Mishima e la carrozza di Borges
Questo blog lo sto scrivendo in treno. Di regola in treno lavoro o leggo i giornali (per me è un altro modo di lavorare). Solo un'altra volta ho scritto un blog in treno, per raccontare un episodio avvenuto durante un viaggio in treno. Mi è stato in seguito consigliato di sopprimere quel blog perché era di contenuto erotico e poteva apparire "sconveniente"...,
L'accoppiamento - nel titolo - di due scrittori come Yukio Mishima e Jorge Luis Borges é casuale, ma per me significativo. Rileggendo infatti quanto ho scritto una ventina di giorni fa ("Quarant'anni di sospetti") mi sono reso conto che fra le tante citazioni che ricordo dello scrittore giapponese e del suo diversissimo collega argentino, due sopravanzano di parecchio le altre.
La prima l'ho anche riportata in un libro, tanto mi è familiare. Si tratta della rivisitazione dello "Hagakure", il codice di condotta dei samurai, in cui Mishima dice che per l'uomo d'azione manca sempre soltanto un brevissimo arco per completare il cerchio dell'azione stessa. Lasciando capire che l'uomo d'azione non ci arriva mai, a realizzare questo ultimo segmento, e che chiudere il cerchio è un'illusione. Come "voltare pagina", del resto.
Anche Borges ha rivisitato la tradizione giapponese, come nel racconto dei 47 ronin, una storia di fedeltà e di dissimulazione. In un altro racconto di quella stessa raccolta - pubblicata in italiano da "Tempo presente" mezzo secolo fa - si narra invece di un uomo che fin dall'infanzia è terrorizzato dall'idea di essere travolto da una carrozza a cavalli, e che prende ogni tipo di precauzione per sfuggire a quella che teme sia la sua sorte. Emigrato in Australia, sembr alnfine dimenticare la sua ossessione. Ed è proprio allora, scrive Borges, che la carrozza a cavalli che inseguiva l'uomo da una vita, finalmente lo raggiunse in una strada - mi pare - di Perth e lo uccise.
Ho evocato qualche tempo fa questo episodio davanti a un tavolo con sopra pane nero,una bottiglia di vodka e alcuni bicchieri nell'eulogia per Stanislaw "Slava" S., il nonno delle mie due figlie "russe", morto il giorno prima a migliaia di chilometri di distanza. Da bambino, "Slava" era sfuggito alle raffiche della mitragliatrice piazzata su una camionetta tedesca, correndo disperatamente a zig-zag lungo una strada dell'Ucraina orientale. "E ieri - conclusi alzando il bicchiere di vodka Sybirskaja - la camionetta che inseguiva Slava da una vita, lo ha finalmente raggiunto...Na sdarovie, Slava!"
La metafora di Mishima è rivolta al'uomo d'azione, a colui che nella vita va all'attacco, che affronta il destino; la parabola di Borges sembra invece dedicata all'uomo che si difende dal destino. Eppure mi sono sempre identificato con ambedue le metafore, pur frenando il mio istinto di uomo d'azione, e sottraendomi d'altra parte agli eccessivi timori per quanto abbia per noi in serbo la sorte. Che comunque, o in forma di carrozza a cavalli o di camionetta tedesca, prima o poi ci travolgerà.
Da uomo d'azione che prende a modello "Hagakure" mi sono rifiutato di correre a zig-zag per sfuggire ai nemici. Quando la pressione è stato troppo forte ho preferito "scomparire" - virtualmente si intende, come il capo dei ronin che si dissimula ai nemici dello shogun - per poi ricomparire. Questa tattica ha prodotto anche risultati inattesi. Per esempio, qualche anno fa il mio nome è stato trovato in una lista di alcune decine di obiettivi delle nuove Brigate Rosse. Ma leggendo le prolisse motivazione di questi geometri del terrore, mi sono reso conto che non ero finito in quella hit-list per la mia visibilissima attività politica, come all'epoca sarebbe stato logico pensare, bensì per aver diretto un Master considerato chissà perché "imperialista": attività di cui erano al corrente poche centinaia di persone. Che senso avrebbe, pensai allora,tentare di sfuggire alla sorte se questa ti può raggiungere come bersaglio di ieri, oltre che di oggi o di domani?
E bersaglio, nei quarant'anni di cui ho scritto, lo sono stato indubbiamente parecchie volte. Sempre meno inconsapevole però, avendo imparato a guardarmi intorno e alle spalle: a Varsavia nel '63, a Praga nel '64, a Cleveland nel '65, a Firenze nel '66, poi a Atene, a Parigi, infine nei Balcani - a quanto mi disse l'agente albanese "Adam". A Roma, a quanto raccontò ad Andrea Pamparana l'agente israeliano "Nostradamus", a Milano durante il rapimento di Aldo Moro, fino in Medio Oriente secondo le pacate ma precise parole che mi confidò l'incomparabile colonnello Stefano Giovannone...
Non c'è nessun motivo perché io sia ancora oggi un bersaglio di qualcuno o di qualcosa. Ma se è per questo, neanche mi pareva ce ne fossero, di motivi, quarant'anni fa. Tuttavia non cadrò nell'illusione di poter chiudere il cerchio dell'uomo d'azione. Me ne sono reso ben conto l'altra sera, a cena da Samantha, guardando le facce dei commensali che mi avevano chiesto di raccontare un episodio più avventuroso degli altri della mia vita.
Le stesse espressioni nei miei ascoltatori le avevo notate, ad un'altra cena, a casa di Mario quella, in Toscana, l'anno scorso.
Ma questa è un'altra storia, e il treno intanto è arrivato a destinazione.