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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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domenica, 15 gennaio 2006

Berlusconi e il ponte sul fiume Kwai

Un raffinato letterato e grande giornalista, Arrigo Benedetti, insegnava con l'esempio che un gentiluomo non racconta mai barzellette, soltanto aneddoti appropriati alla conversazione. Il desueto termine "gentiluomo" mi ha sempre fatto venire in mente frasi del tipo:  "il seno di una signora deve poter stare in una coppa di champagne o nella mano di un gentiluomo", o la divisa del gentleman vittoriano - che ho fatto mia: "Never complain, never explain", nel senso che non basta non stare a lamentarsi, bisogna anche non stare a spiegarsi, che è l'anticamera del lamentarsi. Poi c'è un altro dei miei motti preferiti, il francese "A gentilhomme, gentilhomme, à brigand, brigand et demi", che piaceva tanto a Sandro Pertini...
Insomma, stando a Benedetti, il forzato delle barzellette Silvio Berlusconi non sarebbe un gentiluomo.
Ma ora vi racconto un aneddoto nel quale Berlusconi comparirà a sua volta con un sorprendente aneddoto tutto suo, che lo faceva ridere ancora quando me lo raccontò. E sono passati quasi dieci anni da quella sera a cena con il presidente di Forza Italia, in un albergo romano.
"Umberto, tu che sei bravo a organizzare queste cose..." - disse verso la frutta. Non afferrai subito quali fossero queste cose, ma non mi stupii perché mi vengono attribuite da decenni immeritate doti di grande organizzatore. Berlusconi arrivò subito al punto. "In Italia i comunisti hanno un'organizzazione capillare che funziona molto bene. I nostri alleati missini altrettanto. Noi niente invece". Noi, cioè Forza Italia, che d'altra parte esisteva da meno di tre anni. "Dovresti fare come hai fatto con Miglio e i federalisti, ma più in grande questa volta". Siccome a tavola c'erano altre persone con noi, la conversazione proseguì qualche giorno dopo da lui, sempre a Roma, e si concluse qualche mese più tardi nel suo ufficio di via Rovani a Milano, su mia richiesta.
Cosa era succeso in quei mesi?
Berlusconi mi aveva chiesto di creare una struttura giovanile non ideologica, ma fortemente anticomunista. Ero d'accordo sul primo punto, meno sul secondo non perché io non sia sempre stato anticomunista (non meno che antifascista) ma perché era difficile mobilitare i giovani su una parola d'ordine - l'anticomunismo - cui erano caso mai sensibili le fasce di età più alte. Avevo comunque trovato soluzioni che mi parevano adeguate, quando si aprì in Italia la "stagione della Bicamerale", un periodo di relativa collaborazione fra destra e sinistra nel nome di riforme costituzionali reputate urgenti e importanti. Ci eravamo molto allontanati dal clima di contrapposizione frontale della grande manifestazione di Roma - quasi un milione di partecipanti - del Polo delle libertà nell'autunno del 1996. Lo stesso Berlusconi, sotto i colpi delle Procure, sembrava propenso a trovare un qualche accordo con il Pds. Decisi allora di andarlo a trovare, armato di un apologo che mi ero preparato con cura. Inoltre mi servivano soldi perché fin lì avevo dovuto fare tutto con i miei mezzi, che non erano illimitati. Al colloquio fra me e Berlusconi assisté un'altra persona conosciuta: mi duole non ricordare chi era.
"Caro presidente - esordii - ricordi il colonnello del "Ponte sul fiume Kwai", quello della famosa marcia militare, interpretato da Alec Guinnes?" Il largo sorriso che comparve sulla faccia di Berlusconi mostrò che se ne ricordava benissimo. Il sorriso si accentuava via via che procedevo, sebbene mi sembrasse che ci fosse poco da ridere, perché io anzi gli ricordavo il drammatico epilogo dell'ufficiale inglese che, ormai affezionato al ponte che i suoi soldati prigionieri dei giapponesi avevano costruito sotto la sua guida - e che certamente sarebbe sopravvissuto alla guerra - non si rendeva conto che gli alleati dovevano invece distruggerlo, quel ponte sullo Kwai, perché aveva importanza strategica per i giapponesi. Il colonnello non aveva capito che se era importante che il ponte fosse fatto a regola d'arte per mostrare la bravura dei soldati britannici, era ancora più importante che qualcuno lo facesse saltare in aria.
"Ora tu stai creando un ponte fra te e D'Alema, stai smorzando il contrasto ideologico con i comunisti e stai anche rendendo inutile l'incarico che mi hai dato - conclusi - ma ricordati che prima o poi quel ponte dovrai farlo saltare..."
Per quanto avessi cercato di essere breve, notai che Berlusconi mi seguiva appena e che voleva a tutti i costi dirmi qualcosa a sua volta, sempre con quel sorriso stampato in faccia. "Ma lo sai che mi hai fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa, quando vendevo i miei primi appartamenti andando dai clienti con i piani di costruzione - disse alla fine avvicinandosi con aria complice - Ci andavo naturalmente insieme al mio architetto. Mi presentavo al cliente, assumevo un atteggiamento solenne e indicando l'architetto gli dicevo: lo sa chi è questo signore? E' nientedimeno che l'architetto del ponte sul fiume Kwai...E loro ci credevano!" E giù risate e pacche sulle ginocchia. Risi anch'io, si capisce, perché l'aneddoto era divertente e non c'è cosa che diverta di più Berlusconi di fregare qualcuno e poi raccoltarlo agli amici. Tuttavia mi resi anche conto che il mio apologo non era andato per niente a segno. Pazienza, pensai, e mi congedai da Berlusconi e dal mio ormai inutile incarico.
Ma avevo torto.
Tempo dopo, tutti noi deputati e senatori di Forza Italia fummo convocati a una riunione notturna nella Sala della Regina, a Montecitorio. Berlusconi voleva chiederci se eravamo d'accordo di far saltare la Commissione Bicamerale, che nel frattempo era andata abbastanza avanti arrivando anche ad approvare le modifiche costituzionali sul presidenzialismo. Berlusconi - pensai subito - ha capito che deve sparigliare, come si dice nello scopone scientifico. Pensai anche che doveva essersi sentito con Craxi da Hammamet. La manovra proposta da Silvio mi pareva infatti farina raffinata del sacco di Bettino.
Ricordo benissimo la successiva seduta della Camera, piena fino all'ultimo posto, quando Berlusconi annunciò che ritirava l'appoggio alla Bicamerale, cogliendo così di sorpresa non solo Massimo D'Alema ma anche Gianfranco Fini.
Gli interventi del leader della sinistra e del leader della destra, ambedue critici di questa decisione, seppure con toni naturalmente diversi, mostravano che Berlusconi aveva avuto ragione: in un clima di collaborazione fra destra e sinistra solo queste due avrebbero contato, e lui sarebbe stato emarginato. Invece: fine della Bicamerale, fine della collaborazione, ritorno in trincea.
Fu allora che mi resi anche conto di quanto il duo Berlusconi-Craxi fosse andato oltre il mio apologo del ponte sul fiume Kwai. Non solo infatti aveva fatto saltare il ponte come chiedevo io in pura teoria, ma lo aveva fatto saltare mentre le truppe della sinistra (e quelle della destra) ci passavano sopra, ottenendo il massimo risultato distruttivo. Nel film il ponte salta in aria di notte e sopra il ponte c'è solo un testardo colonnello inglese e il comandante giapponese del campo di prigionia. Qui invece sul ponte della Bicamerale c'erano tutti quelli che cercavano di liberarsi di Berlusconi, da sinistra e da destra.
Tanto di cappello, pensai rimettendomi in testa l'elmetto.