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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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venerdì, 13 gennaio 2006

Padri a perdere

Ricordo un bel libro francese sulla paternità dal titolo "A cosa serve il padre?". Ecco una domanda che fin verso l'ultima parte del secolo scorso sarebbe stato assurdo porsi: il padre serviva, punto e basta. A fare i figli, per cominciare, poi a mantenerli, educarli eccetera. Oggi non é più così, e la figura del padre non é mai caduta così in basso.
Volete essere sicuri che un libro o un film abbia successo? Date addosso al padre: non sbaglierete. Poco importa che i padri autoritari e opprimenti di un tempo non esistano quasi più nell'occidente cristiano. E' l'archetipo che conta, e gli archetipi sopravvivono per decenni alla scomparsa degli esemplari veri e propri. Perfino un bel film come "L'Enfant" arriva a dare del giovane padre protagonista un'immagine estrema (tenta di vendere il figlio neonato) che facciamo fatica a concepire.
Ma non sono piuttosto le madri quelle che talvolta buttano i figli nei cassonetti? O li ammazzano. Quanti dotti articoli per spiegare, quando non giustificare, questi drammi della maternità! Metteteci di mezzo un padre e sentirete invece il suono di voci ostili, il rumore di porte che sbattono, il sibilo di pietre lanciate a lapidare.
E' di oggi la notizia che due bambini - di 11 e 9 anni - portati via cinque anni fa dal padre appartenente a una famiglia di nomadi, sono stati presi in consegna dalla polizia italiana dopo l'arresto dell'uomo nella Repubblica Cèca, e restituiti alla madre. Madre che però i bambini hanno respinto (la credevano morta) chiedendo di tornare col padre. "Il lieto fine è ancora lontano", conclude Massimo Lugli sulla "Repubblica".
Se penso alla madre dei piccoli rapiti che per cinque anni insegue per l'Europa il padre fuggiasco sento una forte solidarietà umana, un'empatia senza limiti. Ma essendo venuto a conoscenza di decine di questi drammi, so anche che nella grande maggioranza di essi sono i padri, non le madri, a subire la sottrazione dei figli. E non occorre, perché questa sia crudele, che ci sia di mezzo un rapimento vero e proprio, ché anzi le continue vessazioni messe in atto dalle madri possono essere perfino peggiori degli atti brutali tipici in questi casi del comportamento maschile.
Eppoi sappiamo tutti come sono fatti i bambini: stanno con il genitore che c'è e ignorano quello che non c'è. E' per questo che le madri separate tengono tanto a recidere i rapporti di frequentazione fra i figli e il loro padre. Il padre deve essere cancellato, è come se non fosse mai esistito. In certe separazioni di coppie che parlano lingue diverse le madri fanno dimenticare ai bambini la lingua del padre, così non potranno letteralmente comunicare con lui. Fine del padre. Schluss.
Bisognava evitare di riconsegnare subito i bambini recuperati alla loro povera mamma dimenticata, bisognava abituare lei e i bambini a conoscersi, senza pretendere che i legami di sangue siano sufficienti a stabilire un legame indissolubile. I figli bisognerebbe essere pronti a riconquistarli di continuo anche in situazioni normali. Figuriamoci dopo traumi come un'assenza di cinque anni.
Non so se negli ultimi giorni di questa sventurata XIV legislatura italiana si troverà il tempo e la voglia di licenziare finalmente una tardiva legge sull'affidamento sia alla madre sia al padre dei figli in caso di divorzio o separazione. Leggo che una non meglio precisata "lobby degli avvocati" fa ostruzionismo in Senato, e in effetti vedo la firma di senatori avvocati in calce a emendamenti che più pretestuosi non si potrebbe, con il chiaro intento di arrivare allo scioglimento delle camere senza approvare niente, annullando cinque anni di lavoro parlamentare. Che aggiunti ai cinque che perdemmo nella XIII legislatura fanno dieci, anche se allora la lobby fece un fuoco di sbarramento preventivo e la legge non approdò mai al Senato. Ascolto alla radio un'ospite fissa delle trasmissioni su questi temi, l'avvocatessa Bernardini De Pace, affermare di essere contraria a questa legge, ma quando poi cerca di spiegare il perché confesso che non capisco i suoi argomenti.
Eppure un po' me ne intendo, di affari di separazioni, divorzi, rapimenti e affidamenti, perché una decina di anni fa presentai io stesso una proposta di legge in materia di affidamento, che poi confluì in un provvedimento condiviso che fece alla Camera tutta la strada - non molta, come ho detto - che ci lasciarono fare destra, centro e sinistra.
Tutte le leggi vanno fatte con l'intelligenza, con la testa. Ma certe leggi devono essere fatte anche con il cuore. E il cuore batte, si capisce, dalla parte dei bambini. Ma è poi con gli adulti che si ha a che fare quando si devono sistemare le cose. Qui si tratta di indurre padri e madri separati o divorziati a trovare le soluzioni migliori per i loro figli, con l'aiuto di altre persone ma evitando per quanto possibile le costrizioni di legge.
Se quanto ho scritto con queste poche righe vi sembra troppo dalla parte dei padri, provate a pensare a quanto "naturale" appaia ancora oggi alla cultura corrente - che pure riteniamo sia equanime e libera - il ruolo delle madri con i loro figli: accudirli, fargli da mangiare, controllare come sono vestiti, mandarli a scuola... e quanto invece "strano" continui a sembrare il padre che si impegni esattamente in quegli stessi compiti.
Fateci caso: molte donne reclamano giustamente che l'uomo faccia la sua parte - ma a condizione che la loro parte resti quella che conta davvero.
In fondo, troppe madri italiane si pongono la domanda: "A cosa serve il padre?"