nazionale, si interessava più a qualche battuta di un Craxi infastidito che non a cercare di capire quale partita si stesse giocano lì, anche se sul tavolo di carte da gioco non ce n'erano.
Io non aprii bocca, ma anche gli altri parlarono poco. Napolitano, noto per non essere loquace, parlò più degli altri: si vedeva che era il solo realmente interessato a portare a casa un risultato, da giocare a sua volta nella dura partita interna al Pci. Una partita in cui la resa dei conti arriverà con Tangentopoli, quando quasi tutti i comunisti furono miracolati dalle "toghe rosse" eccetto i miglioristi di Napolitano, alcuni dei quali finirono anche in galera, scomparirono dalla politica o dovettero fare dieci anni di traversata nel deserto delle sezioni periferiche e degli incarichi burocratici interni di una nomenklatura comunista ottusa e proterva.

Quando un politico, come é successo a Napolitano, ha dovuto fare i conti con un ambiente così illiberale ed ha continuato a sostenere atteggiamenti liberali, credo che vi si sia talmente affezionato che niente o nessuno al mondo potrebbe  fargli cambiare più idea...