Machiavelli in Brussels
Di regola non rileggo i blog che ho già editato, ma quello dell'altroieri ("Quarant'anni di sospetti") fa eccezione. Infatti, mentre lo editavo ho notato che i contatti con questo blog sono già arrivati a diverse centinaia, e siccome non faccio niente per abbellirlo, per renderlo meno grigio con qualche foto-video, o con un'impaginazione diversa, vuol dire che chi lo legge è interessato a quello che scrivo.
Sono arrivato al punto di cancellare una pagina un po' più leggera ("Eurostar di notte") perché mi è sembrata troppo frivola...
All'improvviso mi è venuto in mente che fra le due o trecento persone che regolarmente o occasionalmente percorrono queste pagine almeno due o tre lo fanno per finalità diverse dalla mera curiosità tipica di questo mezzo. In quarant'anni e più di sospetti, di fughe in avanti, di appostamenti reali o virtuali, mai avrei pensato di mettere io stesso in mano ai miei nemici gli strumenti per farmi danno. Ora invece scrivo senza problemi e mando tutto in linea. Vuol dire, questo, che non ho più nemici? O che dopo decenni di cautela sono diventato un incosciente? Ecco cosa mi sono chiesto mentre rileggevo il blog, ed ecco cosa mi sono risposto.
E' vero che di nemici ora ne ho pochi- credo - e quei pochi innocui. E soprattutto non svolgo attività che possano creare forti inimicizie: al massimo una dura concorrenza. Ciò tuttavia non mi rassicura. Ho sempre avuto il problema di essere sopravvalutato, di vedermi attribuire poteri e capacità molto superiori al reale. Così chi voleva mettermi fuori gioco era portato a usare mezzi esorbitanti e micidiali. E più si andava avanti, peggio era, perché col tempo il fatto stesso che fossi sopravvissuto a ogni sorta di attacchi aggravava la mia posizione, incoraggiando la sopravvalutazione dei miei mezzi che erano invece più o meno gli stessi di sempre.
Certo, l'ho anche scritto: chi si addestra per decenni alla prudenza e alla temperanza finisce per acquisire col tempo un indubbio vantaggio sui suoi potenziali aggressori. Non è forse sempre stato il mio motto: "Sobri estote et vigilate"? Non ho sempre pensato - per restare al latino - che "fortuna virtuti comes" e che "audaces fortuna juvat", come si legge nei cartigli e nelle lapidi?
E che per vincere, o almeno per sopravvivere, si debba avere in sé "della golpe e del lione" come scrive Niccolò Machiavelli?
Da qualche parte, però, c'è ancora qualcuno che sarebbe più tranquillo se io fossi del tutto fuori gioco. Questo qualcuno non si lascia convincere dal mio abbandono di cariche pubbliche, dal mio ritiro in Svizzera, dal "low profile" che mi sono imposto senza particolare fatica, dal passaggio ad una diversa attività professionale. Questo qualcuno sa, per esperienza diretta, che ho fatto cose che altri non saprebbero fare, che ho saputo cose che altri non sanno e che certamente - così ragionano - prima o poi userò di nuovo il singolare know-how che ho accumulato con gli anni.
Lo ammetto: se anche mi trovassi faccia a faccia con chi la pensa così, non riuscirei a convincerlo di lasciarmi finalmente in pace. Si tratta di professionisti, che non si lasciano convincere. E che sanno di non potermi comprare, altrimenti ci sarebbero riusciti chissà quante volte. Inoltre, a quanto pare, non è qualcosa di preciso che sto facendo o che ho in mente di fare a disturbare la loro pace interiore. E' il fatto stesso che gente come me continui ad esistere, contro ogni logica di sopravvivenza, sfidando le loro regole e non lasciandosi corrompere. Anche quarant'anni fa - l'ho raccontato qui - non era ciò che facevo che contava, ma ciò che si pensava avrei fatto.
Questi mi vedono come il personaggio impersonato da Harvey Keitel in "Pulp Fiction", che si presenta con queste parole: "Mi chiamo Wolf, e risolvo i problemi". Per puro caso, "Wolf" è stato per breve tempo un mio pseudonimo - come "Stavros" ai tempi della Grecia. Anche se ho sempre preferito l'orso al lupo, e ai due già citati animali machiavellici.
Il Wolf di "Pulp Fiction" è un vero professionista, che i problemi li risolve facendosi pagare bene. O.K., mi sono detto allora: perché non posso diventare anch'io un nuovo tipo di professionista, un problem-solver? Partendo dal know-how tecnologico e imprenditoriale che ho accumulato in un quarto di secolo, posso allargare il mio orizzonte di consulenza fino a includere capacità che mai avrei pensato di dover o poter professionalizzare. Chi avrebbe del resto immaginato che avremmo inventato il "security management", o i "network centred systems"? Oggi c'è una professionalità per qualsiasi cosa. Quindi anch'io intendo professionalizzare le mie peculiari competenze. Ho fatto professionalmente il docente universitario, il giornalista, l'imprenditore nei sistemi informativi, il politico. Potrò ben fare anche quest'altra cosa...
Così ho allargato l'orizzonte della consultancy che ho da poco fondato, andando oltre le tecnologie, la progettazione, il lobbying. Mi sono informato sul web, ho ascoltato, ho letto.Sarà un caso, ma il libro più interessante che ho trovato sul lavoro di consulenza e di lobbying europeo è stato scritto da un politologo olandese, il professor Rinus van Schendelen e si intitola "Machiavelli in Brussels".
Ecco, ho pensato chiudendo il libro e ricordando con soddisfazione il "Sistema informativo Machiavelli" che creai parecchi anni fa, ecco quello che intendo diventare: Machiavelli in Brussels!
Quarant'anni di sospetti
Il 1966 è un anno che mi ricorda molte cose personali (a cominciare dall'incontro con Dana Claire che avrei sposato un anno dopo) ma quasi niente sul piano politico. Invece, a ripensarci, quell'anno rappresenta per me la fine dell'innocenza politica - se esiste davvero un tale stato.
Non perché fossi ignaro della brutalità dello scontro politico, ché niente era più rozzo e più spietato della politica universitaria, dove si riteneva che tutto fosse consentito, dai brogli alla compravendita di voti degli studenti esteri squattrinati in cambio di buoni-mensa, ai tradimenti più clamorosi, spesso fine a se stessi.
E certo non perché ignorassi la rete poliziesca che anche in un paese democratico come l'Italia ci teneva sotto controllo a causa - o con il pretesto - della "guerra fredda". Per non parlare dell'anno di studio passato in Polonia, che mi aveva esposto al sospetto e alle vendette della polizia politica di un paese comunista satellite. E alla mania archivistica dei suoi referenti moscoviti. E infine nemmeno perché mi illudessi che negli Stati Uniti, dove avevo soggiornato alcuni mesi l'anno prima, si potesse davvero sfuggire all'occhiuto controllo dell'FBI del potentissimo Edgar Hoover, con la sua aria da "cattivo" di Hollywood, i suoi schedari ricattatorii a 360° e gli scheletri nascosti nell'armadio che saranno scoperti solo quando finirà sei piedi sottoterra, dopo essere sopravvissuto a sé stesso e a cinque o sei presidenti.
Insomma, quarant'anni fa ero piuttosto avvertito sui fatti della vita - piuttosto scetàto, direbbero i napoletani - o almeno così credevo.
Finché un giorno di quella che sarebbe stata la mia ultima primavera da scapolo, le cose cambiarono all'improvviso, in seguito al colloquio con un giovane diplomatico americano che conoscevo da tempo e che credo non avesse nessun interesse a raccontarmi storie. Avevo creato un centro di studi sul federalismo l'"Alexander Hamilton Center", con l'aiuto dei servizi culturali americani, e insieme avevamo organizzato un paio di convegni e altrettante conferenze. La guerra in Vietnam era già in corso ma non era ancora diventata il punto focale della "guerra fredda". Gli studenti californiani manifestavano contro le bombe nucleari, contro l'intervento dei marines a Santo Domingo e per i nuovi parametri rivoluzionari esposti all'Università di Berkeley da Herbert Marcuse. Ma probabilmente al Dipartimento di Stato già si stavano preparando all'ondata della contestazione studentesca a livello mondiale. Non ero più studente, ma il locale consolato degli Stati Uniti aveva saputo non so come che mi preparavo a iscrivermi al Partito socialista, portando con me una ventina di amici.
I diplomatici americani di stanza in Italia si dividevano fra quelli favorevoli ad un rafforzamento dell'alleanza DC-PSI e quelli risolutamente contrari. Mi sfuggiva che importanza potesse avere la scelta politica mia e dei miei amici, e lo dissi al giovane diplomatico in quel colloquio, che fu anche l'ultimo. Da vaghi e evasivi accenni credetti di capire che certe mie attività negli Stati Uniti non erano passate inosservate, e che il mio ingresso nel PSI metteva le cose in una luce diversa e (mi si faceva capire) sinistra.
Quali erano queste attività? Certo la partecipazione, a Cleveland, Ohio, a un sit-in - come si cominciavano a chiamare quelle manifestazioni non violente degli SDS (Students for a Democratic Society) - contro l'intervento a Santo Domingo. O la mia partecipazione, su invito di amici americani, a una riunione in città a cui a quanto pare parteciparono parecchi comunisti - fra i quali la consueta percentuale di informatori dell'FBI - incontro dove peraltro avevo manifestato completo disaccordo con la linea filo-sovietica espressa da alcuni intervenuti, prima che la riunione si concludesse con "It's a hard rain a' gonna fall..." sulle note di Bob Dylan.
Fu solo allora che cominciai a rendermi conto che la polizia polacca non era la sola a manifestare interesse per chi ero e per cosa facevo. Solo che in Polonia mi avevano arrestato e interrogato, quindi sapevo di cosa ero sospettato. Ma gli Stati Uniti erano una novità. Ancora non c'erano state le manifestazioni di massa che si vedranno in film come "Forrest Gump", gli studenti americani abbattuti dalla guardia nazionale, le "Pentagon Papers", lo scandalo del Watergate...
Oggi tutto ciò appare scontato, ma allora rimasi stupito. Non parlai con nessuno di quel colloquio e delle sue conseguenze. Mi iscrissi come avevo deciso al Partito socialista, che peraltro aveva in corso la "riunificazione" con i socialdemocratici, partito filoamericano se mai ve ne furono. Ma la riunificazione ebbe vita breve: meno di tre anni dopo, PSI e PSDI si scissero nuovamente e cominciò una deriva di sudditanza filocomunista dei socialisti , e di sudditanza alle politiche americane dei socialdemocratici, che finirà veramente solo con l'elezione di Bettino Craxi a segretario nel 1976.
Come mai non era bastata l'eperienza polacca per mettermi in guardia? E neanche i mesi passati nella Francia scossa dalla fine della guerra d'Algeria e dagli attentati dell'OAS? Ero in Francia da studente - fra Parigi e Aix-en-Provence - nel "joli Mai" del '62, il primo mese di maggio di pace francese dal 1940...
Credo che la mia riluttanza a capire la situazione fosse dovuta a due ragioni convergenti. Primo: perché per me era scontato che il comunismo fosse totalitario e illiberale, per cui finire nelle maglie di una polizia comunista mi appariva piuttosto la regola che l'eccezione - anche se nel mio caso ci furono risvolti singolari che scoprii solo più tardi. Più o meno lo stesso valeva per i regimi fascisti come quello spagnolo e per i tentativi parafascisti di Algeri e di Parigi. Secondo: perché malgrado la durezza dello scontro politico italiano e la difficoltà della situazione economica, finito l'effetto del "boom", i giovani in Italia erano ancora portati all'ottimismo e non avevano preso l'abitudine di piangersi addosso. Ero stato testimone, in America, della grande e pacifica sollevazione studentesca, ma chi poteva pensare che in Europa sarebbe diventata "il '68", che sarebbe poi trasceso nel terrorismo?
Ci vorrà un altro anno perché i fatti di Atene, di Varsavia e di Berlino mi mettano sull'avviso della grande mutazione che stava per cominciare. Ma questa è un'altra storia.
A quattro decenni da quella primavera del '66 credo di poter dire che aver cominciato allora a collegare fatti e luoghi così diversi come la Polonia, la Francia, gli Stati Uniti, e anche aver preso per tempo l'abitudine di guardarmi le spalle e di non fidarmi mi è stato molto utile quando, unel 1967, sono passato al contrattacco...
Italy, seen from the US
The Italian media community is very sensitive to foreign criticism. That is why a recent editorial on the "Financial Times" by Walter Munchau - however authoritative and to the point - was resented as if the Foreign Office itself (the Foreign Office of the 50s, that is) had written a "fatwa" against Italy that sent all the Italian chattering and political classes buzzing...
Still, it is true that Italy is attracting a lot of foreign attention of the wrong kind, recently: Italy as a problem, Italy as a nuisance, an embarassment like Sid the Sloth in "Ice Age", Italy as the new "Sick man of Europe" - a reference to Bismarck's definition of the Ottoman empire (that managed all the same to survive the Iron Chancellor, his successor and world war I as well). If foreign commentators were aware that 2011 will mark Italy's sesquicentennial - 150 years since the creation of the Italian state in 1861 - the unexpressed question would be: is Italy going to survive until 2011? And the answer would be: No way. After all, a famous book's guess: "Will the Soviet Union survive until 1984?" missed the target by only five years.
According to Reuters, wrote "The New York Times", Raghuram Rajan, chief economist of the International Monetary Fund used this chilling metaphor: "The challenges for Italy are tremendous, and need to be taken up almost on a war footing". To which John Vinocur added on today's "International Herald Tribune": "Before getting to Square 1 of an operating government, we're at this station of descent: While Prodi needs a long suspension of disbelief regarding his associates' built-in contradictions, they actively undermine his position. The message to the leftists'clientele is: Relax, forget about anyone cutting the size of public sector expenditure and, with it, your hold on Italy's army of petty bureaucrats and entitlement-holders". Follows a list of Prodi's blunders, within and without Italy, during the less than two weeks since he squeezed a majority past the elections. Well: a bumblebee may fly against all odds - a disturbingly appropriate metaphor for Italy most of the time - but Prodi's bumblebee has a hard time crawling about, let alone take off.
Let's put aside the very good "Politicus" column ( pagetwo@iht.com ), that rightly matches Italy's troubles with Europe's impotence, and let me reason as an Italian expat and an European federalist/fundamentalist since adolescence. Not as a political scientist, to be sure, but as Machiavelli's fellow countryman, right at a time when the debate on Machiavelli the republican (?) militant vs. Machiavelli the political thinker enjoys renewed interest. Because what is at stake in is precisely the Florentine Secretary's "sanctum": securing the State, the first and foremost duty of the Prince - or the People, to make it sound modern. (Another time I will certainly write about Machiavelli's admiration for the republican virtues of the Swiss militias).
Whoever thinks that Italy should survive until 2011 and beyond - i.e. the overwhelming majority of the Italians, if anything for a lack of alternatives now that the European "constitution" appears to be waning away - must be aware that Italy really is "almost on a war footing" and that the country needs liberal/radical reforms that go even beyond the Thatcherite agenda of twenty years ago. In other words: those reforms should be done that Berlusconi's government failed to do for fear of corporate reaction and/or for the perceived need of giving priority to the prime minister's very urgent struggle for not letting his and his friends' head, fall under the judges's ax.
Can Prodi succeed with his ragtag coalition of unrecostructed communists, former communists, catholic bleeding hearts, greens dangerously close to eco-terrosism etc.? It would be easier for a big rope to pass through the eye of a needle, as the Gospel goes. Prodi, a devout Catholic, will surely appreciate at least the metaphor.
Let's stay on the safe ground of Holy Scriptures and remind the affectionate readers of this samizdat that a "vox clamans", the hitherto left-leaning political scientist Giovanni Sartori, my teacher at "Cesare Alfieri" University, did bother to warn all those hurriedly talking about an Italian "Grosse Koalition" after Prodi's skimpy majority was known, that the German formula does not, repeat not, consist in lumping together the majority and the opposition leaving no one outside - something close to the "compromesso storico" thirty years ago. It is instead a coalition between those forces of left that converge toward the centre of the political spectrum: the SPD and the CDU/CSU, excluding the Liberals, the Greens, the former communists of the PDS... Which in Italy would mean a coalition among Italy's center-right, bar the Northern Ligue, and the Ulivo coalition formed by the DS and the "Margherita". Period. What about all the others? Simple: they will have to stay out, or else be ready to undersign the blood, sweath and tears program that the new Italian Grosse Koalition will have to agree upon, and sign with their own blood, possibly in some momentous location like Canossa or Ventotene.Or at my Milan office, near Piazzale Loreto...
Such a coalition would have barely five years to put the Italian boat on the right course, or else all of its components would risk annihilation at the hands of antagonists from the left and from the right in 2001, the date of next elections. And Italy's sesquicentennial year.
Who would lead this kind of war cabinet? Easier to say who would not: Prodi or Berlusconi.
Finally, to go back to the European predicament, here is what Walter Munchau answered to a comment I made last month about his column:
Dear Mr Giovine,
thank you for your letter. Your are raising some profound issues, the
answers to which are not obvious. I would also agree that the European
nation state is in terminal decline, while our model of European
integration is also not functioning well. People have lost the confidence
in the future, and are desperately hanging on to their insider privileges.
best regards
Wolfgang Munchau
(Umberto Giovine had written, on the subject: Welfare and protectionism)
Sir!
I haven't read yet "Das Ende der Sozialen Marktwirtshaft", but after
reading your very interesting review I am fully aware that the "empire of
the insiders" is the real scourge of Europe.
What I don't fully understand is how and when this entrenchment began, and
thereby how to possibly eliminate it. Simply the aging of the populace in
most European nations is not a satisfactory answer, rampant populism
neither. Rather, the lack of confidence in nation-states, and by extension
in Europe, seems to be at the base of it. Thus the European Union, instead
of appearing a credible alternative to the declining nation-states, is
perceived as the sum of their collective failures...
Umberto Giovine
Italy, seen from Switzerland
I have been asked by several foreign friends of mine to volunteer my opinion about the present, peculiar state of Italy. Mainly as a consequence of the elections and of their unprecedented tight result. No doubt, I will be asked much more sophisticated questions by my friend Alexis Lautenberg,the Swiss ambassador in London and former Swiss ambassador in Rome, when I shall meet him for lunch at his embassy in a couple of weeks.
Whereas with Italians it is easy to turn an answer into a joke - escaping answers that is - this exercise is impossible with sophisticated foreign observers. The standard answer I give, as a voter for the center-right, is that whatever happens next, I prefer not to think at what would have happened in Italy had the outcome of the elections been reversed, with Silvio Berlusconi's coalition winning by a margin of a few thousands votes, like the center-left actually did. I can see the unions and the radical left taking to the streets, the economy grinding to a halt... Better this way, by far. Even for Silvio Berlusconi himself, who looked indeed elated to those who saw him over the week-end in Trieste - where he sang Neapolitan songs at a political party - and in Porto Rotondo (Sardinia) where he chatted amiably with people strolling in front of the "porticciolo".
For once, I am writing this blog not late at night after a day's work, but in bright daylight sitting in front of the computer in a garden overlooking the Ceresio lake. Not that I am looking for words, but it comes natural to glance around me in search of a good lead for such a tricky subject as Italy. And what do I see?
First of all, the tower of the church of St. George's, half a mile downhill, a well restored XVII century temple with a lovely balcony surrounding it, allowing a breathtaking view of the lake in what is supposed to be Europe's sunniest location. On the wall facing South, and Italy, the familiar outline of Italian patriot Carlo Cattaneo - actually his mortuary mask - is carved in marble, over an obituary written by his widow: "Here the bones rested of the man whom history will call the modern Socrates..." Milan finally managed to obtain the great federalist's remains from Castagnola (today part of Lugano) "which had provided the great man with republican hospitality".
Who knows how many times the great man had received friends visiting from Milan who asked him what he thought about the present state of Italy. I can just picture Cattaneo, who had been the protagonist of Milan's five days of anti-Hapsburg revolt in March 1848, shaking his imposing bald head in despair. Hadn't he renounced after all his seat as a senator in Turin - then the Kingdom's capital - and found refuge in Switzerland, as he had done when the Imperial agents were looking for him years before?
Sounds familiar? Ok, let's look further south, just across the lake, where a corner of the huge new structure of the Casino di Campione, just completed by the famous ticinese architect Botta, can be seen. There in Campione, the Italian enclave, an old Arab gentleman in impeccable suit was talking not much time ago about his supposed ties with islamic fundamentalists, sitting outside his villa. Wasn't he connected with terrostis operating in Italy, belonging to a branch of the Muslim Brotherhood rooted in the 30s and in the Third Reich? What were his ties with the Munich mosque, Germany's most ancient? What were his connections with Italy? The old gentleman kindly dismissed all these nasty suspicions, then decided to remove himself from Campione and his villa and vanish. Another Italian mistery?
Let us look west, then, where a road reaches Vico Morcote, to the right of the Melide bridge cutting the lake neatly in two.
There, in a suite of the Swiss Diamond Hotel on the lake's shore, Albanian businessman Behgjet Pacolli just had a talk with Spartaco De Bernardi of the "Corriere del Ticino" and explained his plans for a free Kosovo, where he was born in 1951, to be integrated in the European Union. Pacolli's company Mabetex, based in Ticino, enjoyed hefty contracts in Boris Eltsin's Russia and elsewhere (it now employs 10,000 workers). This and his international relations make Pacolli a credible contender for Kossovo's leadership, in the near future. He dismisses the idea, though."For the time being I am not going to move from Lugano - he told the journalist - I first have to find somebody to put in charge of my business here". His political movement is 100,000 strong, and Italy will certainly have something to do with Pacolli's plans, not least because Italian troops control one of the most sensitive areas of Kossovo, and will have a say in whatever happens to that region in the future.
Ambassador Lautenberg recently wrote an e-mail congratulating me for a letter I had sent to the "Financial Times" supporting Switzerland, Ticino and Lugano in particular. "What I liked most - he wrote - is that you actually identified with the Luganesi..." Well, no wonder: I had been answering to a letter by an Anglosaxon lady resident of Lugano (just across the lake from me) complaining about a number of things Swiss and about how dull Lugano is. Dull? What with all the international things going on around here - and I didn't mention the banks - and Italy at your doorstep.
Italy, looking so much more interesting when seen from a safe distance...
Domande a Fanfulla
Commentando una mia nota di qualche tempo fa, "Fanfulla", che dallo pseudonimo scelto si capisce che probabilmente non è di Pinerolo (ma potrebbe anche essere di Barletta, luogo della disfida che illustrò il leggendario Lodigiano) se la prende con il deputato Paolo Romani, sottosegretario uscente alle Comunicazioni e beneficiario della generosità interessata di Gianpiero Fiorani - che sinceramente mi rallegro, per inciso, essere stato pur tardivamente resituito alla sua famiglia e alla sua casa nella grande parrocchia di San Bernardo a Lodi.
"Francamente mi ha sorpreso - scrive Fanfulla - la stupidità di Paolo Romani, ex segretario regionale di Forza Italia e ormai ex sottosegretario. Uno che si fa pagare i favori elettorali facendosi azzerare un debito con un fido (quindi facilmente rintracciabile come tu Umberto hai fatto), mai restituito, e soprattutto appena due giorni dopo aver fatto il favore a Fiorani (nella fattispecie estromettendo il pericoloso Sfondrini, acerrimo nemico del banchiere di Codogno, dalla candidatura a sindaco del centro destra nonostante i sondaggi lo indicassero sicuro vincente) è un perfetto cretino".
Alle granitiche certezze di Fanfulla, reagisco con una serie di domande, solo in parte retoriche.
Siamo poi sicuri che Paolo Romani sia così stupido? Se lo fosse, perché sarebbe andato a incassare la paghetta di Fiorani a Firenze? Che c'entrava Firenze, quando Romani stava a Milano - o a Roma - e Fiorani a Lodi? Forse perché Fiorani si fidava di più della Banca Mercantile, acquisita dalla Popolare di Lodi? O forse perché in Lombardia la concessione di un fido "per chiara fama" a un soggetto inaffidabile non sarebbe passata inosservata? Ma non stava invece anche lui a Lodi il procuratore lLa Mattina che ha insabbiato per ben cinque anni la pratica "Popolare di Crema", madre di tutte le acquisizioni truffaldine? E allora, di nuovo, perché andare a Firenze? Forse perché l'ex vicecomandante della Guardia di Finanza generale Francesco D'Isanto proprio a Firenze - capitale morale della Massoneria italiana - ha sempre esercitato grande potere fin da quando vi era acquartierato? Eppoi, D'Isanto si scrive proprio con la D e l'apostrofo? Come D'Istinto, "Polis D'Istinto", società di investigazioni private del fiorentino Emanuele Cipriani, gran protégé di D'Isanto? Quello stesso D'Isanto che risulta essere la vera talpa che avvisava i "furbetti del quartierino" che i loro telefoni erano controllati? Quello stesso Cipriani, protetto da D'Isanto, che sta al centro dell'inchiesta sulle intercettazioni telefoniche - coincidenza significativa anche questa - dove la stampa controllata dall'ingegner De Benedetti insiste a tirare in ballo Giuliano Tavaroli che di tutta evidenza non c'entra niente? Quel Cipriani che sta vuotando il sacco da fine marzo di fronte ai magistrati della Procura di Milano?
Tornando a Paolo Romani, non è forse vero che Romani è molto amico di Romano ("zio Romi") Comincioli che qualcuno alla Procura di Milano considera (sbagliando, secondo noi) il vero regista dell'operazione Antonveneta? E non è forse "L'Espresso" di questa settimana - ci torneremo sopra, non dubiti Fanfulla - che descrive la ragnatela berlusconiana di cui si sarebbe avvantaggiato Fiorani?
E perché mai Romani sarebbe un "perfetto cretino" quando invece si è preoccupato di far presidiare il territorio lodigiano di Forza Italia da un suo collega e collaboratore, il deputato Di Luca, che entrava e usciva dall'ufficio di Fiorani? Sembra questo a Fanfulla un comportamento da "perfetto cretino"? E chi ha detto infine che il fido generosamente elargito da Fiorani a Romani nel 2000 "azzerasse" il suo cospicuo debito?
Certo, le risposte a tutte queste domande arriveranno prima o poi. Ma ora che Romani appare allontanarsi in dissolvenza, stringiamo sul faccione falsamente bonario di "zio Romi" Comincioli. Ecco un uomo condannato ad apparire sempre come il sottopancia di Berlusconi fin da quando era suo compagno di classe, anche quando agisce in proprio come ha fatto più di una volta in Sardegna. Continuerà il senatore a svolgere lo stesso ruolo a Lodi, ora che il vento soffia a sinistra anche sotto il colle Eghezzone? Con quale mandato? E di chi?
Ecco che ricominciamo con le domande...Ma per oggi basta, caro Fanfulla. Ce n'è già abbastanza da meditare per un po'.
Dimenticare Lodi?
La tardiva uscita dal carcere di San Vittore del protagonista indiscusso della vicenda Popolare di Lodi/Popolare Italiana, Gianpiero Fiorani,conclude il primo capitolo di una storia venuta alla luce un anno fa, ma in gestazione da molto prima, potremmo dire dal famigerato acquisto della Popolare di Crema.
Quando si potrà chiudere questa storia? Sono in molti a chiederselo. Si potrebbe rispondere con un'altra domanda: Si è mai davvero chiusa la vicenda della Banca Rasini, la banca acquistata tanti anni fa a Milano dal commendator Azzaretto, uomo d'onore? E anche: si è mai davvero chiusa la catena delle infedeltà e delle complicità all'interno della Guardia di Finanza, che spunta fuori anche qui nelle vesti di un suo autorevolissimo rappresentante, il generale Francesco D'Isanto, amico e confidente di Gianfranco Boni, braccio destro di Fiorani?
In attesa di trovare le risposte giuste, cerchiamo di non trascurare gli aspetti più singolari e meno conosciuti della vicenda lodigiana. Già abbiamo visto che l'uso disinvolto dei fidi serviva a compensare servigi inconfessabili resi alla banca, come nel caso dei sottosegretari Romani e Brancher. Ma i fidi "a fondo perso" - una contraddizione in termini - sono stati per anni lo strumento privilegiato delle operazioni della banca.
Ecco cosa ci ha scritto il giornalista lodigiano Francesco Gastaldi, uomo di punta delle inchieste sulla Popolare e "uomo nero" per l'establishment lodigiano...
"Agricoltori, imprenditori, palazzinari. Proprietari alberghieri, politici, traders ed ex calciatori. Tutti con un’unica passione in comune: le speculazioni in Borsa con operazioni a profitto garantito e rischio zero. Perché tutti loro, alla fine, facevano parte del circolo degli amici di Gianpiero Fiorani. Entrare a far parte di quel circolo voleva dire molto: guadagnare tanti soldi utilizzando fondi non propri, ma fidi che venivano concessi - spesso a tassi irrisori e senza garanzie - dalla stessa Popolare, reinvestire gli utili in altre operazioni “consigliate” dall’area Finanza (o da Fiorani stesso) oppure in operazioni immobiliari. Bastava accettare di fare il prestanome, e di avere come socio occulto Gianpiero Fiorani. Il “reclutatore” era Silvano Spinelli, come rivelato anche da alcuni “concertisti” lodigiani finiti nel mirino della Consob e degli uomini della Guardia di Finanza - quelli veri, non quelli fasulli per cui è sotto inchiesta un protetto del generale D'Isanto, l'investigatore privato Emanuele Cipriani - ndr. Ci pensava poi Gianfranco Boni, braccio finanziario delle operazioni illecite, a effettuare le manovre sui conti correnti. A chi invece aveva maggiore dimestichezza con le operazioni di trading (i vari Gianpiero Marini, Gaudenzio Roveda, Roberto Corrada ad esempio hanno una certa esperienza di Borsa) poteva bastare un consiglio, un’indicazione, una data. Dalla scorsa estate fino a mercoledì 5 aprile (con irruzioni nelle filiali di via Cavour e piazza Barzaghi a Lodi, dov'è custodita la maggior parte dei conti correnti dei furbetti) gli uomini delle Fiamme Gialle del nucleo di polizia tributaria di Milano hanno passato al setaccio tutte le manovre oscure dei concertisti lodigiani, degli amici di Emilio Gnutti, dei conti privilegiati come quelli di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, ex numero uno e due di Unipol, che in un solo colpo a Lodi avevano portato a casa plusvalenze per 1,6 milioni di euro a testa.
"Il corposo dossier della Guardia di Finanza, consegnato nelle mani della magistratura milanese la settimana scorsa, mette a nudo i vizi finanziari e immobiliari della Lodi che conta e che apparteneva al circolo vip degli amici di Gianpiero Fiorani. Quelli a cui era concesso tutto, perché un giorno avevano risposto sì a una semplice domanda: “vuoi fare da prestanome a Gianpiero?”. In molti casi, come riportato dal dossier della Guardia di finanza milanese, i “furbetti” erano agricoltori e imprenditori del territorio. A contattarli era Silvano Spinelli, colui che nella Banca Popolare di Lodi teneva i contatti con il mondo agricolo. Spesso in modo tutt'altro che chiaro. In banca si racconta che tutte le pratiche di fido e di proroga dei finanziamenti per gli imprenditori agricoli dovevano per forza passare dalla sua scrivania. Quando un agricoltore era strangolato dai debiti, era a Spinelli che si rivolgeva. Vuoi un fido in più? Non c’è problema. Spinelli dice di sì a tutti. Finché un bel giorno, racconta una fonte vicina all’istituto, «la banca chiude i rubinetti, l’imprenditore va in fallimento e la cascina viene venduta. Naturalmente a uno dei “furbetti”". E guarda caso, sono molte le proprietà immobiliari e agricole di Spinelli nel territorio, tra cui una cascina a San Grato che fino all'intervento della magistratura divideva al 50 per cento con Fiorani. O anche fuori dal Lodigiano, come due maxi ville acquistate in val Seriana, vicino a Clusone. Nell’ordinanza del 12 dicembre 2005 di Clementina Forleo viene definito come «promotore e organizzatore dell’associazione criminosa».
"Imprenditori e agricoltori erano comunque gli obiettivi preferiti dalla banda dei furbetti per le operazioni illecite. Luigi Pacchiarini, Marcello Dordoni, Pierluigi Tamagni, Massimo Conca, ad esempio, sono finiti tutti nel mirino della Finanza. Giuseppe Besozzi, amico di lunga data di Gianpiero Fiorani e noto imprenditore agricolo di Vizzolo Predabissi, è stato il primo degli agricoltori a essere indagato. Perquisito più volte, era stato denunciato nell’ordinanza del gip Clementina Forleo per «aver messo a disposizione i suoi conti presso Bipielle Suisse e altre banche estere nonché in Bipielle (...) generando utili e plusvalenze per l’associazione». Amicissimo di Desiderio Zoncada, plenipotenziario della Star trasporti e soprattutto ex vice presidente della banca lodigiana e di Bipielle Suisse, crocevia di gran parte delle operazioni illecite della Lodi. E pure lui pluriperquisito dalla Finanza.
"Sulla vicenda Antonveneta il caso Besozzi fotografa in modo esemplare il cosiddetto “sistema Fiorani”. L’imprenditore agricolo chiede alla banca un fido di 25 milioni di euro il 30 marzo del 2005. Il fido viene motivato con l’acquisto di un fondo agricolo di prestigio, per circa 6 mila metri quadrati di superficie. Acquisto di cui non esiste traccia. Il fido gli viene concesso nell’arco di cinque giorni, a un tasso pari a circa il 6 per cento. L’11 aprile dal conto di Besozzi parte un ordine di acquisto di azioni di 24,9 milioni di euro. Azioni che vengono poi vendute 17 giorni dopo (il 27 aprile), per 26,5 milioni di euro, generando una plusvalenza di oltre 1 milione e 600 mila euro. Si tratta del periodo su cui maggiormente si concentrano le operazioni sui titoli dell'istituto padovano. Non ci sono altre manovre sospette fino a fine settembre, quando viene effettuata una disposizione di pagamento di 1,2 milioni di euro. Un bonifico su un altro conto corrente. Forse una commissione pagata a Boni e Fiorani, i quali di norma esigevano dal 40 al 70 per cento dei guadagni. Il caso di Luigi Pacchiarini, proprietario di allevamenti di maiali a Borgo, non è diverso. Dopo una serie di fidi di importi contenuti in poche centinaia di migliaia di euro, motivati dall’attività imprenditoriale e accompagnati da note molto dettagliate (ampliamenti delle porcilaie, ammodernamenti tecnologici), il 17 febbraio 2005 ne giunge una da 21 milioni di euro, con una motivazione più vaga (operazioni immobiliari e mobiliari) ma approvata dalla banca nel giro di appena 24 ore. Rispetto ai precedenti fidi, ottenuti per finanziare le attività imprenditoriali, il tasso è di ben due punti percentuali inferiore, nonostante la richiesta di credito sia vaga e riguardi una cifra molto più ampia e difficile da risarcire. Il 3 marzo, due settimane dopo aver ottenuto il fido, parte un ordine di acquisto di azioni Antonveneta per 20,3 milioni di euro. Le azioni vengono cedute alla banca lodigiana il 27 aprile (stessa data di Besozzi) per 25,3 milioni di euro. Cinque milioni di euro di plusvalenze. A giugno in un giorno solo Pacchiarini effettua acquisti di titoli per 3,5 milioni di euro, il corrispettivo di due terzi dei soldi guadagnati con Antonveneta. Poi nient’altro per mesi. Che sia un modo camuffato di pagare la commissione? È solo un’ipotesi. Il caso Conca è invece diverso dai due precedenti. L’affidamento da 27,5 milioni di euro viene chiesto direttamente da Lodi e caricato, nel dicembre 2004, su un conto di nuova apertura. Le motivazioni sono le solite - operazioni immobiliari e mobiliari -, ma il tasso questa volta sfiora il 10 per cento. Tra il 12 e il 13 gennaio partono operazioni di vendita di titoli per circa un milione di euro, frazionate in un centinaio di operazioni. In questi due giorni vengono anche effettuati due grossi acquisti di azioni Antonveneta, per 13 e 12 milioni di euro. Si tratta sempre del periodo in cui la banca stava scalando in modo occulto il capitale dell’istituto padovano, rastrellando azioni grazie ai prestanome del “giro Fiorani”. Dopo questo blocco di operazioni, partono nel giro di una settimana 10 disposizioni di pagamento e prelievi, per un totale di circa 265 mila euro. La solita commissione? Il conto era gestito direttamente dall’area Finanza di Gianfranco Boni? Il 26 gennaio vengono effettuati acquisti di titoli per un altro milione di euro. E nei tre giorni successivi vengono effettuate disposizioni di pagamento per 70 mila euro.
"Il “botto” arriva il 12 aprile quando un enorme blocco di azioni (Antonveneta) viene ceduto alla banca lodigiana per 33 milioni di euro e immediatamente dopo parte un maxi bonifico (per chi?) da 27 milioni. Forse il rientro dal maxi fido? Nemmeno un mese dopo il conto riceve un bonifico di 600 mila euro. Molto più che sospetto. Il gioco continua anche dopo, su altri titoli azionari, con acquisti frazionati in decine di piccole operazioni, la cessione in blocco unico per 2,1 milioni di euro; poi i soldi (2 milioni) vengono girati a un altro conto. Un caso che ricorda un po’ quello dell’imprenditore alberghiero Marco Sechi, sul cui conto figuravano gruppi di operazioni azionarie che arrivavano fino ai 10 milioni di euro, e dopo ogni plusvalenza veniva “girato” un assegno circolare per diverse centinaia di migliaia di euro. In questo caso, però, il conto viene prosciugato fino all’osso. Ora c’è uno sconfinamento di 23 milioni di euro! Di Gianpiero Marini, ex campione del Mondo nell’’82 in Spagna, si racconta di 50 milioni di euro di fidi ottenuti dalla banca per effettuare operazioni azionarie pilotate. Lui ha negato tutto, anche al nostro giornale. Sul rapporto della Finanza c’è finito lo stesso. L’hobby del trading ce l’aveva anche un altro personaggio lodigiano conosciuto, l’ex direttore delle farmacie comunali Gianfranco Sagrada. Una miriade di operazioni di piccolo cabotaggio. Pure lui indagato dalle Fiamme Gialle. Ma chi gestiva questi conti? Uno dei “concertisti”, che ha voluto rimanere anonimo, rivela: «Fu Spinelli, che conoscevo da anni come persona perbene, a chiedermi se volevo fare da “prestanome”. Mi chiese un favore. Il conto venne aperto alla filiale di via Cavour, ma non feci nessuna di quelle operazioni. E non ho mai intascato un soldo».
Deve essere il solo, o quasi. Ma alla Procura di Milano qualcuno ha intanto notato che un paio di nomi dell'"inchiesta Antonveneta" coincidono con quelli dell'"inchiesta Intercettazioni" e ha esclamato in milanese: "Tel chì!" (continua)