Umberto's Blog

Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

Chi sono

Utente: umbertosblog
Nome: Umberto Giovine
Visita il mio sito www.giovine.org Visit my website www.giovine.org

Commenti recenti

Archivio

oggi
--- 2006 ---

Categorie

adam
affidamento
affido
aldino qua
alvaro corrado
andré malraux
andreas papandreou
angelo mazza
ang lee
arrigo benedetti
azzaretto
banca popolare crema
banca popolare di crema
banca rasini
banche
bassolino
bbva
benevento
ben gurion
berlinguer luigi
berlusconi
berlusconi paolo
berlusconi silvio
bernardini de pace
bettino craxi
bicamerale
blog
bnl
bnp paribas
boecc
borges jorge luis
bpi
bpl
brancher aldo
brandt
brokeback mountain
brughiera
calderoli romano
candidature
cattaneo carlo
ciampi carlo azegio
cipriani em
colorni eugenio
comincioli romano
comunismo
consob
consorte
consulenza
contrabbandieri
corriere del ticino
corruzione
craxi
craxi bettino
cristianesimo
critica sociale
daria
delitti
desiderio zoncada
de bernard
disanto francesco
di luca giuseppe
dumbo
d
ebraismo
elezioni
emanuele falsitta
erede
europa
famiglia
fanfulla
fascismo
fazio antonio
ferenc molnar
financial times
fiorani
fiorani gianpiero
flavio carboni
forza
forza italia
francese
francia
freedom
galli della loggia
gastaldi francesco
gianpero fiorani
gianpiero fiorani
giarda la mattina
giorgetti giancarlo
giovanni benevento
giovannone col
giovannone stefano
giovine
giuseppe lamattina
gnutti
gonciarov
grecia
greco
greco francesco
grillo luigi
gronchi
hagakure
immigration
inglese
internazionale socialista
iran
islam
israele
italiano
italy
keitel harvey
kosko
kuliscioff anna
lautenberg alexis
leggi
lenfant
lodi
lorenzo guerini
lugano
machiavelli
mann
marco votta
mark twain
martini fulvio
massimo lugli
maternità
megatrends
minoranze
mishima yukio
monti mara
moroni gabriele
mps
munchau walter
naisbitt john
napolitano
neve
nostradamus
omosessuali
omosessualità
orhan
ostpolitik
pacolli behgjet
pacs
pamparana andrea
pamuk orhan
paolo berlusconi
parlamento
partigiani
paternità
patriot act
pedersoli
piero ottone
pietromarchi
polizie
polonia
privacy
prodi romano
psi
puls fiction
raghuram rajan
roberto calvi
romani paolo
romano comincioli
romano sergio
rossi
rossi enesto
rossi guido
sandro pertini
sartori
sartori giovanni
satana
satta salvatore
security
sergio romano
servizi segreti
sesquicentenario
shimon peres
siedentop
silvio berlusconi
sospetti
spinelli altiero
stalin
stavros
swiss guard
tito
togliatti
tolleranza
tsimas kostas
turati filippo
uk
umberto giovine
umberto giovine willy brandt
unione europea
urss
usa
van schendelen rinus
verdi giuseppe
vernon walters dick
veronika
vidali vittorio
vinocur john
virilità
wolf
zoncada
zoncada desiderio

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 24 maggio 2006

Cronaca e storia

Da qualche tempo si regalano per i compleanni le pagine dei quotidiani corrispondenti alla data di nascita del festeggiato. E'un modo per mettere in relazione la cronaca personale di una nascita con la cronaca tout-court, e anche con la storia. Specie se quel giorno sono successi eventi che hanno lasciato un segno nel tempo.
Ma ci possono essere fatti meno importanti - l'uscita di un film nelle sale cinematografiche, la morte di un artista o di uno scienziato, un evento sportivo - che risultano non meno evocativi. Come l'uscita del disneyano "Dumbo" nelle sale americane qualche settimana dopo la mia nascita, e l'evocazione comica di quello stesso evento nel film "1941, Attacco a Hollywood" di Spielberg.
Così non mi è sfuggita la data di fondazione (1941) del Bar Cento in piazza Monteceneri, stampata con orgoglio sulle bustine dello zucchero. All'interno, una foto ingiallita e incorniciata appesa accanto a un tavolo per i giochi di carte mostra la facciata del "Bar Cento Ristorante" con davanti un uomo e una ragazza che indossano vestiti da definire ormai "d'epoca", perché niente più hanno di contemporaneo: davvero di un secolo passato. Esco per controllare e noto che la parola "Ristorante" non è più dipinta sulla facciata, ma che "Bar Cento" è scritto in modo identico e nello stesso posto, con gli stessi caratteri che sicuramente all'epoca si saranno chiamati "moderni", ma brillanti perché ravvivati di recente. L'assenza della parola "Ristorante" dà un'impressione di squilibrio, per chi sa che c'era, perché "Bar Cento" è rimasto dove era prima.
Anche senza risalire alla data di nascita (negli Stati Uniti, quando i primi baby-boomers hanno superato i sessant'anni c'è stato e c'è ancora sconcerto) il fatto che episodi della nostra cronaca personale siano entrati nella storia non cessa di sorprendermi.
Il neoeletto presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano è andato in pellegrinaggio a Ventotene sulla tomba di Altiero Spinelli. Ho letto "Manifesto di Ventotene" di Spinelli e Rossi per la prima volta nel 1960: era il "libro dei salmi" di noi giovani federalisti. Ricordo bene quell'edizione semiclandestina della Guanda con la copertina a colori piatti di mescola, e la carta che oggi chiameremmo riciclata ma che allora era semplicemente carta da pochi soldi. Però lo lessi bene, quello scritto ignorato da tutti eccetto noi, così bene da capire - lo stesso Altiero me lo spiegò meglio in seguito - qual era la mentalità degli antifascisti al confino in quell'isola ventosa dele Pontine, in quell'anno 1942. Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e gli altri vedevano che i nazisti avevano di fatto unificato l'Europa trasformandola in un grande carcere. Ma l'Europa era comunque unita, pensavano, e sarebbe stato assurdo tornare dopo la guerra ai vecchi stati nazionali che la guerra l'avevano provocata. Stalingrado e lo sbarco in Normandia erano ancora lontani...
Ed ecco che un passato più recente ritorna sulle pagine dei giornali, anch'esso corredato da foto in bianco e nero, quelle dell'effimera unificazione fra socialisti e socialdemocratici, portata ad esempio di cosa non bisogna fare per creare un nuovo partito. Il "Corriere" riproduce anche - a colori - la prima tessera del Psi-Psdi unificati, quella che anch'io avevo in tasca dopo essermi iscritto l'anno prima ("Quarant'anni di sospetti") con conseguenze personali a dir poco imprevedibili. Nessuna nostalgia, anzi una certa tristezza. Già da due anni del resto collaboravo - come federalista - alla "Critica Sociale" diretta da Giuseppe Faravelli e Ugoberto Alfassio Grimaldi, rivista che avrei a mia volta diretto anni dopo. Il mio approdo socialista era la rivista fondata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff nel 1891, un anno prima della fondazione del Psi, piuttosto che il partito.
A un convegno nazionale di collaboratori della "Critica" a Milano avevo incontrato per la prima volta, mi pare fosse il 1966, Bettino Craxi che era segretario della federazione socialista e ci ospitava nella sede di viale Lunigiana.
Mi colpì il discorso che fece quel giorno, privo della consueta retorica socialista, e il suo maglione dolcevita nero, del tutto inconsueto per un leader del Psi.

giovedì, 18 maggio 2006

Mishima e la carrozza di Borges

Questo blog lo sto scrivendo in treno. Di regola in treno lavoro o leggo i giornali (per me è un altro modo di lavorare). Solo un'altra volta ho scritto un blog in treno, per raccontare un episodio avvenuto durante un viaggio in treno. Mi è stato in seguito consigliato di sopprimere quel blog perché era di contenuto erotico e poteva apparire "sconveniente"...,
L'accoppiamento - nel titolo - di due scrittori come Yukio Mishima e Jorge Luis Borges é casuale, ma per me significativo. Rileggendo infatti quanto ho scritto una ventina di giorni fa ("Quarant'anni di sospetti") mi sono reso conto che fra le tante citazioni che ricordo dello scrittore giapponese e del suo diversissimo collega argentino, due sopravanzano di parecchio le altre.
La prima l'ho anche riportata in un libro, tanto mi è familiare. Si tratta della rivisitazione dello "Hagakure", il codice di condotta dei samurai, in cui Mishima dice che per l'uomo d'azione manca sempre soltanto un brevissimo arco per completare il cerchio dell'azione stessa. Lasciando capire che l'uomo d'azione non ci arriva mai, a realizzare questo ultimo segmento, e che chiudere il cerchio è un'illusione. Come "voltare pagina", del resto.
Anche Borges ha rivisitato la tradizione giapponese, come nel racconto dei 47 ronin, una storia di fedeltà e di dissimulazione. In un altro racconto di quella stessa raccolta - pubblicata in italiano da "Tempo presente" mezzo secolo fa - si narra invece di un uomo che fin dall'infanzia è terrorizzato dall'idea di essere travolto da una carrozza a cavalli, e che prende ogni tipo di precauzione per sfuggire a quella che teme sia la sua sorte. Emigrato in Australia, sembr alnfine dimenticare la sua ossessione. Ed è proprio allora, scrive Borges, che la carrozza a cavalli che inseguiva l'uomo da una vita, finalmente lo raggiunse in una strada - mi pare - di Perth e lo uccise.
Ho evocato qualche tempo fa questo episodio davanti a un tavolo con sopra pane nero,una bottiglia di vodka e alcuni bicchieri nell'eulogia per Stanislaw "Slava" S., il nonno delle mie due figlie "russe", morto il giorno prima a migliaia di chilometri di distanza. Da bambino, "Slava" era sfuggito alle raffiche della mitragliatrice piazzata su una camionetta tedesca, correndo disperatamente a zig-zag lungo una strada dell'Ucraina orientale. "E ieri - conclusi alzando il bicchiere di vodka Sybirskaja - la camionetta che inseguiva Slava da una vita, lo ha finalmente raggiunto...Na sdarovie, Slava!"
La metafora di Mishima è rivolta al'uomo d'azione, a colui che nella vita va all'attacco, che affronta il destino; la parabola di Borges sembra invece dedicata all'uomo che si difende dal destino. Eppure mi sono sempre identificato con ambedue le metafore, pur frenando il mio istinto di uomo d'azione, e sottraendomi d'altra parte agli eccessivi timori per quanto abbia per noi in serbo la sorte. Che comunque, o in forma di carrozza a cavalli o di camionetta tedesca, prima o poi ci travolgerà.
Da uomo d'azione che prende a modello "Hagakure" mi sono rifiutato di correre a zig-zag per sfuggire ai nemici. Quando la pressione è stato troppo forte ho preferito "scomparire" - virtualmente si intende, come il capo dei ronin che si dissimula ai nemici dello shogun - per poi ricomparire. Questa tattica ha prodotto anche risultati inattesi. Per esempio, qualche anno fa il mio nome è stato trovato in una lista di alcune decine di obiettivi delle nuove Brigate Rosse. Ma leggendo le prolisse motivazione di questi geometri del terrore, mi sono reso conto che non ero finito in quella hit-list per la mia visibilissima attività politica, come all'epoca sarebbe stato logico pensare, bensì per aver diretto un Master considerato chissà perché "imperialista": attività di cui erano al corrente poche centinaia di persone. Che senso avrebbe, pensai allora,tentare di sfuggire alla sorte se questa ti può raggiungere come bersaglio di ieri, oltre che di oggi o di domani?
E bersaglio, nei quarant'anni di cui ho scritto, lo sono stato indubbiamente parecchie volte. Sempre meno inconsapevole però, avendo imparato a guardarmi intorno e alle spalle: a Varsavia nel '63, a Praga nel '64, a Cleveland nel '65, a Firenze nel '66, poi a Atene, a Parigi, infine nei Balcani - a quanto mi disse l'agente albanese "Adam". A Roma, a quanto raccontò ad Andrea Pamparana l'agente israeliano "Nostradamus", a Milano durante il rapimento di Aldo Moro, fino in Medio Oriente secondo le pacate ma precise parole che mi confidò l'incomparabile colonnello Stefano Giovannone...
Non c'è nessun motivo perché io sia ancora oggi un bersaglio di qualcuno o di qualcosa. Ma se è per questo, neanche mi pareva ce ne fossero, di motivi, quarant'anni fa. Tuttavia non cadrò nell'illusione di poter chiudere il cerchio dell'uomo d'azione. Me ne sono reso ben conto l'altra sera, a cena da Samantha, guardando le facce dei commensali che mi avevano chiesto di raccontare un episodio più avventuroso degli altri della mia vita.
Le stesse espressioni nei miei ascoltatori le avevo notate, ad un'altra cena, a casa di Mario quella, in Toscana, l'anno scorso.
Ma questa è un'altra storia, e il treno intanto è arrivato a destinazione.

lunedì, 15 maggio 2006

Lodi: la storia infinita

Ogni volta che scrivo sulle vicende recenti di Lodi - Furbettopoli, ho dovuto battezzarla controvoglia - penso che sia l'ultima volta. Non che mi illuda di poter girare pagina: le pagine si possono anche girare ma basta un colpo di vento e il libro della cronaca e della storia si squaderna nuovamente davanti a noi. E di colpi di vento in un anno ce ne sono stati tanti. Meglio rassegnarsi e non saltare ancora alle conclusioni perché credo che verranno fuori molte storie. Poi ci sarà il processo, più di un processo.
Dalle telefonate e dagli interrogatori emergono le torri e i barbacani dell'impressionante fortilizio che Gianpiero Fiorani si era costruito per tenere sotto schiaffo l'intero mondo politico italiano. Di Berlusconi e di Forza Italia si è già detto: fin dall'acquisto della Banca Rasini, la banca della mafia siciliana a Milano, la Popolare di Lodi diventa alleato naturale del Cavaliere, il quale probabilmente neanche oggi è sicuro che i documenti depositati presso la banca sull'origine delle società costituenti Fininvest siano stati realmente soppressi, come sarebbe logico dopo tanti anni e in assenza di ulteriori obblighi di legge, o se invece si trovino ancora in qualche armadio da dove potrebbero saltar fuori un giorno a l'altro, ora che la BPI è passata sotto il controllo di uomini vicini al centro-sinistra.
Quanto allo spadone della Lega, sappiamo che il salvataggio - quantomai effimero - dalla bancarotta della Credieuronord guadagna a Fiorani, al governatore Antonio Fazio e ai loro amici l'imperitura gratitudine dei leghisti, attraverso il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti, l'ex ministro Roberto Calderoli, l'onnipresente ex sottosegretario, ex sacerdote, ex ufficiale pagatore di Fininvest Aldo Brancher. "Confermo - dice Fiorani in un verbale - che Calderoli fu destinatario di un pagamento da lui ricevuto attraverso Brancher, chiaramente finalizzato a ottenere l'appoggio della Lega alle posizioni di Bankitalia in sede parlamentare (Luigi Ferrarella sul Corsera 060513)". Più chiaro di così...
Ma c'è dell'altro. Siccome un paio di parlamentari leghisti si sono permessi di attaccare Fazio - soprattutto "un parlamentare di nome Cè" - Fiorani dice a Giorgetti "di dire a questi qua di non rompere le scatole vista la posizione in cui sono" (rischio di bancarotta e pesanti sanzioni penali e finanziarie per la dirigenza della Lega). Detto fatto: nel passaggio dalla Commissione all'aula tutto torna nell'ordine. Anche il bellicoso Cè si accuccia e obbedisce tacendo.
L'abitudine di dire ai leader politici di chiedere ai loro parlamentari di non rompere i coglioni (le scatole lasciamole ai negozi di scarpe e ai giochetti televisivi) Fiorani la prese subito dopo essere diventato ad della banca, quando chiese direttamente a Berlusconi, poi alla volpe Brancher e al gatto Paolo Romani - altro sottosegretario del governo Berlusconi - di far smettere il loro collega Umberto Giovine che "rompeva" sull'aggiottaggio e altri reati commessi nella madre di tutte le acquisizioni di Fiorani, la prima, quella della Popolare di Crema. Detto fatto anche allora: a Giovine nel 2001 viene negato il collegio elettorale di Lodi, malgrado le 2434 e-mail inviate a Berlusconi da suoi elettori ed elettrici perché fosse ricandidato.
Poi c'è il senatore Luigi Grillo, il primo voltagabbana della XII legislatura. "Sono stato io a far conoscere a Grillo il governatore Fazio - racconta Fiorani ai magistrati milanesi - poi il loro rapporto si è evoluto..." Eccome se si è evoluto: Grillo è diventato il portavoce di Fazio, il capobastone del partito fazista in parlamento, partito così potente da riuscire a cacciare il ministro del Tesoro Giulio Tremonti in uno degli episodi più grotteschi, e più dannosi per il ruolo dell'Italia in Europa, della XIV legislatura. Sempre con il consenso di Berlusconi, si capisce. Il quale anzi incarica proprio Grillo di seguire l'iter legislativo di un emendamento pro-Fazio.
Poi, nel sistema di fortificazioni costruito da Fiorani c'è il contrafforte della sinistra, presidiato tramite il presidente di Unipol Giovanni Consorte ("Rapporti con D'Alema come li ho io nonli ha nessun altro"). Poi singoli deputati, magistrati, un esercito di professionisti...
Una parte di questo esercito dovrà presentarsi, su richiesta fatta dalla Procura al GIP Clementina Forleo, a un maxi-incidente probatorio che probabilmente chiuderà l'inchiesta: Fiorani, Gianfranco Boni e silvano Spinelli dovranno comfermare le dichiarazioni che hanno fatto - in parte trapelate, in parte no - di fronte alle decine di persone che hanno tirato in ballo.
Tra questi anche l'immancabile senatore Grillo e il Grande Ciociaro Decaduto Antonio Fazio, iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di aggiottaggio.


domenica, 14 maggio 2006

Concerto in piazza

Ieri l'ambasciatore Sergio Romano ha tenuto una conferenza sul 2005 - annus horribilis per l'Europa - alla Sala Cattaneo del consolato d'Italia. Ha organizzato questa conferenza l'associazione Carlo Cattaneo, "snodo fra le culture svizzera e italiana", come si legge nell'elegante dépliant dell'associazione. Conosco Romano da oltre un quarto di secolo e mi sono sempre trovato d'accordo con quanto scrive e dice. La conferenza di ieri non ha fatto eccezione. Ho rivisto in quell'occasione il console generale Pietromarchi e ho conosciuto l'ambasciatore italiano a Berna, Francese, oltre a salutare Romano, il quale non sapeva che mi ero trasferito in Svizzera.
Ma stamattina, una domenica, l'atmosfera in piazza della Riforma è più festiva che culturale. Seduto al mio tavolino al Caffè Federale ascolto il programma musicale della Civica Filarmonica, fondata nel 1830 e diretta dal maestro Franco Cesarini. Il palco è installato sul lato meridionale della piazza, all'ombra del Municipio, i turisti che affollano il resto di questo salotto di Lugano siedono o passeggiano sotto il sole e un cielo limpido ripulito dal prolungato acquazzone di ieri sera che mi ha bagnato oltre misura...
Dopo Meyerbeer e Rossini, la Filarmonica attacca il "Nabucco". Le note di "Va' pensiero" smorzano le voci e attirano sui musicisti anche gli sguardi dei distratti. Si capisce perché i patrioti milanesi alla vigilia delle "cinque giornate" scrivessero "Viva Verdi!" sui muri della loro città, anche se Cattaneo si sarebbe rifiutato di sottoscrivere l'acronimo accreditato anni dopo: il re era ancora l'odiato Carlo Alberto e Casa Savoia era considerata dal grande federalista ancor meno affidabile degli Asburgo.
La piazza si riempie delle struggenti note verdiane, che raggiungono il lungolago dove in una lapide sul muro del museo sono incisi i nomi dei ticinesi caduti nelle guerre di indipendenza italiane. Eppure i luganesi la loro libertà ("Liberi e Svizzeri!" proclamarono nei giorni della sollevazione) se l'erano già conquistata nel 1798, e Napoleone gliela aveva certificata con l'"atto di mediazione" cinque anni dopo. Perché dunque andare a morire per l'Italia?
Per la stessa ragione che distingue questa parte della Svizzera come "Svizzera Italiana" - non "italica", come sarebbe corretto - a differenza dalla "Svizzera Romanda" - non "francese" - o da quella "Alemannica" - non "tedesca" anche se questa è diventata la definizione più corrente  in italiano. La Svizzera ha scelto di condividere la cultura di Dante e di Machiavelli, piuttosto che quella di Fichte e di Chateaubriand. Ha contribuito all'Italia del Risorgimento e della Resistenza più che alla Germania di Bismarck e alla Francia di Napoleone.
In questi giorni in cui l'Italia d'oltreconfine si agita per un nuovo scandalo (quello del calcio truccato) mentre il presidente "in pectore" Romano Prodi non riesce a mettere d'accordo i partiti e i potentati della sua striminzita coalizione per formare un governo che governi, l'idea di un'Italia senza lo stato italiano, il desiderio inespresso di mettere fine - come voleva Gianfranco Miglio - a un esperimento statuale unitario che non riesce a riunire tutti gli italiani, aleggia fra i numerosi italiani presenti in piazza della Riforma come un fantasma in pieno giorno. Un grande imprenditore svizzero, Ernesto Bertarelli proprietario della Serono, che con "Alinghi" è stato il primo europeo a vincere l'"America's Cup", ha detto a Gaia Piccardi del "Corriere della sera": "L'Italia è un paese fermo e rimarrà fermo sia con Silvio Berlusconi, sia con Romano Prodi".
Il 2011 sarà l'anno sesquicentenario dello stato italiano: E' possibile, è opportuno che l'Italia come è oggi vada oltre quella data?
Frattanto, alle note del "Nabucco" sono subentrate quelle del musical "Miss Saigon".

giovedì, 11 maggio 2006

Napolitano

La prima volta che incontrai Giorgio Napolitano, eletto ieri presidente della Repubblica, fu un quarto di secolo fa al Bureau (l'esecutivo, l'equivalente del sovietico Politbiuro) dell'Internazionale socialista, di cui facevo parte come Generalsekretaer della stampa socialista e democratica.
Il Pci non faceva parte dell'Internazionale - ci entrerà, credo, nel 1991 - dove la posizione italiana era presidiata da Bettino Craxi, con i socialdemocratici di rincalzo. Però cominciava la sua marcia di avvicinamento alla socialdemocrazia europea, sempre mantenendo saldi rapporti con

Mosca, che anzi secondo me incoraggiava questa aperture. Erano gli anni della Ostpolitik della SPD, la socialdemocrazia tedesca, e presidente dell'Internazionale era Willy Brandt. D'altra parte il primo ad "aprire" alla socialdemocrazia europea (quella del "rinnegato Kautsky"...) era stato lo stesso Palmiro Togliatti, con un editoriale sul settimanale "Rinascita" che risale addirittura al 1963: davvero non c'erano limiti alla doppiezza di quell'uomo.
Napolitano rappresentava l'ala più aperturista del Pci, i cosiddetti "miglioristi", ed era venuto a Ginevra, dove era riunita l'Internazionale, per incontrare Bettino. Il quale mi fece partecipare a questo incontro riservato probabilmente perché il mio incarico era un incarico diretto del vertice dell'Internazionale e di Willy Brandt, non del Psi. E forse anche per avere un testimone seppure, come capii subito, quel colloquio era destinato a  restare interlocutorio.                                                                                                                                                          Il Pci a quanto pare non si fidava a lasciare una trattativa così delicata in mano a Napolitano, forse il più filocraxiano dei comunisti. Così gli misero a fianco Antonio Bassolino, della sinistra, nel ruolo di "commissario politico", immagino.
Togliatti aveva imparato da Stalin, che l'aveva imparato da Lenin il quale si era a sua volta ispirato a uno scritto di Machiavelli: per trattare, o per rompere, è bene utilizzare la persona meno propensa alla trattativa, o alla rottura. Lo stesso Togliatti era stato vittima di questa strategia. Fu a lui che Stalin chiese, nel 1947 all'atto della fondazione del Cominform in Polonia, di stendere il documento che doveva servire di lì a poco a richiamare all'ordine i polacchi e a mettere fuori dal gruppo Tito. Col duplice risultato di vincolare i comunisti italiani alla lotta contro il "revisionismo" jugoslavo e di dare una salutare lezione a chi negli altri partiti si fosse fatto venire qualche idea titina per la testa. Poi, sul campo, ci avrebbero pensato gli agenti sovietici come Vittorio Vidali - il "comandante Carlos" della guerra di Spagna - ad assicurare l'ordine cominformista. Ma intanto Togliatti doveva piegarsi. E si piegò, come sempre, agli ordini di Mosca.
A Ginevra, quel giorno, nessuno giocava la propria vita o rischiava di finire alla Lubianka. Si svolgeva solo una partita a carte il cui vincitore designato era Bettino. Enrico Berlinguer aveva detto che con Craxi i socialisti italiani avevano subìto una "mutazione genetica"? E ora pretendeva che Bettino sponsorizzasse l'avvicinamento del Pci all'Internazionale? Il muro di Berlino era ancora in piedi, e Craxi di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio. Oggi sappiamo che i comunisti italiani sono stati gli ultimi ad accorgersi che il muro era crollato, e ancora non riescono a voltare pagina, se è vero che un uomo intelligente come Piero Fassino si è lasciato scappare, poco dopo l'elezione di Napolitano, che siè trattato di un riconoscimento dato a "sessant'anni di storia della nostra forza politica"? Quale forza politica, il Pci? Ma allora è solo il nome che avete ripetutamente cambiato. E nelle vostre teste, non cambierete davvero mai? Solo Napolitano, con pochi altri, è cambiato, e già da un po' di tempo.
Seduto a un tavolo del bar del palazzo dei congressi, il nostro quartetto attirò l'attenzione di qualche giornalista italiano che però, secondo il costume nazionale, si interessava più a qualche battuta di un Craxi infastidito che non a cercare di capire quale partita si stesse giocano lì, anche se sul tavolo di carte da gioco non ce n'erano.
Io non aprii bocca, ma anche gli altri parlarono poco. Napolitano, noto per non essere loquace, parlò più degli altri: si vedeva che era il solo realmente interessato a portare a casa un risultato, da giocare a sua volta nella dura partita interna al Pci. Una partita in cui la resa dei conti arriverà con Tangentopoli, quando quasi tutti i comunisti furono miracolati dalle "toghe rosse" eccetto i miglioristi di Napolitano, alcuni dei quali finirono anche in galera, scomparirono dalla politica o dovettero fare dieci anni di traversata nel deserto delle sezioni periferiche e degli incarichi burocratici interni di una nomenklatura comunista ottusa e proterva.

Quando un politico, come é successo a Napolitano, ha dovuto fare i conti con un ambiente così illiberale ed ha continuato a sostenere atteggiamenti liberali, credo che vi si sia talmente affezionato che niente o nessuno al mondo potrebbe  fargli cambiare più idea...

lunedì, 08 maggio 2006

Lunch with the Ambassador

The appointment with Alexis Lautenberg, the Swiss ambassador in London, is for lunch at his residence, 21 Brianston square. I take the train at the Gare du Midi in Brussels and thanks to the chunnel and to Greenwich time  I can take it easy for once. The near tropical heat in London is a surprise, especially this time of the year - as in Milan the weather was cold and rainy - so I manage to arrive a bit earlier and take a stroll in the park, avoiding the throngs of tourists waiting at the gates of Buckingham palace.
The last time I sat on the grass here was in August 1994 when I was travelling with Daria (8) and Veronika (5) after an adventurous two-months trek across Albania and Greece that would soon end in Nice, France. I was not worried, at the time, of being spotted by the police - there wasn't an international search for us - as I had been in Greece. I was worried about finding a place outside Italy where to settle with the girls. And also finding some money before I was totally broke. As my daughters spoke French (I had sent them to the French school in Milan), France was the logical place to travel. So, after some sightseeing, a couple of days later we embarked at Dover...
The ambassador's residence has a beautiful view of the square and rivals in elegance and space with the Swiss embassy in Rome - Alexis' post before London - in the Parioli neighborhood, where I also had lunch with him a couple of years ago. I think that much of the elegance of this embassy is due to Alexis' wife Gabriella, who even arranged a lovely "Roman terrace" with flowers, little trees and all the paraphernalia of a true "terrazza".
While I wait for Alexis, surely the most italianate ambassador Switzerland ever had, as well as one of the best, I remember, by opposition, the infamous Harry Lime impersonated by Orson Welles in "The Third Man" - a celebrated 1949 movie from a 1946 novel by Graham Greene, and his impromptu  self-helping little speech: "Don't be so gloomy - Welles tells Holly - After all it's not that awful. Like the fella says, in Italy for thirty years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci, and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love - they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock. So long Holly..."
The anecdote is funny, but misleading. To begin with, what the Swiss militias had to deal with was all but brotherly love. Just these days the Vatican Swiss Guard is celebrating the 500th anniversary since the foundation of the corps. Twenty years after that, they were massacred by Charles the 5th's Landsknechten during the sack of Rome, as Valentino Borgia had slaughtered the population of Capua a few years before. Swiss militias were known for their valour, admired among others by Niccolò Machiavelli who had used them during the siege of Pisa.
Besides, the cuckoo clock was first invented in Germany...
We have much to talk about, Alexis and I. Impeccable as usual with is pochette and the unlit pipe in his hand, Alexis talks about European politics and mutual friends/enemies. He also talks about retirement and we trade tips on locations in the Ticino and the upper Verbano. It will be fun to exchange visits once the ambassador and his wife will retire. We also talk about Italian politics, and politics in Ticino as well - presently in perpetual commotion after the "Masoni tax scandal". I had met Marina Masoni years ago, at a debate on federalism organized by Alexis in Bari. So we also talk about Marina and of how politics in Ticino are becoming dangerously close to those of Renaissance Florence...

The lunch is very good and refined.
A couple of days later I receive an sms "da una Roma effervescentissima" where Alexis is celebrating the Swiss Guard.

postato da: umbertosblog alle ore 19:21 | link | commenti (1)
categorie: daria, machiavelli, veronika, lautenberg alexis, swiss guard
martedì, 02 maggio 2006

Ciampi's Chance

Today, after quitting is post as Italy's premier, meeting president Carlo Azeglio Ciampi for his farewell, Silvio Berlusconi proposed the same Ciampi for a second term at the Quirinale. "Ciampi was good at representing all Italians over the past seven years", he said.
Wether the centre-right's move succeeds or not, the chance of a second term requires an appraisal of Ciampi's tenure, that practically all Italians view in a positive way. I appreciated,like everybody else, the president's insistence on patriotism, down to its basic symbols: the flag, the national anthem. Once he even used a little-known strophe from the "Inno di Mameli" in a speech, and I am sure very few realized where it came from. But it is another of Ciampi's leit-motiv that drew my attention during these years, and a slightly more controversial one. President Ciampi is convinced  that after 8 September 1943 - when the Italian monarchy pulled itself out of the war, the Italians reacted as a nation. He said as much during a commemoration at Porta San Paolo in Rome in 2003, sixty years after the armistice at a commemoration near Porta San Paolo in rome, where the first skirmish between Italian and German troops took place. Now, that is indeed a very debatable statement, and not just to me - I believe - who have been obseded by "9/8" and all it meant.
Ciampi was a 22 year old army lieutenant at the time. I understand and approve his attempt at recuperating a national historical memory, as he  represented the nation. Still. Ernesto Galli Della Loggia, for one, reiterated on “Corriere della sera” the idea he borrowed ten years ago from Sardinian writer Salvatore Satta, who identified in his “De Profundis” "9/8" as the day of the death of our Fatherland. Actually, Galli Della Loggia insisted, all European Fatherlands – meaning the nation-states, I guess - died in 1939, at the beginning of the war. And he pointed out that the winners – the USA, the UK and the USSR, were all three of them sort of “imperial” or “multinational” political entities, as opposed to European nation states. Another writer, from Calabria: Corrado Alvaro, wrote in 1944 that  after the truce with the Anglo-Americans the very unity of Italy – North and South being then divided by the front – was permanently undermined. If I remember well, Alvaro seemed to enjoy the circumstances as if they were a “revenge against Italy”.
The circumstance of Italians turning against Italy is not at all uncommon in the tormented history of this country…
American historian Arthur Schlesinger says he celebrated the event in Washington together with Gaetano Salvemini, who was exiled there in 1943.
Closer to us, he spoke in an interview of his visit to Italy in 1961, on behalf of president Kennedy, to tell the Italians that the White House was not set against a center-left government in Rome (Dick Vernon Walters, one of the US to brass, secretly opposed this line, during a meeting at the US Embassy in Rome, that very year…)
I met Schlesinger in Milan in 1983, when we commemorated the 50th anniversary of FDR’s administration  - and a few months later the infamous events of September 1943 - but we didn’t talk about that trip. On the other hand I remember I was in Bologna when Dean Acheson came to express the same concept at a “Mulino” meeting. It is peculiar that I should talk almost twenty years later, at table in the Tuscan Verazzano castle, of Dick Vernon Walters to Jean Kennedy. I remember she called Schlesinger, who was with us that time too, across the table saying: “Listen to what Umberto here ihas to say about Dick, Arthur. Wouldn’t this be great on ‘Sixty Minutes’?..” Indeed, I had my ideas about the guy's role in US foreign policy, and I turned out to be right.
Now Vernon Walters is dead. Yesterday, a less controversial protagonist of those years amd a member of the Kennedy clan, "liberal" economist John Kenneth Galbraith, also died. I remember translating for "Critica Sociale" Italy's main socialist revue, his essay "In praise of the Multinationals". Ciampi instead may have a second chance, and I'll be glad for him and for us, even if this will make the average age of Italian politics even higher...