Bombe: Orgoglio e pregiudizio
Per quella che si usa chiamare "eterogenesi dei fini", assistiamo a un accavallarsi di crisi internazionali determinate ad un tempo dalla volontà del presidente iraniano Mahmoud Ahmadi-Nejad di equipaggiare il suo paese con armi atomiche, dalle reazioni di Israele e del mondo, dalla vittoria del movimento Hamas in Palestina, dal confronto sulle vignette anti-islamiche pubblicate da un giornale danese e dalle violenze che ne stanno derivando.
Nella più diffusa di queste vignette, sulla testa del Profeta c'è una bomba con la miccia accesa, dentro a un turbante tipico dell'epoca Moghul - sarebbe come metter in testa a Carlo Magno la parrucca del Re Sole, per dirne solo una sull'ignoranza e sul cattivo gusto che sta all'origine di un pericoloso scontro. Mi pare che siano le bombe il leit-motiv di queste vicende.
Bombe - quelle iraniane - che il presidente statunitense George Bush ha detto che Washington non consentirà. Forse Bush ha dimenticato che Washington quasi cinquant'anni fa aveva avvertito (con meno enfasi però) un altro stato del Vicino Oriente, Israele, di non cercare di dotarsi di ordigni atomici e nucleari.Eppure oggi l'arsenale nucleare di Israele è stimato a duecento bombe nucleari, e rièccoci agli avvertimenti ad un altro stato di quella regione del mondo, l'Iran, da parte di un altro presidente americano, un po' meno autorevole di Dwight Eisenhower.
Gli americani non hanno mai formalmente accettato l'esistenza della bomba israeliana, che infatti fu assemblata beffando gli ispettori americani nel 1961, durante la presidenza Kennedy. Ma l'opinione pubblica americana ha da tempo accettato il fatto compiuto di un Israele nucleare in quanto è considerato uno stato minacciato da ogni parte da vicini (arabi) aggressivi e potenti. Ma è davvero così? E la situazione geopolitica dell'Iran è davvero così diversa?
Nel '56, quando il fondatore dello Stato ebraico Ben Gurion pensò di affidare al il giovane Shimon Peres la missione di andare in Francia per vedere di procurarsi i piani per la bomba, si era alla vigilia della più aperta e violenta aggressione israeliana al mondo arabo, con l'aiuto delle potenze coloniali Francia e Regno Unito: l'attacco a Port Said e al canale di Suez e l'invasione del Sinai. L'attacco, che riuscì a far passare in secondo piano la contemporanea repressione della rivoluzione ungherese da parte dei carri armati sovietici, venne condannato dall'ONU - USA e URSS per una volta si trovarono dalla stessa parte - e mesi dopo gli israeliani dovettero ritirarsi dal Sinai, acquisendo però quel vantaggio strategico sul terreno di cui approfitteranno undici anni dopo sferrando la "gerra dei sei giorni" da cui deriva la presente occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Ma c'era stata la prima guerra arabo-israeliana - si obbietta - quella del '48, dove in realtà Israele dovette combattere da solo contro Egitto, Siria e Giordania. Certo, e con la vittoria israeliana venne così punità l'ottusità dei governi arabi che si erano opposti alla spartizione della Palestina decisa dall'ONU. Ma Israele non era affatto debole, anzi gli effettivi della Hagana, che poi diventerà Tsahal, erano più numerosi di tutte le truppe arabe messe insieme, le quali non erano dotate di un comando unificato ed erano nell'impossibilità di agire - come fecero invece con molta efficacia gli israeliani - per linee interne, spostando le loro forze dove ce n'era più bisogno.
Tuttavia, dopo due guerre, pur vittoriose, è del tutto comprensibile che Ben Gurion ordinasse a Shimon Peres, giovane promessa dei laburisti, di andare in Francia a vedere se poteva mettere in moto un'atomica israeliana. "Ma io non parlo neanche il francese!" esclamò Peres, ma già il vecchio Ben Gurion gli stava dando una delle sue energiche pacche sulle spalle, insieme a una lista di nomi di amici da contattare al suo arrivo a Parigi.
La storia, davvero affascinante, di come gli israeliani si procurarono la bomba in barba agli americani e al resto del mondo la raccontò lo stesso Shimon Peres, con la sua tipica ironia, a un'emittente israeliana. "La Cinq" francese la riprese un paio d'anni fa. Imperdibile è il racconto dell'ispezione degli scienziati americani agli impianti israeliani. "Costruimmo un intero piano sotterraneo di laboratori falsi e rassicuranti per gli americani - racconta Peres - ma i laboratori veri erano a un piano inferiore, e gli ispettori americani non se ne accorsero!" Ahmadi-Nejad avrà così capito che deve evitare in ogni modo le ispezioni perché oltre ad essere improvvise (quelle americane furono fatte con largo preavviso agli israeliani) la prossima volta potrebbero arrivare ispettori americani armati di trivelle e di badili...
La storia dell'atomica israeliana meriterebbe di essere completata sul piano tecnologico. Si potrebbe scoprire che le tecnologie nucleari in possesso della società francese Snecma erano di origine sovietica, risultato dell'accordo politico sigliato fra Stalin e Charles De Gaulle nel 1944. Davvero la Snecma poteva passare informazioni "sensibili" agli israeliani senza il consenso dei sovietici? Quesito interessante su cui mi riprometto di tornare.
La differenza principale fra l'Israele del '56 e l'Iran di mezzo secolo dopo è che i loro rispettivi vicini sono ben diversamente equipaggiati: relativamente piccoli e privi di armi nucleari i paesi arabi vicini di Israele, mentre l'Iran - che è un grande produttore di petrolio, e perciò una preda ben più appetitosa di quanto non sia Israele per i suoi nemici - deve fare i conti con il potenziale nucleare di Russia, India, Pakistan, Cina, Israele e soprattutto con quello degli Stati Uniti, i cui avamposti fra le truppe d'occupazione in Irak possono osservare con i loro canocchiali i fedeli shiiti iraniani recarsi alla preghiera del venerdì.
Ciò giustifica forse che l'Europa, gli Stati Uniti, la Russia e l'ONU chiudano un occhio sull'atomica iraniana? Assolutamente no, ma si conferma la saggezza popolare del proverbio: "Chi semina vento, raccoglie tempesta".
P.S. Ti pareva che il professor Guido Rossi non approfittasse delle luci di scena accese di nuovo su di lui ("Il mio nome è Rossi", mio blog di ieri) per riscrivere la storia delle scalate bancarie in modo da mettere se stesso nella luce migliore! Eccolo lì, gongolante e superfotografato sui giornali di oggi, che racconta alla "Repubblica" di aver tolto d'impaccio Unipol ("'tel chi!" - dicono a Milano) che si era messa in una difficile situazione politica. Mentre sul "Corriere della sera" gigioneggia: "Una bella operazione, bellissima. Mi sono persino divertito. Sono contento per l'Unipol che stava correndo un rischio piuttosto alto". Che understatement, professore! E i suoi precedenti rapporti con gli spagnoli di Bbva? "Una leggenda metropolitana..."
Peccato che nessuno gli abbia chiesto dei suoi rapporti con Abn Amro, e se era stato avvisato della diffusione delle intercettazioni dell'estate scorsa. E come mai neanche una parola sul suo amico Francesco Greco, procuratore a Milano, che pure ha avuto un ruolo decisivo per il successo? Unici guastafeste, quelli del "Sole 24 ore" i quali, forse pentiti per lo slancio ultrarossista di ieri, raccolgono la comprensibile irritazione dei veri protagonisti dell'accordo risolutivo con Bnp Paribas titolando: "Erede e Pedersoli rivendicano il vero ruolo di 'dealmaker'".
Ma nessuno batte in velocità il professor Guido Rossi, quando si tratta di procure e di media.
Post hoc...
...ergo propter hoc. In latino è più semplice dirlo: se il fatto B è accaduto dopo il fatto A, vuol dire che è stato A a provocarlo. Ciò presuppone che i fatti A e B accadano in un medesimo contesto. Su questo rapporto si è molto discusso, collegandolo anche al rapporto causa-effetto. La forza del principio "post hoc ergo propter hoc" sta nell'impossibilità del suo contrario: è infatti assai improbabile che qualcosa che accade prima sia provocata da qualcosa che accade dopo.
Significa, questo, che il sottosegretario alle Riforme del governo Berlusconi on. Aldo Brancher e il sottosegretario alle Comunicazioni on. Paolo Romani sono politici corrotti in quanto ottennero dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani consistenti favori finanziari subito dopo aver accettato da Fiorani stesso l'imposizione di un candidato di centrodestra perdente alla carica di sindaco di Lodi? (Leggere in questo blog il post "Capodanno, capodanni"). Loro diranno che non sono corrotti e che è per pura coincidenza che i soldi della banca sono arrivati nelle loro tasche subito dopo aver concesso alla Popolare il favore politico che il suo numero uno chiedeva. Ma se dicono questo mentono.
Se infatti la loro scelta di affossare - senza spiegazioni e senza motivo - una candidatura per imporne un'altra non era dovuta a un diktat di Fiorani, allora dovevano stare bene attenti a farsi finanziare da qualsiasi altra banca, popolare o no, evitando ad ogni costo la Popolare di Lodi, per non essere sfiorati dal sospetto del "post hoc ergo propter hoc". Ma temo per loro che nessun'altra banca, proprio nessuna, avrebbe accordato a questi due uomini d'affari improvvisati e disastrati le condizioni da clienti privilegiati che ottennero sei anni fa da Fiorani. Quale banca seria avrebbe infatti messo la firma (e così in fretta!) sotto ai generosi finanziamenti ottenuti dal duo Romani-Brancher, più propenso alla bancarotta l'uno, alle tangenti l'altro, che non alla corretta gestione di un fido?
Certo, i due compari non immaginavano lontanamente che le prove documentali della loro corruzione - ancora più grave in quanto miserabile - sarebbero saltate fuori anni dopo. Né tanto meno che il potente Fiorani sarebbe finito in carcere, e i loro nomi sui giornali. Le cose apparivano facili, in quell'inverno del 2000: facciamo a Fiorani un favore che non ci costa nulla - devono aver pensato i due, a cui non importava certo che il municipio di un capoluogo andasse alla parte avversa - e portiamo a casa un po' di soldi. Alla faccia degli impegni presi in precedenza con il deputato di quel collegio che oggi scrive queste righe.
Il fatto è che quasi tutto può essere perdonato in politica: errori, ritardi, favoritismi, perfino il disinvolto uso dei soldi. Ma non il giocare a perdere, tirare nella propria porta, vendersi per favorire l'avversario. Questo in politica è inaccettabile e imperdonabile.
L'unico castigo appropriato per chi si è fatto pagare per favorire la squadra avversa è l'espulsione dal campionato della politica, per usare una metafora calcistica come quelle che piacciono a Sivio Berlusconi.
Ma Berlusconi é d'accordo con noi! - dissero all'epoca cortigiani e ruffiani del capo. Falso. Poco tempo dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nella città di Lodi, Berlusconi disse invece che candidati così non li avrebbe votati neppure lui...
Per una fortunata circostanza quando le agenzie riportarono questa frase del presidente, durante un consiglio nazionale di Forza Italia, i due compari Romani e Brancher erano insieme al bar dell'albergo romano dove il consiglio si svolgeva, così potei sbattergli in faccia il lancio dell'agenzia e dirgli la mia opinione sulla loro spregevole condotta. Ma cosa volete che importasse a quei due che il loro presidente li avesse clamorosamente smentiti? Avevano i soldi in saccoccia e una banca come amica, ormai, per i loro debiti futuri.
C'è qualcosa da imparare da questa squallida storia? No, non c'è niente da imparare. La corruzione esiste da sempre - così si consolano gli italiani più cinici - e di corrotti di mezza tacca come Romani e Brancher ce ne sono dappertutto. Questa categoria però prospera solo quando l'etica di una società sta arrivando ai minimi. Essi rappresentano il termometro del livello di corruzione di un paese, e dell'assuefazione ad essa dei cittadini.
P.S. Non vorrei sembrare ingenuo, scrivendo che i due corrotti di turno dovevano evitare di farsi finanziare dalla Popolare di Lodi, come se non sapessi che quella banca in passato ha chiesto ad altre banche amiche il favore di finanziare Tizio o Caio per non lasciare la sua impronta. Lo so benissimo. Addirittura, anni fa, fu un'altra banca della Bassa padana a regalare una costosa automobile ad un funzionario che era stato compiacente con la Popolare di Lodi, perché la corruzione non fosse troppo evidente. L'aver trascurato anche questa minima precauzione dimostra ad un tempo la certezza di impunità e la cialtroneria di Romani e Brancher e di quelli come loro, a destra e a sinistra dello schieramento politico.