Quanto è distante Lodi da Milano (2)
Mettiamo che abitiate a Milano, e che a forza di sentir parlare di una certa banca di Lodi vi sia venuta la curiosità di vederla, questa Lodi, così vicina a Milano eppure non ci siete mai stata. Dài andiamoci sabato: è a pochi chilometri, non importa prendere l'auto, si va in bici. Un po' come, dall'altra parte di Milano, si va in bici lungo il naviglio grande o il naviglio pavese, no? No.
Da brava milanese, vi siete procurata una mappa dal titolo "Il Lodigiano bicinvoglia". Lodi è al centro della mappa. Da essa si dipartono diversi percorsi, alcuni segnalati da righe continue gialle e rosse (sono i colori di Lodi), altre interrotte qua e la'. In alto a sinistra c'è scritto "Milano", ma la linea tratteggiata ("percorsi ciclabili di prossima realizzazione") comincia a Melegnano. E come si fa ad arrivare in bicicletta da - mettiamo - piazzale Corvetto o piazzale Rosa a Melegnano? Provateci. Scoprirete che uscire da Milano a sud evitando l'autostrada o la trafficatissima via Emilia è praticamente impossibile. Potete arrivare fino a Chiaravalle, visitare la bellissima abbazia che si vede anche dal treno, e lì finisce la gita. A meno che vi avventuriate per strade che non hanno niente della pista ciclabile.
Qua e là sulla mappa "Lodi bicinvoglia" ci sono piccoli tratti di pista, ma come si fa ad arrivarci? Con la bici in spalla?
Insomma, per vicina che sia, Lodi resta lontana. Per quanto pianeggiante, la strada resta impervia, come se i lodigiani in realtà non volessero averli fra i piedi, i milanesi, dopo tutti gli sconquassi che hanno causato nell'ultimo millennio. E meno male che c'era l'imperatore, il Barbarossa, a metterli al loro posto.
C'è chi ha scritto che è difficile sentire un lodigiano ridere a crepapelle: al massimo un risolino sardonico, perché anche quelli che non conoscono la storia se lo sentono dentro che c'è poco da ridere e che da Milano - dove pure un lodigiano su tre va ogni giorno a lavorare - possono arrivare solo guai. Come i senesi che hanno addirittura scolpito le statue dei loro santi con la testa voltata verso Firenze, ché è da Firenze che bisogna guardarsi...
E anche questa volta è arrivata la tegola da Milano, dalla Procura di Milano, sulla testa del "golden boy" lodigiano Gianpiero Fiorani, "che per me è come fosse mio nipote" dice intenerendosi il signor Rovida dal banco del suo delikatessen a un passo dalla cattedrale, che é fra i migliori della Lombardia, forse d'Italia. E molti a Lodi la pensano ancora così e non sanno capacitarsi di come il Fiorani sia finito a San Vittore, e di tutto quel giro di soldi nascosti, di ville al mare, di traffici, che Dio lo perdoni.
E sabato 28 gennaio c'è l'assemblea della gloriosa Banca popolare di Lodi, frettolosamente e orgogliosamente battezzata Banca popolare italiana nella lunga estate calda delle scalate e delle rovinose cadute. L'assemblea dei soci, che negli ultimi sei anni è stata la messa cantata di Fiorani, sempre al suo fianco il fido e altezzoso presidente Giovanni Benevento, e il fido e perennemente stupefatto vicepresidente Desiderio Zoncada. All'ultima ordinaria, quella della primavera 2005, ci fu chi scrisse del "tifo da stadio" e della "fedeltà bovina" dei soci della Lodi, esausti come mucche munte da cinque successivi aumenti di capitale, eppure entusiasti come un parco di buoi ubriachi . Il parco buoi, quello che designa in borsa gli investitori meno avveduti. Vennero in tremilacinquecento, quella volta, molti portandosi dietro le famiglie dalla lontana Toscana, dalla lontanissima Sicilia, teatri delle razzie fatte da Fiorani negli ultimi sei anni, con i metodi che oggi tutti conosciamo, ma che un pugno di noi già sapeva - e lo denunciò - anche sei anni fa.
E questa volta, verranno ancora in tanti questa volta all'assemblea che più che una messa cantata o un Te Deum si prospetta come una dolorisissima Via Crucis? Eccome se verranno! Già quattromilacento si sono prenotati, e ci si aspetta che raggiungano la cifra record di quattromilacinquecento sabato prossimo al palazzetto dello sport, che di posti ne ha cinquemila. La Banca, matrigna, neanche un servizio di navetta (per ora) ha organizzato, e per le vettovaglie, ognuno per se. Anzi - sembra di capire - se non venite è meglio, che già abbiamo i nostri problemi. Perché dopo tanto mungere i soci, chissà, potrebbero anche essere incazzati.
Sei anni fa si sfogarono contro l'autore di queste righe, deputato di Lodi e accusatore di Fiorani per gli imbrogli che c'erano stati nell'acquisizione della Popolare di Crema. E come annuiva, quel giorno, il nasone del presidente agli insulti dei soci che si scagliavano contro il deputato, il quale cercava solo di difendere loro, poveri buoi, e la loro banca dagli assalti degli speculatori interni ed esterni. E come sgranava gli occhi beato il vicepresidente che ancora - eravamo nel 2000 - non aveva mostrato tutto ciò che sapeva fare nelle vicende incresciose dell'autostrada Milano-Mare...
Magari questa volta i soci se la prenderanno con qualcun altro. O vorranno indietro i loro soldi. O magari, chissà, cercheranno un altro uomo della provvidenza da cui farsi guidare. Perché infinita può essere, a volte, la stupidità collettiva degli agglomerati umani.
Ma forse a qualcuno verrà in mente di andare a vedere la storia di altre acquisizioni fatte dalla Banca popolare italiana - ex Lodi - come quella, strategica, della Banca Rasini che il commendatore Azzaretto di Missilmeri, nella Sicilia profonda, venne a comprarsi nel dopoguerra fin quassù, perché in Sicilia c'era chi aveva bisogno di smaltire a Milano i suoi soldi. Molti soldi.
Zio Romi
In uno dei "brogliacci" in cui sono trascritte le chilometriche intercettazioni telefoniche della "furbacchiopoli" italiana compare un personaggio chiamato familiarmente da uno degli interlocutori con l'appellativo "zio Romi". Nella storia delle scalate bancarie, così come nelle storie di mafia e nei casi di pedofilia, il termine "zio" non promette niente di buono.
"Sei proprio sicuro di volerlo conoscere? - mi chiese un comune amico, mio e dello "zio", e suo ex compagno di classe - Guarda che è un tipo...tosto", dove si capiva dalla breve esitazione che quel tosto era un eufemismo. Mitridatizzato da ogni genere di "tipi tosti" italiani e non, e non considerandomi a mia volta un'educanda, dissi che sì, che volevo conoscerlo perché mi pareva l'unico abbastanza vicino a Berlusconi da potergli fare qualche raccomandazione sul collegio di Lodi che stavo lasciando. Nella speranza che cinque anni di lavoro che avevo fatto nel collegio dove mi ero trasferito subito dopo essere stato eletto nella primavera del 1996, non scomparissero insieme a me. E' quasi impossibile, in politica, trascurare questi aspetti che al non politico possono sembrare del tutto irrilevanti. Per esempio, se un direttore generale lascia l'azienda, se ne va senza voltarsi indietro. Il rapporto fra il deputato eletto e il suo collegio, invece, in quello che doveva essere l'inizio della stagione uninominale portata a prematura fine dalla legge elettorale del 2005, non si può liquidare con una letterina di commiato agli elettori. Per questo volevo parlare col neo-eletto senatore Romano Comincioli, anche se non era precisamente lui il mio successore: al mio collegio della Camera era stato infatti destinato da Berlusconi un certo Emanuele Falsitta, erede di un noto studio fiscale milanese nonché fiscalista di suo fratello Paolo. Di costui Vittorio Feltri ebbe a scrivere sul suo quotidiano: Non sarebbe meglio pagare le parcelle ai fiscalisti, anziché mandarli in parlamento? Ma più si è ricchi più si è taccagni, gli avrei risposto io.
Invitai Comincioli alla trattoria lodigiana della Torretta, oltre il cimitero, mettendo subito in chiaro che il conto l'avrei pagato io perché avevo sollecitato l'incontro. Alla fine del pasto ci salutammo: lui certamente non avrebbe tenuto in nessuna considerazione, malgrado avesse perfino preso appunti su un taccuino, ciò che gli aveva raccomandato uno come me sicuramente inviso al suo padrone; io mi ero rafforzato nella convinzione che i tipi tosti sono solo quelli che un padrone non ce l'hanno. Chi rende conto a un padrone non saprai mai se è davvero tosto o no. Ridimensionai mentalmente "zio Romi" al ruolo di "simpatico gangster", agevolato dalla figura massiccia e dal sorrisone complice del neosenatore.
Simpatico, si capisce, solo per chi come me non aveva avuto a che fare con lui se non per un pranzetto bagnato dal vino frizzante di San Colombano adatto ai robusti sapori lodigiani.
Chissà invece cosa ne avrebbe pensato il defunto banchiere Roberto Calvi se non fosse finito impiccato sotto al ponte dei Black Friars a Londra, il 18 giugno del 1982? Calvi non ebbe la fortuna capitata a Gianpiero Fiorani di trovarsi al sicuro a San Vittore, col solo problema di stare attento alla tazzina di caffè, costata la vita a un altro avventuroso banchiere amico dei politici, Michele Sindona, ma non credo avrebbe accettato "simpatico gangster" come la definizione più appropriata per il socio in affari di Flavio Carboni,faccendiere sardo scoperto da Ciriaco De Mita, sotto accusa proprio per l'assassinio dell'ex patron del Banco Ambrosiano.
Fra Calvi e Carboni si era creato un forte sodalizio, di quelli che a Napoli chiamano "tieneme ché te tengo", fin da quando il banchiere era stato tradotto nel carcere della Cagnola a Lodi - all'epoca pio e grasso entroterra agricolo di Milano (sarà capoluogo di Provincia solo nel 1995)- per esportazione illegale di valuta.
Nel carcere di Lodi ci fu anche un dubbio tentativo di suicidio del banchiere, ma se il tribunale milanese, nel condannare il 20 luglio 1981 Calvi a quattro anni di reclusione non gli avesse concesso la libertà provvisoria, l'amico di Carboni e Comincioli non sarebbe finito come è finito. Invece, scrive Ferruccio Pinotti in "Poteri forti" (BUR 2005) "i due (Roberto Calvi e Flavio Carboni) si appoggeranno a vicenda, politicamente il primo, finanziariamente il secondo, attraverso un meccanismo che andrà avanti fino al 18 giugno 1982, a Londra, quando Carboni abbandonerà Calvi al suo destino". Il finto suicidio servì comunque allo scopo: i politici più in vista denunciarono il clima di "violenza intimidatoria" in cui si stava svolgendo il processo. Il segretario socialista Craxi disse che i magistrati "facevano un uso politico dei documenti giudiziari". Più o meno quello che dice oggi il segretario diessino Piero Fassino in riferimento alle intercettazioni telefoniche delle settimane scorse. I particolari della tragica vicenda Calvi furono narrati in modo completo per la prima volta oltre venti anni fa da Larry Gurwin ("The Calvi Affair" Pan Books 1984), prima che Giuseppe Ferrara ne facesse un film.
Cosa aveva a che fare Romano Comincioli, che ha lavorato per Berlusconi fin da quando rubava (ci giurerei) le merende per suo conto a scuola dai Salesiani, con Flavio Carboni? Questo non lo chiesi al nostro comune amico, il suo compagno di classe, perché non me l'avrebbe detto.
Ma abbiamo gli atti di un paio di processi - ultimo quello di Palermo contro Marcello Dell'Utri - e altri documenti attendibili, per aiutarci a capire.
Traccia indiscutibile della zampa di Comincioli, o del suo zoccolo, se seguiamo la metafora asinina dedicatagli da Silvio Berlusconi, la troviamo in una delle sessanta pagine del "memoriale Pellicani" - dal nome dell'amministratore per quasi dieci anni degli affari di Carboni arrestato a Trieste a fine 1982 dal pubblico ministero Oliviero Drigani. Pellicani sostiene che nel settembre 1981, circa quattro miliardi di lire di debiti di Carboni "vengono accomodati con assegni ed effetti della Generale Commerciale, firmati dal Comincioli in quanto il Carboni si dichiara creditore del Berlusconi di circa sette miliardi, in considerazione del fatto che gli aveva ceduto la società Contra dei Marinai, con sede in Olbia, proprietaria di circa 160 ettari con una volumetria edificabile di circa 160.000 metri cubi".
Fu la conclusione di un vortice di iniziative immobiliari in Sardegna iniziate nel 1975 quando Comincioli, allora responsabile di una rete di venditori dell'Edilnord, mise piede per la prima volta in Gallura...
La Generale Commerciale menzionata da Emilio Pellicani era stata messa in piedi da Comincioli con l'aiuto di Marisa Bosco, conosciuta nell'istituto di cui era stato procuratore il padre di Silvio, Luigi, la molto chiacchierata Banca Rasini divenuta nel tempo proprietà della Banca Popolare di Lodi. Ne riparlerò più in là.