Un errore di Craxi
L'impeccabile e perfino appassionata risposta di Sergio Romano ("Corriere della sera", 5 gennaio 2005) al prolisso e meschino intervento di Piero Ottone - ancora lui - contro Bettino Craxi mi esimerebbe da altri commenti, se non avessi vissuto alcuni degli episodi ricordati da Romano nella sua risposta, e non ricordassi come lo stesso Romano, ambasciatore presso la NATO, non esitò ad accettare il mio invito ad unirsi a Craxi e a noi di "Critica sociale" in un convegno a Firenze che gettò un quarto di secolo fa le basi della nuova politica estera italiana inaugurata da Craxi.
Romano ricorda il ruolo decisivo di Craxi nel convincere, o costringere, Margaret Thatcher ad accettare l'Atto unico europeo al consiglio di Milano del 1985 ("Strong man of Europe" lo chiamò allora "The Economist"), l'elezione di Jiri Pelikan al Parlamento europeo - cui aggiungo la pubblicazione di "Listy", lettera destinata ai dissidenti cecoslovacchi, fatta in diverse lingue da "Critica Sociale" - la scelta giusta, insieme al cancelliere tedesco Helmut Schmidt degli "euromissili" - episodio cui il ministro della Difesa di allora, Lelio Lagorio, ha dedicato un recente libro: "L'ora di Austerlitz" - Infine l'ingiustizia dei due pesi e delle due misure usati per valutare i finanziamenti amnistiati fino al 1989 - dai "fondi neri" dell'IRI della DC all'"oro di Mosca" del PCI - e i furti di Tangentopoli, inferiori di almeno un ordine di grandezza ai primi.
"L' 'esilio' di Hammamet fu un errore - aggiunge tuttavia Romano - (Craxi) avrebbe dovuto restare in Italia, combattere, spiegare, difendersi e pagare eventualmente il prezzo delle sue colpe". Sono d'accordo con Romano: dissi le stesse cose a Bettino l'ultima volta che lo vidi, all'Hotel Raphael, poco prima che se ne andasse per sempre dall'Italia.
Ma a quanto pare non era per sentirsi dire cose come queste che Craxi mi aveva chiamato a Roma quel giorno. Mi ascoltò in silenzio mentre gli spiegavo che come membro del Bureau dell'Internazionale socialista avevo lavorato, oltre che con lui, anche con Willy Brandt e con Andreas Papandreou. Il primo ripeteva a chiunque lo volesse ascoltare quanto era stato grande l'errore che aveva fatto a dimettersi, anni addietro, da cancelliere federale sotto la pressione dello scandalo orchestrato dalla spia comunista Guillaume. Il secondo aveva combattuto i suoi accusatori nello "scandalo Koskotàs", ben più grave della Tangentopoli italiana. E alla fine l'aveva avuta vinta. Le storie parallele di Willy e di Andreas mostravano che in politica bisogna saper affrontare, se necessario, il carcere. Anche se la parola "carcere" non venne mai pronunciata in quel colloquio.
Non avevo messo in conto che Bettino era già allora un uomo malato, che tuttavia stava facendo lo stesso errore che ho visto fare a quasi tutti coloro che si trovano in situazioni molto critiche: il tentativo di uscirne con le proprie forze e a modo proprio. Ma ciò è possibile solo quando si ha tempo a sufficienza, e non si è sotto pressione emotiva e psicologica. In una crisi, invece, l'ultima persona a sapere cosa va fatto è proprio quella più colpita dalla crisi stessa, che è anche quella meno provvista della lucidità necessaria ad affrontarla. Nelle situazioni davvero critiche bisogna avere il coraggio di mettersi nelle mani di un "crisis team" o, se non c'è una squadra, di una persona che appaia più equipaggiata per le emergenze. Ero io quella persona? Per questo Bettino mi aveva chiamato da Milano? Non credo. Probabilmente Craxi chiamò in quelle giornate invernali del 1993 quattro o cinque di quelli che non l'avevano tradito, o semplicemente che non l'avevano frequentato negli ultimi tempi. Quando le persone che ti sono più vicine ti voltano le spalle è normale andare a cercare i vecchi amici più disinteressati. Non mi parve ci fosse un piano preciso, nel colloquio che ebbe con me, in quello che non immaginavo sarebbe stato il nostro ultimo incontro.
Oggi che i figli di Bettino hanno messo in scena un misero spettacolino, con il maschio che dice che "il morto (Bettino) non deve afferrare il vivo" e la femmina che si è incaponita su un'impossibile e inopportuna difesa accanita e acritica del padre, non disgiunta da interessi di politica spicciola, non è facile rispondere a tono a personaggi come Ottone che fiancheggiarono i nemici di Craxi, ma anche i nemici dell'occidente. Per questo l'equilibrata risposta di Romano mi è piaciuta.
Eppure anche l'ultima volta che parlai a lungo al telefono con Bettino, da tempo ormai a Hammamet, non potei fare a meno di notare che non sempre le disgrazie insegnano qualcosa. Come a quegli emigrati seguaci della monarchia francese di cui Talleyrand disse che non avevano imparato niente e dimenticato niente.