Al Boecc
Credo di non aver ancora scritto qui qualcosa che invece ci tengo a far sapere, dopo essermi occupato in varia guisa della Banca Popolare Italiana, ex-BPL. Ed è che io non ho davvero niente contro il mio vecchio nemico Gianpiero Fiorani, specialmente ora che si trova ristretto nel carcere di San Vittore. Ma come! - diranno quelli che concoscono tutta la storia - Fiorani ha fatto di tutto per eliminarti, contro il parere dei tuoi elettori lodigiani che ti volevano candidato. Ha persino chiesto a Paolo Berlusconi - quello che l'altro giorno hai incontrato in treno ("Neve") di mettere al tuo posto il ragazzo di bottega del suo ufficio fiscale, e come senatore l'asino - quel Romano Comincioli che Gianpiero e i suoi nelle intercettazioni assassine chiamavano "zio Romi" - che Silvio Berlusconi si è vantato davanti a Vladimir Putin di aver portato in Senato, battendo così Caligola che ci aveva portato, in spregio ai senatori, un cavallo...
Certo, quello che ora sappiamo sulle mosse di Fiorani è abbastanza sorprendente: Ma credeva davvero di farla franca con i maldestri imbrogli che combinava? Non lo so. Però prima che venisse fuori tutto io lo consideravo un avventuriero: uno che ha in testa un disegno e vuole realizzarlo a tutti i costi. L'Italia è stata fatta da avventurieri, l'italiano è avventuriero per natura. Io sono un avventuriero. Sir Walter Scott considerava avventurieri gli americani dei tempi di Washington e di Franklin ("those adventurous Americans") che avevano osato ribellarsi al loro "good king George".
Ma, caro Gianpiero, l'avventuriero deve avere fortuna, non può non averla. Un avventuriero senza fortuna è come una prostituta senza clienti, come un giocatore senza dadi, un banchiere senza soldi. Mishima nello "Hagakure" ha scritto che l'uomo d'azione - e tale è senz'altro l'avventuriero - pensa sempre che manchi solo un ultimo, piccolo tratto per chiudere il cerchio della sua vita con il successo. E' quello che è mancato a Fiorani per impadronirsi di Antonveneta con il sostegno di Antonio Fazio (il Tonino del bacio in fronte di quella notte fatale) e chiudere la partita. Immaginando che da lì in poi sarebbe andato in discesa.
Ma non era la stessa cosa che si aspettava anche Bettino Craxi alla vigilia delle elezioni del '92? O quell'altro condottiero toscano di Anghiari, Amintore Fanfani, che sempre applicò la massima "fortuna virtuti comes", la fortuna è compagna del coraggio?
Insomma, siccome un avventuriero sfortunato non può esistere, è in fondo giusto che egli venga punito, perché ha trasgredito due volte: la legge scritta dello stato e la legge non scritta degli avventurieri.
Fa specie, tuttavia, che all'assemblea della sua ex banca, sabato 28 gennaio, ci sia stato un Maramaldo (ho già scritto che Maramaldo, prima di uccidere vilmente il Franceso Ferruccio a Gavinana fu di stanza a Lodi?) che ha attaccato Fiorani, dopo essere stato per anni il suo - scusate - fedele ruffiano.
Questo ritratto dell'avventuriero lo avrei fatto a Fiorani stesso se ci fossimo visti a cena, come egli mi propose tramite un amico, al "Boecc", storico ristorante milanese in piazza Belgioioso. Ma la cena non ci fu, e non sapremo mai cosa Fiorani - allora in "aufhaltsame Aufstieg", come l'Arturo Ui di Brecht, avrebbe risposto alla mia provocazione.
Altri, molti altri, andarono però a cena con lui, anche al "Boecc" perché Milano è la zona franca dei lombardi, e l'"Isola di Caprera" di Lodi è un po' come "L'Uccellone" di un tempo a Firenze, troppo scontato e frequentato. E devo dire che si trattò di cene malandrine. Come quella (quelle) con il procuratore dei Lodi Giuseppe - detto Pippo - La Mattina, per insabbiare l'inchiesta sull'acquisizione della Popolare di Crema, da me denunciata in parlamento, e da Pippo infilata in un cassetto a prendere polvere per cinque anni senza muovere un dito "per non turbare la pace di Lodi" e, aggiungo io, per consentire l'assuzione di uno stretto congiunto alla Banca. Ahi! Pippo Pippo non lo sa che queste cose le sa tutta la città. Ma a Furbacchiopoli non si parlava, perché di congiunti beneficiati da Gianpiero ce n'erano davvero tanti...
Ed eccoci all'assemblea, disertata dalla metà dei soci prenotati per ragioni meteorologiche (leggere "Neve" del 29 gennaio in questo blog). "BPI riparte, fiducia alla lista Gronchi", titolava l'ufficioso "Sole 24 ore". "La nuova Lodi si affida a Giarda e Gronchi", annunciava l'ufficialmente ufficioso "Corriere della sera". Curioso: nessuno si è chiesto se l'ottimo professor Piero Giarda - sottosegretario con Romano Prodi - abbia un programma, e quale esso sia. E Gronchi? Nominato da Fazio, uomo del Monte dei Paschi di Siena - anche se in forza a Vicenza - vicino a Luigi Berlingue: cosa vuol fare Gronchi, a parte raccontarci la solita storiella della "banca radicata nel territorio"? E la Procura di Milano, che ha costretto Fazio alle dimissioni là dove Berlusconi si era ritratto intimorito, la Procura accetta davvero che tutto cambi a Furbacchiopoli perché niente cambi?
Ma no, tranquilli: al palazzo di giustizia di Milano non si sono d'un tratto rincoglioniti. Si tratta solo di far vincere le elezioni alla sinistra prima di andare a fondo sulle plusvalenze incassate (da chi?) nell'operazione Telecom dei "capitani coraggiosi" in fase di realizzo. Si tratta di vedere quale delle tribù senesi del Monte prevarrà, e di attaccare l'asino dove diranno i contradaioli diessini vincenti, che tanto a loro quel Consorte lì non gli era piaciuto punto... Alla prossima puntata, allora.
Neve
Non nevicava così da vent'anni, e anche se della neve di ieri o dell'altroieri - dicono i proverbi - non importa niente a nessuno, trovo che non sarebbe giusto trascurare qualcosa che accade così di rado. Vent'anni fa, per esempio, successero in Italia cose portentose.
Nevicò dapprima a Roma, quanto bastò a bloccare gli autobus che scivolavano giù dai sette colli fra le ghignate dei milanesi che commentavano le desolanti inquadrature televisive della Città eterna con i suoi autobus fermi come trichechi in secca: "Ecco, i romani, come al solito..." Poi nevicò a Milano e l'azienda dei trasporti, forse per mostrare come si fanno le cose da noi, mandò fuori tutti gli autobus. Ma continuò a nevicare per tutto il giorno e tutta la notte, e anche senza l'handicap dei sette colli gli autobus dell'ATM si bloccarono in strada bloccando tutto quello che veniva dietro.
Ci vollero tre giorni e due notti di neve intensa per convincere i milanesi di ciò che nelle città avvezze alle nevicate tutti sanno da tempo: quando nevica bisogna bloccare tutto e starsene a casa. Ne fui testimone a Washington una trentina di anni fa. Capitale o no, le autorità ordinarono il blocco delle attività quando la meteo annunciò che sarebbe continuato a nevicare.
Nel sito della società di consulenza che ho fondato, la Lombard House International Limited, abbiamo ricordato che il primo accordo di collaborazione per la ricerca dei trends lo firmammo con John Naisbitt, l'autore del best-seller "Megatrends", proprio nei giorni della nevicata dell'85, in Palazzo Clerici a Milano. L'accordo portò alla costituzione della franchise Naisbitt Italia, e credo che abbia funzionato per diversi anni grazie alla grande cura che mettemmo nei dettagli, visto che il tempo non ci mancava, mentre fuori continuava a nevicare.
Il sindaco di allora, Carlo Tognoli, ha detto che fu grazie ai carri armati "Leopard" dell'esercito, cui furono applicati gli spazzaneve, che si poterono liberare le strade di Milano.
Le grandi nevicate sono eventi di cui non ci si dimentica, e di cui si ricordano anche episodi marginali, come quando la leggendaria signora Anna Sciomachen, la mia segretaria che era sempre di buon umore, cadde a faccia ìn giù nella neve del giardino e dal gran ridere non riusciva a rimettersi in piedi, mentre tutti in ufficio, vedendola dalle finestre, ridevamo come lei anziché andarla ad aiutare a rialzarsi...
Ed eccoci ai giorni nostri. La mattina del 26 gennaio sono partito in auto prima dell'alba per l'aeroporto di Orio al Serio dove avevo il volo per Brusselle. Pensavo di avere le catene a bordo, ma erano nel bagagliaio di un'altra macchina. Però ancora non nevicava. Dopo una riunione e un paio di incontri a Brusselle, dove ho dormito, ho preso un taxi prima dell'alba e quando sono arrivato all'aeroporto ho saputo che nessun volo sarebbe partito per Orio - dove avrei dovuto spostarmi a Linate per prendere un volo per Roma. L'unico volo Brusselle-Roma della mattina era pieno e non mi è restato che partire per Firenze - dove non era nevicato - con un volo che da febbraio non ci sarà più, mi hanno detto. All'aeroporto di Peretola ho preso un taxi per la stazione di Santa Maria novella e lungo il percorso ho potuto ammirare il nuovo palazzo di giustizia e il polo universitario sorto dove c'era la Fiat, abbandonata da decenni, nei pressi delle aree bombardate dove si affrontavano le nostre bande di ragazzini.
L'Eurostar per Milano era pieno, naturalmente, sia perché era venerdì, sia per i voli annullati data l'indisponibilità degli aeroporti milanesi sepolti sotto la neve. Lì ho incontrato Paolo Berlusconi ("Guarda chi c'è" "Già, è un po' che non ci si vede") che viaggiava con un mio amico parlamentare. C'era troppa gente intorno perché potessi chiedergli cosa pensava delle vicende della Banca Popolare di Fiorani, grande benefattrice del fratello di Silvio. Inoltre non avevo neanche un posto a sedere, così ho salutato i due e mi sono accomodato sui gradini dello sportello insieme a una simpatica modella australiana con le trecce bionde.
La stazione centrale di Milano era affollata all'inverosimile, ma in modo relativamente ordinato: tutti a guardare i ritardi segnalati sui tabelloni. Dopo un'ora ho appreso che il mio Cisalpino per Zurigo era stato soppresso (avevo deciso di disinteressarmi della macchina e proseguire in treno). Piuttosto che rassegnarmi a dormire in albergo a Milano mi sono precipitato fuori e ho trovato di fianco alla stazione l'ultimo bus che andava a Orio al Serio - chissà perché, visto che l'aeroporto era chiuso - dove sono arrivato un'ora dopo quando era ripreso a nevicare di buzzo buono. Avevo avuto il buon senso di mettere l'auto in un parcheggio coperto, ma avevo anche avuto tutto il tempo di ricordarmi che le catene a bordo non c'erano.
Raggiunta in qualche modo l'autostrada, mi sono incolonnato in uno sparuto convoglio di auto sotto la neve battente che si accumulava sul cofano, tanto lenti andavamo, mentre dalla radio continuavano a dire di non mettersi in viaggio, e gli spettrali tabelloni luminosi annunciavano disagi imprecisati lungo tutto il percorso. Era chiaro che se per qualsiasi ragione l'auto si fosse fermata, niente avrebbe potuto rimetterla in moto.
Quando sono arrivato nei pressi della dogana svizzera al valico di Brogeda mi sono reso conto che la neve aumentava d'intensità, e con essa le probabilità di bloccarmi. E' quello che pensavano anche i doganieri svizzeri i quali ad ogni buon conto mi hanno fatto sapere che in Svizzera erano obbligatorie le catene montate. Li ho convinti che le avrei comprate al prossimo distributore, dove sono riuscito ad arrivare in un turbine di bianco. E dove ho scoperto che non c'erano catene in vendita. Ma c'era in compenso un piccolo e lindo motel per camionisti dall'improbabile insegna "Piccadilly", dove mi sono infilato dopo aver parcheggiato l'auto il più vicino possibile alla curva d'uscita dell'area di servizio.
Alla televisione mostravano proprio il tratto dell'autostrada Bergamo-Milano che avevo da poco percorso, e le rare macchine che annaspavano nella notte davano davvero l'immagine della sfiga...
La mattina dopo, mentre facevo colazione, ho letto sui giornali italiani e svizzeri tutto sulla nevicata - dai 50cm di Milano ai 90 di Varese etc. - e ho capito che siccome la temperatura si era alzata dovevo aspettare un paio d'ore prima di cercare di avviare la macchina. Ho capito anche che se fossi penetrato ancora in territorio svizzero per tornare a casa, rischiavo che la polizia mi ritirasse la patente. Quindi ho chiamato Veronika che si trovava nella provincia di Varese e le ho detto di non annullare il nostro appuntamento per andare a mangiare insieme, ché avrei provato a rientrare in Italia. Dove per fortuna era cominciato a piovere. Così abbiamo mangiato ad Angera, poi mi sono avviato verso Lugano evitando l'autostrada e le pattuglie della polizia. Le strade provinciali e cantonali erano messe molto male, ma guardandomi intorno ho visto viaggiatori messi peggio di me. A Lugano, sulla strada c'era un cinema dove davano "Brokeback Mountain". Mi sono fermato lì e dopo il film mi sono arrampicato verso casa scivolando ogni tanto ma senza bloccarmi del tutto, meravigliandomi con me stesso per avercela fatta. Solo che lo spazzaneve comunale aveva ammucchiato una montagna di neve davanti al mio garage, impedendomi così di entrare con l'auto. Ci ho messo un'ora a trovare un posto in un parcheggio un paio di chilometri sotto, così pieno di neve che alla fine ho deciso di entrare con l'auto dentro a un mucchio più morbido e lasciarcela dentro finché fossi tornato questa mattina con una pala.
Anche in "Brokeback Mountain" fa freddo e si vede una tempesta di neve, ma il film si segnala per altre ragioni, su cui magari tornerò fra poco. E un giorno o l'altro scriverò anche di "Neve", il controverso romanzo di quel grande scrittore turco che è Orhan Pamuk...
Una buona notizia, e una cattiva
Il buon senso ha prevalso, e la legge sull'affido condiviso dei figli di genitori separati e divorziati (ne avevo scritto su questo blog: "Padri a perdere") è arrivata in porto. I tribunali non potranno più affidare i figli minori a un solo genitore - si trattava nell'85 per cento dei casi della madre - ma si dovrà trovare una soluzione, appunto, condivisa alle preminenti esigenze dei bambini e delle bambine.
Sarà dura all'inizio, perché i genitori che si separano riversano accuse e rancori l'uno addosso all'altro, e farli ragionare sui figli non sarà facile, ma alla fine dovrà prevalere una nuova cultura della mediazione e della conciliazione, a tutto vantaggio dei bambini.
Dovrebbe finire così anche la concezione "proprietaria" dei figli - nella quale hanno fin qui eccelso le madri - i quali figli hanno il diritto di non essere oppressi dai genitori. La legge crea per loro una zona franca: mantenerla sgombra richiede una certa collaborazione dei genitori che dovranno mitigare i loro sentimenti di odio pverso l'ex partner, ma anche quelli di eccessivo attaccamento ai figli. Non sarà una passeggiata, ma è già un gran passo avanti. Sono contento che la XIV legislatura abbia salvato in extremis questa legge così importante.
Avviato a soluzione un problema della famiglia se ne presenta subito, minaccioso, un altro: quello della pretesa delle coppie omosessuali (mi rifiuto di chiamarle "coppie di fatto" per non confonderle con quelle vere, le coppie non sposate che in Italia hanno praticamente gli stessi diritti di quelle sposate) di adottare e allevare figli. A medio e lungo termine non c'è minaccia maggiore alle nostre società di questa pretesa degli omosessuali. D'altra parte c'era da aspettarselo, che tutta la pantomima della potentissima lobby omosessuale sui "matrimoni gay" travestiti da PACS conducesse a questo: a imporre a bambini non ancora nati - attraverso la riproduzione artificiale - o ancora piccoli - attraverso l'adozione - il modello omosessuale. Non volendo o non potendo riprodursi naturalmente, gli omosessuali intendono forzare un passaggio nella società familiare attraverso le leggi, accampando diritti che diritti non sono, e puntando alla creazione di una società parallela e distinta che fa a pugni con la concezione moderna del diritto e con la cultura prevalente in tutti i paesi con l'eccezione dell'area urbana di San Francisco...
Gli omosessuali vogliono dimostrare di poter essere buoni padri e buone madri? Ciò è irrilevante. Anche un' adolescente o un vegliardo possono, se necessario, rivelarsi buoni genitori: ciò non vuol dire che debba essere loro consentito per legge l'affidamento dei minori. Ma le carnevalate dell'"orgoglio gay" in piazza, le pagliacciate dei finti matrimoni in chiesa o in municipio hanno uno scopo preciso: affermare diritti che diritti non sono. Gli omosessuali hanno il diritto - come altri gruppi sociali - di essere tollerati come minoranza e di veder difesi i loro diritti civili come tutti gli altri. Punto.
"Tollerare" non è un bel verbo ("Per la tolleranza, le case bastano e avanzano" diceva, figurarsi, Charles Péguy) eppure dopo le ubriacature egualitariste e multiculturaliste del secolo appena trascorso il politologo Larry Siedentop ("Democracy in Europe") con argomenti ripresi in Italia da Giovanni Sartori trova che solo il concetto di tolleranza esprima una democrazia moderna e flessibile che non rischi di diventare quella "dittatura della maggioranza" che Alexis de Tocqueville aveva visto con inquietudine affermarsi nell' America dell'800. Tolleranza vuol dire che le minoranze devono essere coscienti di essere tali e devono adeguarsi allo spirito e alla cultura prevalente nel paese che le accoglie, senza pensare di poter prevaricare accampando pretese che solo una maggioranza potrebbe caso mai accampare.
Questo vale per le minoranze religiose, nazionali, etniche, culturali e sessuali. Solo accettando in pieno questo principio una minoranza può convivere con la maggioranza e con le altre minoranze. Far finta che tutti i gruppi siano uguali e abbiano i diritti che ciascuno pretende di avere porterà a inevitabili reazioni violente, come è successo in Olanda, come sta succedendo in Danimarca.
Ognuno di noi è maggioranza in certi casi e minoranza in altri. Tutti dobbiamo adattarci ad essere minoranza, e a tollerare le altre minoranze quando siamo maggioranza. Semplice, no?
Quanto è distante Lodi da Milano (2)
Mettiamo che abitiate a Milano, e che a forza di sentir parlare di una certa banca di Lodi vi sia venuta la curiosità di vederla, questa Lodi, così vicina a Milano eppure non ci siete mai stata. Dài andiamoci sabato: è a pochi chilometri, non importa prendere l'auto, si va in bici. Un po' come, dall'altra parte di Milano, si va in bici lungo il naviglio grande o il naviglio pavese, no? No.
Da brava milanese, vi siete procurata una mappa dal titolo "Il Lodigiano bicinvoglia". Lodi è al centro della mappa. Da essa si dipartono diversi percorsi, alcuni segnalati da righe continue gialle e rosse (sono i colori di Lodi), altre interrotte qua e la'. In alto a sinistra c'è scritto "Milano", ma la linea tratteggiata ("percorsi ciclabili di prossima realizzazione") comincia a Melegnano. E come si fa ad arrivare in bicicletta da - mettiamo - piazzale Corvetto o piazzale Rosa a Melegnano? Provateci. Scoprirete che uscire da Milano a sud evitando l'autostrada o la trafficatissima via Emilia è praticamente impossibile. Potete arrivare fino a Chiaravalle, visitare la bellissima abbazia che si vede anche dal treno, e lì finisce la gita. A meno che vi avventuriate per strade che non hanno niente della pista ciclabile.
Qua e là sulla mappa "Lodi bicinvoglia" ci sono piccoli tratti di pista, ma come si fa ad arrivarci? Con la bici in spalla?
Insomma, per vicina che sia, Lodi resta lontana. Per quanto pianeggiante, la strada resta impervia, come se i lodigiani in realtà non volessero averli fra i piedi, i milanesi, dopo tutti gli sconquassi che hanno causato nell'ultimo millennio. E meno male che c'era l'imperatore, il Barbarossa, a metterli al loro posto.
C'è chi ha scritto che è difficile sentire un lodigiano ridere a crepapelle: al massimo un risolino sardonico, perché anche quelli che non conoscono la storia se lo sentono dentro che c'è poco da ridere e che da Milano - dove pure un lodigiano su tre va ogni giorno a lavorare - possono arrivare solo guai. Come i senesi che hanno addirittura scolpito le statue dei loro santi con la testa voltata verso Firenze, ché è da Firenze che bisogna guardarsi...
E anche questa volta è arrivata la tegola da Milano, dalla Procura di Milano, sulla testa del "golden boy" lodigiano Gianpiero Fiorani, "che per me è come fosse mio nipote" dice intenerendosi il signor Rovida dal banco del suo delikatessen a un passo dalla cattedrale, che é fra i migliori della Lombardia, forse d'Italia. E molti a Lodi la pensano ancora così e non sanno capacitarsi di come il Fiorani sia finito a San Vittore, e di tutto quel giro di soldi nascosti, di ville al mare, di traffici, che Dio lo perdoni.
E sabato 28 gennaio c'è l'assemblea della gloriosa Banca popolare di Lodi, frettolosamente e orgogliosamente battezzata Banca popolare italiana nella lunga estate calda delle scalate e delle rovinose cadute. L'assemblea dei soci, che negli ultimi sei anni è stata la messa cantata di Fiorani, sempre al suo fianco il fido e altezzoso presidente Giovanni Benevento, e il fido e perennemente stupefatto vicepresidente Desiderio Zoncada. All'ultima ordinaria, quella della primavera 2005, ci fu chi scrisse del "tifo da stadio" e della "fedeltà bovina" dei soci della Lodi, esausti come mucche munte da cinque successivi aumenti di capitale, eppure entusiasti come un parco di buoi ubriachi . Il parco buoi, quello che designa in borsa gli investitori meno avveduti. Vennero in tremilacinquecento, quella volta, molti portandosi dietro le famiglie dalla lontana Toscana, dalla lontanissima Sicilia, teatri delle razzie fatte da Fiorani negli ultimi sei anni, con i metodi che oggi tutti conosciamo, ma che un pugno di noi già sapeva - e lo denunciò - anche sei anni fa.
E questa volta, verranno ancora in tanti questa volta all'assemblea che più che una messa cantata o un Te Deum si prospetta come una dolorisissima Via Crucis? Eccome se verranno! Già quattromilacento si sono prenotati, e ci si aspetta che raggiungano la cifra record di quattromilacinquecento sabato prossimo al palazzetto dello sport, che di posti ne ha cinquemila. La Banca, matrigna, neanche un servizio di navetta (per ora) ha organizzato, e per le vettovaglie, ognuno per se. Anzi - sembra di capire - se non venite è meglio, che già abbiamo i nostri problemi. Perché dopo tanto mungere i soci, chissà, potrebbero anche essere incazzati.
Sei anni fa si sfogarono contro l'autore di queste righe, deputato di Lodi e accusatore di Fiorani per gli imbrogli che c'erano stati nell'acquisizione della Popolare di Crema. E come annuiva, quel giorno, il nasone del presidente agli insulti dei soci che si scagliavano contro il deputato, il quale cercava solo di difendere loro, poveri buoi, e la loro banca dagli assalti degli speculatori interni ed esterni. E come sgranava gli occhi beato il vicepresidente che ancora - eravamo nel 2000 - non aveva mostrato tutto ciò che sapeva fare nelle vicende incresciose dell'autostrada Milano-Mare...
Magari questa volta i soci se la prenderanno con qualcun altro. O vorranno indietro i loro soldi. O magari, chissà, cercheranno un altro uomo della provvidenza da cui farsi guidare. Perché infinita può essere, a volte, la stupidità collettiva degli agglomerati umani.
Ma forse a qualcuno verrà in mente di andare a vedere la storia di altre acquisizioni fatte dalla Banca popolare italiana - ex Lodi - come quella, strategica, della Banca Rasini che il commendatore Azzaretto di Missilmeri, nella Sicilia profonda, venne a comprarsi nel dopoguerra fin quassù, perché in Sicilia c'era chi aveva bisogno di smaltire a Milano i suoi soldi. Molti soldi.
Post hoc...
...ergo propter hoc. In latino è più semplice dirlo: se il fatto B è accaduto dopo il fatto A, vuol dire che è stato A a provocarlo. Ciò presuppone che i fatti A e B accadano in un medesimo contesto. Su questo rapporto si è molto discusso, collegandolo anche al rapporto causa-effetto. La forza del principio "post hoc ergo propter hoc" sta nell'impossibilità del suo contrario: è infatti assai improbabile che qualcosa che accade prima sia provocata da qualcosa che accade dopo.
Significa, questo, che il sottosegretario alle Riforme del governo Berlusconi on. Aldo Brancher e il sottosegretario alle Comunicazioni on. Paolo Romani sono politici corrotti in quanto ottennero dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani consistenti favori finanziari subito dopo aver accettato da Fiorani stesso l'imposizione di un candidato di centrodestra perdente alla carica di sindaco di Lodi? (Leggere in questo blog il post "Capodanno, capodanni"). Loro diranno che non sono corrotti e che è per pura coincidenza che i soldi della banca sono arrivati nelle loro tasche subito dopo aver concesso alla Popolare il favore politico che il suo numero uno chiedeva. Ma se dicono questo mentono.
Se infatti la loro scelta di affossare - senza spiegazioni e senza motivo - una candidatura per imporne un'altra non era dovuta a un diktat di Fiorani, allora dovevano stare bene attenti a farsi finanziare da qualsiasi altra banca, popolare o no, evitando ad ogni costo la Popolare di Lodi, per non essere sfiorati dal sospetto del "post hoc ergo propter hoc". Ma temo per loro che nessun'altra banca, proprio nessuna, avrebbe accordato a questi due uomini d'affari improvvisati e disastrati le condizioni da clienti privilegiati che ottennero sei anni fa da Fiorani. Quale banca seria avrebbe infatti messo la firma (e così in fretta!) sotto ai generosi finanziamenti ottenuti dal duo Romani-Brancher, più propenso alla bancarotta l'uno, alle tangenti l'altro, che non alla corretta gestione di un fido?
Certo, i due compari non immaginavano lontanamente che le prove documentali della loro corruzione - ancora più grave in quanto miserabile - sarebbero saltate fuori anni dopo. Né tanto meno che il potente Fiorani sarebbe finito in carcere, e i loro nomi sui giornali. Le cose apparivano facili, in quell'inverno del 2000: facciamo a Fiorani un favore che non ci costa nulla - devono aver pensato i due, a cui non importava certo che il municipio di un capoluogo andasse alla parte avversa - e portiamo a casa un po' di soldi. Alla faccia degli impegni presi in precedenza con il deputato di quel collegio che oggi scrive queste righe.
Il fatto è che quasi tutto può essere perdonato in politica: errori, ritardi, favoritismi, perfino il disinvolto uso dei soldi. Ma non il giocare a perdere, tirare nella propria porta, vendersi per favorire l'avversario. Questo in politica è inaccettabile e imperdonabile.
L'unico castigo appropriato per chi si è fatto pagare per favorire la squadra avversa è l'espulsione dal campionato della politica, per usare una metafora calcistica come quelle che piacciono a Sivio Berlusconi.
Ma Berlusconi é d'accordo con noi! - dissero all'epoca cortigiani e ruffiani del capo. Falso. Poco tempo dopo la sconfitta elettorale del centrodestra nella città di Lodi, Berlusconi disse invece che candidati così non li avrebbe votati neppure lui...
Per una fortunata circostanza quando le agenzie riportarono questa frase del presidente, durante un consiglio nazionale di Forza Italia, i due compari Romani e Brancher erano insieme al bar dell'albergo romano dove il consiglio si svolgeva, così potei sbattergli in faccia il lancio dell'agenzia e dirgli la mia opinione sulla loro spregevole condotta. Ma cosa volete che importasse a quei due che il loro presidente li avesse clamorosamente smentiti? Avevano i soldi in saccoccia e una banca come amica, ormai, per i loro debiti futuri.
C'è qualcosa da imparare da questa squallida storia? No, non c'è niente da imparare. La corruzione esiste da sempre - così si consolano gli italiani più cinici - e di corrotti di mezza tacca come Romani e Brancher ce ne sono dappertutto. Questa categoria però prospera solo quando l'etica di una società sta arrivando ai minimi. Essi rappresentano il termometro del livello di corruzione di un paese, e dell'assuefazione ad essa dei cittadini.
P.S. Non vorrei sembrare ingenuo, scrivendo che i due corrotti di turno dovevano evitare di farsi finanziare dalla Popolare di Lodi, come se non sapessi che quella banca in passato ha chiesto ad altre banche amiche il favore di finanziare Tizio o Caio per non lasciare la sua impronta. Lo so benissimo. Addirittura, anni fa, fu un'altra banca della Bassa padana a regalare una costosa automobile ad un funzionario che era stato compiacente con la Popolare di Lodi, perché la corruzione non fosse troppo evidente. L'aver trascurato anche questa minima precauzione dimostra ad un tempo la certezza di impunità e la cialtroneria di Romani e Brancher e di quelli come loro, a destra e a sinistra dello schieramento politico.
Berlusconi e il ponte sul fiume Kwai
Un raffinato letterato e grande giornalista, Arrigo Benedetti, insegnava con l'esempio che un gentiluomo non racconta mai barzellette, soltanto aneddoti appropriati alla conversazione. Il desueto termine "gentiluomo" mi ha sempre fatto venire in mente frasi del tipo: "il seno di una signora deve poter stare in una coppa di champagne o nella mano di un gentiluomo", o la divisa del gentleman vittoriano - che ho fatto mia: "Never complain, never explain", nel senso che non basta non stare a lamentarsi, bisogna anche non stare a spiegarsi, che è l'anticamera del lamentarsi. Poi c'è un altro dei miei motti preferiti, il francese "A gentilhomme, gentilhomme, à brigand, brigand et demi", che piaceva tanto a Sandro Pertini...
Insomma, stando a Benedetti, il forzato delle barzellette Silvio Berlusconi non sarebbe un gentiluomo.
Ma ora vi racconto un aneddoto nel quale Berlusconi comparirà a sua volta con un sorprendente aneddoto tutto suo, che lo faceva ridere ancora quando me lo raccontò. E sono passati quasi dieci anni da quella sera a cena con il presidente di Forza Italia, in un albergo romano.
"Umberto, tu che sei bravo a organizzare queste cose..." - disse verso la frutta. Non afferrai subito quali fossero queste cose, ma non mi stupii perché mi vengono attribuite da decenni immeritate doti di grande organizzatore. Berlusconi arrivò subito al punto. "In Italia i comunisti hanno un'organizzazione capillare che funziona molto bene. I nostri alleati missini altrettanto. Noi niente invece". Noi, cioè Forza Italia, che d'altra parte esisteva da meno di tre anni. "Dovresti fare come hai fatto con Miglio e i federalisti, ma più in grande questa volta". Siccome a tavola c'erano altre persone con noi, la conversazione proseguì qualche giorno dopo da lui, sempre a Roma, e si concluse qualche mese più tardi nel suo ufficio di via Rovani a Milano, su mia richiesta.
Cosa era succeso in quei mesi?
Berlusconi mi aveva chiesto di creare una struttura giovanile non ideologica, ma fortemente anticomunista. Ero d'accordo sul primo punto, meno sul secondo non perché io non sia sempre stato anticomunista (non meno che antifascista) ma perché era difficile mobilitare i giovani su una parola d'ordine - l'anticomunismo - cui erano caso mai sensibili le fasce di età più alte. Avevo comunque trovato soluzioni che mi parevano adeguate, quando si aprì in Italia la "stagione della Bicamerale", un periodo di relativa collaborazione fra destra e sinistra nel nome di riforme costituzionali reputate urgenti e importanti. Ci eravamo molto allontanati dal clima di contrapposizione frontale della grande manifestazione di Roma - quasi un milione di partecipanti - del Polo delle libertà nell'autunno del 1996. Lo stesso Berlusconi, sotto i colpi delle Procure, sembrava propenso a trovare un qualche accordo con il Pds. Decisi allora di andarlo a trovare, armato di un apologo che mi ero preparato con cura. Inoltre mi servivano soldi perché fin lì avevo dovuto fare tutto con i miei mezzi, che non erano illimitati. Al colloquio fra me e Berlusconi assisté un'altra persona conosciuta: mi duole non ricordare chi era.
"Caro presidente - esordii - ricordi il colonnello del "Ponte sul fiume Kwai", quello della famosa marcia militare, interpretato da Alec Guinnes?" Il largo sorriso che comparve sulla faccia di Berlusconi mostrò che se ne ricordava benissimo. Il sorriso si accentuava via via che procedevo, sebbene mi sembrasse che ci fosse poco da ridere, perché io anzi gli ricordavo il drammatico epilogo dell'ufficiale inglese che, ormai affezionato al ponte che i suoi soldati prigionieri dei giapponesi avevano costruito sotto la sua guida - e che certamente sarebbe sopravvissuto alla guerra - non si rendeva conto che gli alleati dovevano invece distruggerlo, quel ponte sullo Kwai, perché aveva importanza strategica per i giapponesi. Il colonnello non aveva capito che se era importante che il ponte fosse fatto a regola d'arte per mostrare la bravura dei soldati britannici, era ancora più importante che qualcuno lo facesse saltare in aria.
"Ora tu stai creando un ponte fra te e D'Alema, stai smorzando il contrasto ideologico con i comunisti e stai anche rendendo inutile l'incarico che mi hai dato - conclusi - ma ricordati che prima o poi quel ponte dovrai farlo saltare..."
Per quanto avessi cercato di essere breve, notai che Berlusconi mi seguiva appena e che voleva a tutti i costi dirmi qualcosa a sua volta, sempre con quel sorriso stampato in faccia. "Ma lo sai che mi hai fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa, quando vendevo i miei primi appartamenti andando dai clienti con i piani di costruzione - disse alla fine avvicinandosi con aria complice - Ci andavo naturalmente insieme al mio architetto. Mi presentavo al cliente, assumevo un atteggiamento solenne e indicando l'architetto gli dicevo: lo sa chi è questo signore? E' nientedimeno che l'architetto del ponte sul fiume Kwai...E loro ci credevano!" E giù risate e pacche sulle ginocchia. Risi anch'io, si capisce, perché l'aneddoto era divertente e non c'è cosa che diverta di più Berlusconi di fregare qualcuno e poi raccoltarlo agli amici. Tuttavia mi resi anche conto che il mio apologo non era andato per niente a segno. Pazienza, pensai, e mi congedai da Berlusconi e dal mio ormai inutile incarico.
Ma avevo torto.
Tempo dopo, tutti noi deputati e senatori di Forza Italia fummo convocati a una riunione notturna nella Sala della Regina, a Montecitorio. Berlusconi voleva chiederci se eravamo d'accordo di far saltare la Commissione Bicamerale, che nel frattempo era andata abbastanza avanti arrivando anche ad approvare le modifiche costituzionali sul presidenzialismo. Berlusconi - pensai subito - ha capito che deve sparigliare, come si dice nello scopone scientifico. Pensai anche che doveva essersi sentito con Craxi da Hammamet. La manovra proposta da Silvio mi pareva infatti farina raffinata del sacco di Bettino.
Ricordo benissimo la successiva seduta della Camera, piena fino all'ultimo posto, quando Berlusconi annunciò che ritirava l'appoggio alla Bicamerale, cogliendo così di sorpresa non solo Massimo D'Alema ma anche Gianfranco Fini.
Gli interventi del leader della sinistra e del leader della destra, ambedue critici di questa decisione, seppure con toni naturalmente diversi, mostravano che Berlusconi aveva avuto ragione: in un clima di collaborazione fra destra e sinistra solo queste due avrebbero contato, e lui sarebbe stato emarginato. Invece: fine della Bicamerale, fine della collaborazione, ritorno in trincea.
Fu allora che mi resi anche conto di quanto il duo Berlusconi-Craxi fosse andato oltre il mio apologo del ponte sul fiume Kwai. Non solo infatti aveva fatto saltare il ponte come chiedevo io in pura teoria, ma lo aveva fatto saltare mentre le truppe della sinistra (e quelle della destra) ci passavano sopra, ottenendo il massimo risultato distruttivo. Nel film il ponte salta in aria di notte e sopra il ponte c'è solo un testardo colonnello inglese e il comandante giapponese del campo di prigionia. Qui invece sul ponte della Bicamerale c'erano tutti quelli che cercavano di liberarsi di Berlusconi, da sinistra e da destra.
Tanto di cappello, pensai rimettendomi in testa l'elmetto.
Padri a perdere
Ricordo un bel libro francese sulla paternità dal titolo "A cosa serve il padre?". Ecco una domanda che fin verso l'ultima parte del secolo scorso sarebbe stato assurdo porsi: il padre serviva, punto e basta. A fare i figli, per cominciare, poi a mantenerli, educarli eccetera. Oggi non é più così, e la figura del padre non é mai caduta così in basso.
Volete essere sicuri che un libro o un film abbia successo? Date addosso al padre: non sbaglierete. Poco importa che i padri autoritari e opprimenti di un tempo non esistano quasi più nell'occidente cristiano. E' l'archetipo che conta, e gli archetipi sopravvivono per decenni alla scomparsa degli esemplari veri e propri. Perfino un bel film come "L'Enfant" arriva a dare del giovane padre protagonista un'immagine estrema (tenta di vendere il figlio neonato) che facciamo fatica a concepire.
Ma non sono piuttosto le madri quelle che talvolta buttano i figli nei cassonetti? O li ammazzano. Quanti dotti articoli per spiegare, quando non giustificare, questi drammi della maternità! Metteteci di mezzo un padre e sentirete invece il suono di voci ostili, il rumore di porte che sbattono, il sibilo di pietre lanciate a lapidare.
E' di oggi la notizia che due bambini - di 11 e 9 anni - portati via cinque anni fa dal padre appartenente a una famiglia di nomadi, sono stati presi in consegna dalla polizia italiana dopo l'arresto dell'uomo nella Repubblica Cèca, e restituiti alla madre. Madre che però i bambini hanno respinto (la credevano morta) chiedendo di tornare col padre. "Il lieto fine è ancora lontano", conclude Massimo Lugli sulla "Repubblica".
Se penso alla madre dei piccoli rapiti che per cinque anni insegue per l'Europa il padre fuggiasco sento una forte solidarietà umana, un'empatia senza limiti. Ma essendo venuto a conoscenza di decine di questi drammi, so anche che nella grande maggioranza di essi sono i padri, non le madri, a subire la sottrazione dei figli. E non occorre, perché questa sia crudele, che ci sia di mezzo un rapimento vero e proprio, ché anzi le continue vessazioni messe in atto dalle madri possono essere perfino peggiori degli atti brutali tipici in questi casi del comportamento maschile.
Eppoi sappiamo tutti come sono fatti i bambini: stanno con il genitore che c'è e ignorano quello che non c'è. E' per questo che le madri separate tengono tanto a recidere i rapporti di frequentazione fra i figli e il loro padre. Il padre deve essere cancellato, è come se non fosse mai esistito. In certe separazioni di coppie che parlano lingue diverse le madri fanno dimenticare ai bambini la lingua del padre, così non potranno letteralmente comunicare con lui. Fine del padre. Schluss.
Bisognava evitare di riconsegnare subito i bambini recuperati alla loro povera mamma dimenticata, bisognava abituare lei e i bambini a conoscersi, senza pretendere che i legami di sangue siano sufficienti a stabilire un legame indissolubile. I figli bisognerebbe essere pronti a riconquistarli di continuo anche in situazioni normali. Figuriamoci dopo traumi come un'assenza di cinque anni.
Non so se negli ultimi giorni di questa sventurata XIV legislatura italiana si troverà il tempo e la voglia di licenziare finalmente una tardiva legge sull'affidamento sia alla madre sia al padre dei figli in caso di divorzio o separazione. Leggo che una non meglio precisata "lobby degli avvocati" fa ostruzionismo in Senato, e in effetti vedo la firma di senatori avvocati in calce a emendamenti che più pretestuosi non si potrebbe, con il chiaro intento di arrivare allo scioglimento delle camere senza approvare niente, annullando cinque anni di lavoro parlamentare. Che aggiunti ai cinque che perdemmo nella XIII legislatura fanno dieci, anche se allora la lobby fece un fuoco di sbarramento preventivo e la legge non approdò mai al Senato. Ascolto alla radio un'ospite fissa delle trasmissioni su questi temi, l'avvocatessa Bernardini De Pace, affermare di essere contraria a questa legge, ma quando poi cerca di spiegare il perché confesso che non capisco i suoi argomenti.
Eppure un po' me ne intendo, di affari di separazioni, divorzi, rapimenti e affidamenti, perché una decina di anni fa presentai io stesso una proposta di legge in materia di affidamento, che poi confluì in un provvedimento condiviso che fece alla Camera tutta la strada - non molta, come ho detto - che ci lasciarono fare destra, centro e sinistra.
Tutte le leggi vanno fatte con l'intelligenza, con la testa. Ma certe leggi devono essere fatte anche con il cuore. E il cuore batte, si capisce, dalla parte dei bambini. Ma è poi con gli adulti che si ha a che fare quando si devono sistemare le cose. Qui si tratta di indurre padri e madri separati o divorziati a trovare le soluzioni migliori per i loro figli, con l'aiuto di altre persone ma evitando per quanto possibile le costrizioni di legge.
Se quanto ho scritto con queste poche righe vi sembra troppo dalla parte dei padri, provate a pensare a quanto "naturale" appaia ancora oggi alla cultura corrente - che pure riteniamo sia equanime e libera - il ruolo delle madri con i loro figli: accudirli, fargli da mangiare, controllare come sono vestiti, mandarli a scuola... e quanto invece "strano" continui a sembrare il padre che si impegni esattamente in quegli stessi compiti.
Fateci caso: molte donne reclamano giustamente che l'uomo faccia la sua parte - ma a condizione che la loro parte resti quella che conta davvero.
In fondo, troppe madri italiane si pongono la domanda: "A cosa serve il padre?"
Quanto è distante Lodi da Milano?
"Cinque ore di lavoro intenso, senza pausa pranzo, al quarto piano di Palazzo di giustizia di Milano..." Così Mara Monti del "Sole 24 ore" ha descritto la riunione, il 10 gennaio, di tutti i procuratori coinvolti nelle diverse inchieste sulle "scalate bancarie". I magistrati di Milano, i magistrati di Roma, la Guardia di finanza.
E i magistrati di Lodi, dov'erano i magistrati di Lodi? Non è forse Lodi la Furbacchiopoli italiana?
Per la verità, una puntata alla Procura di Milano l'hanno fatta anche i magistrati di Lodi, i quali si sono accodati alla Consob che sull'ipotesi di falso in bilancio alla BPI aveva mandato a quella Procura un esposto due settimane fa.
Due settimane fa! Ma prima di allora non era successo niente che attirasse l'attenzione della Procura locale? Eppure già nel 2000 si era appuntata sull'allora BPL l'attenzione della Consob (e della Vigilanza della Banca d'Italia, ma a via Nazionale ci pensava Fazio poi a tagliare e a smorzare) dopo lo scandalo dell'acquisizione della Popolare di Crema.
Per non dire dell'autore di queste note, il quale da deputato di Lodi inviava il 28 aprile di quell'anno al ministro del Tesoro una "interrogazione a risposta scritta", nella quale si ricordava che "Consob aveva già fatto un richiamo alla Popolare di Lodi in occasione del recente aumento di capitale per la disinvoltura con la quale venivano annunciati accordi ancora del tutto vaghi, a ridosso della presentazione agli investitori del prospetto informativo, provocando così brusche escursioni del titolo". Se non fosse che gli atti parlamentari di sindacato ispettivo non devono sconfinare nell'aneddotica, avrei potuto aggiungere che i capi della Lodi e della Crema non l'avevano ancora trasmesso, il prospetto informativo finale, che già erano imbandite le tavole con i rinfreschi per festeggiare l'avvenuta acquisizione della banca cugina.
Dopo due pagine e mezzo di premesse che - com'è uso - inquadravano e documentavano la questione, arrivavo alle tre richieste precise fatte al ministro (il quale mai mi rispose, beninteso), che così riassumo: 1. c'è stata un'efficace funzione di controllo sulla banca per mettere al riparo i soci, gli investitori, e i terzi? 2. si sono considerate sanzioni amministrative contro il Consiglio di amministrazione, il Collegio sindacale e il direttore generale, sanzioni previste dall'art.145 del decreto legislativo n.385 del 1993? 3. cosa intende fare il governo affinché la Banca d'Italia "presti maggiore attenzione a quanto accade nelle situazioni periferiche di Gruppi non ancora consolidati, come quello in corso di costituzione da parte della Banca popolare di Lodi, per evitare che certe inefficienze operative si risolvano in un rischio di non trasparenza con ripercussioni sull'intero Gruppo e danni alla credibilità del sistema creditizio italiano".
Certo, non potevo prevedere allora quanto sarebbero stati ingenti, questi danni, al punto che solo con la rimozione di Antonio Fazio si potrà cominciare a ripararli, con un ritardo di cinque anni.
Pensate che il cortesissimo e cerimoniosissimo ("Caro onorevole, come sta? Posso salutarla?") procuratore capo di Lodi di allora, il dottor Giuseppe Lamattina, si sia chiesto se non fosse il caso di andare a vedere cosa succedeva nella banca? Assolutamente no. Di verificare se quanto diceva il deputato locale rispondeva a verità? Ma non sia mai! E anche due anni dopo, quando il deputato Giovine era stato fortunosamente sostituito dal fazista di complemento Emanuele Falsitta (sì, il fiscalista di Paolo Berlusconi, qualifica che parla da se) e la Consob mandò un esposto sull'acquisizione della Popolare di Crema, cosa fece l'ottimo Lamattina? Infilò il dossier in un'intercapedine virtuale come quella più celebre del dossier Moro in via Monte nevoso a Milano, e lì lo lasciò a impolverarsi fino all'archiviazione per decorrenza dei termini avvenuta nella calda estate del 2005. Calda per le torride scalate bancarie di cui tutti ancora parlano, ora che è sceso l'inverno e fa freddo.
Frattanto la figlia del procuratore capo Elena Lamattina era stata assunta dalla BPL, perché di Fiorani tutto si può dire fuori che abbia mai dimenticato un favore ricevuto.
"I più maligni sospettano - nota il perfido corsivista del "Sole 24 ore" - che l'assunzione sia avvenuta proprio nello stesso periodo in cui esplodeva l'affare della Popolare di Crema..."
Il giornalista d'assalto del "Cittadino" di Lodi, Francesco Gastaldi - che sta alle vicende bancarie lodigiane come Fanfulla sta alla Disfida di Barletta - fa notare che tanto tardiva è stata l'apertura - e la contestuale chiusura - del "dossier Crema" da parte dell'ex procuratore Lamattina, quanto impalpabile è stata la liquidazione dello stesso dossier nel pieno delle scorse ferie estive. Che sia vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, come dice quella vecchia volpe di Andreotti che si ostina a rifiutarsi a finire in pellicceria?
Qui si fa tardi, e non ho più il tempo di spiegare il titolo di questo post: "Quanto è distante Lodi da Milano". Siccome non intendo liquidare un argomento così importante in poche righe, prometto di tornarci sopra asap (as soon as possible), come si scrive nei blog che si rispettano.
Zio Romi
In uno dei "brogliacci" in cui sono trascritte le chilometriche intercettazioni telefoniche della "furbacchiopoli" italiana compare un personaggio chiamato familiarmente da uno degli interlocutori con l'appellativo "zio Romi". Nella storia delle scalate bancarie, così come nelle storie di mafia e nei casi di pedofilia, il termine "zio" non promette niente di buono.
"Sei proprio sicuro di volerlo conoscere? - mi chiese un comune amico, mio e dello "zio", e suo ex compagno di classe - Guarda che è un tipo...tosto", dove si capiva dalla breve esitazione che quel tosto era un eufemismo. Mitridatizzato da ogni genere di "tipi tosti" italiani e non, e non considerandomi a mia volta un'educanda, dissi che sì, che volevo conoscerlo perché mi pareva l'unico abbastanza vicino a Berlusconi da potergli fare qualche raccomandazione sul collegio di Lodi che stavo lasciando. Nella speranza che cinque anni di lavoro che avevo fatto nel collegio dove mi ero trasferito subito dopo essere stato eletto nella primavera del 1996, non scomparissero insieme a me. E' quasi impossibile, in politica, trascurare questi aspetti che al non politico possono sembrare del tutto irrilevanti. Per esempio, se un direttore generale lascia l'azienda, se ne va senza voltarsi indietro. Il rapporto fra il deputato eletto e il suo collegio, invece, in quello che doveva essere l'inizio della stagione uninominale portata a prematura fine dalla legge elettorale del 2005, non si può liquidare con una letterina di commiato agli elettori. Per questo volevo parlare col neo-eletto senatore Romano Comincioli, anche se non era precisamente lui il mio successore: al mio collegio della Camera era stato infatti destinato da Berlusconi un certo Emanuele Falsitta, erede di un noto studio fiscale milanese nonché fiscalista di suo fratello Paolo. Di costui Vittorio Feltri ebbe a scrivere sul suo quotidiano: Non sarebbe meglio pagare le parcelle ai fiscalisti, anziché mandarli in parlamento? Ma più si è ricchi più si è taccagni, gli avrei risposto io.
Invitai Comincioli alla trattoria lodigiana della Torretta, oltre il cimitero, mettendo subito in chiaro che il conto l'avrei pagato io perché avevo sollecitato l'incontro. Alla fine del pasto ci salutammo: lui certamente non avrebbe tenuto in nessuna considerazione, malgrado avesse perfino preso appunti su un taccuino, ciò che gli aveva raccomandato uno come me sicuramente inviso al suo padrone; io mi ero rafforzato nella convinzione che i tipi tosti sono solo quelli che un padrone non ce l'hanno. Chi rende conto a un padrone non saprai mai se è davvero tosto o no. Ridimensionai mentalmente "zio Romi" al ruolo di "simpatico gangster", agevolato dalla figura massiccia e dal sorrisone complice del neosenatore.
Simpatico, si capisce, solo per chi come me non aveva avuto a che fare con lui se non per un pranzetto bagnato dal vino frizzante di San Colombano adatto ai robusti sapori lodigiani.
Chissà invece cosa ne avrebbe pensato il defunto banchiere Roberto Calvi se non fosse finito impiccato sotto al ponte dei Black Friars a Londra, il 18 giugno del 1982? Calvi non ebbe la fortuna capitata a Gianpiero Fiorani di trovarsi al sicuro a San Vittore, col solo problema di stare attento alla tazzina di caffè, costata la vita a un altro avventuroso banchiere amico dei politici, Michele Sindona, ma non credo avrebbe accettato "simpatico gangster" come la definizione più appropriata per il socio in affari di Flavio Carboni,faccendiere sardo scoperto da Ciriaco De Mita, sotto accusa proprio per l'assassinio dell'ex patron del Banco Ambrosiano.
Fra Calvi e Carboni si era creato un forte sodalizio, di quelli che a Napoli chiamano "tieneme ché te tengo", fin da quando il banchiere era stato tradotto nel carcere della Cagnola a Lodi - all'epoca pio e grasso entroterra agricolo di Milano (sarà capoluogo di Provincia solo nel 1995)- per esportazione illegale di valuta.
Nel carcere di Lodi ci fu anche un dubbio tentativo di suicidio del banchiere, ma se il tribunale milanese, nel condannare il 20 luglio 1981 Calvi a quattro anni di reclusione non gli avesse concesso la libertà provvisoria, l'amico di Carboni e Comincioli non sarebbe finito come è finito. Invece, scrive Ferruccio Pinotti in "Poteri forti" (BUR 2005) "i due (Roberto Calvi e Flavio Carboni) si appoggeranno a vicenda, politicamente il primo, finanziariamente il secondo, attraverso un meccanismo che andrà avanti fino al 18 giugno 1982, a Londra, quando Carboni abbandonerà Calvi al suo destino". Il finto suicidio servì comunque allo scopo: i politici più in vista denunciarono il clima di "violenza intimidatoria" in cui si stava svolgendo il processo. Il segretario socialista Craxi disse che i magistrati "facevano un uso politico dei documenti giudiziari". Più o meno quello che dice oggi il segretario diessino Piero Fassino in riferimento alle intercettazioni telefoniche delle settimane scorse. I particolari della tragica vicenda Calvi furono narrati in modo completo per la prima volta oltre venti anni fa da Larry Gurwin ("The Calvi Affair" Pan Books 1984), prima che Giuseppe Ferrara ne facesse un film.
Cosa aveva a che fare Romano Comincioli, che ha lavorato per Berlusconi fin da quando rubava (ci giurerei) le merende per suo conto a scuola dai Salesiani, con Flavio Carboni? Questo non lo chiesi al nostro comune amico, il suo compagno di classe, perché non me l'avrebbe detto.
Ma abbiamo gli atti di un paio di processi - ultimo quello di Palermo contro Marcello Dell'Utri - e altri documenti attendibili, per aiutarci a capire.
Traccia indiscutibile della zampa di Comincioli, o del suo zoccolo, se seguiamo la metafora asinina dedicatagli da Silvio Berlusconi, la troviamo in una delle sessanta pagine del "memoriale Pellicani" - dal nome dell'amministratore per quasi dieci anni degli affari di Carboni arrestato a Trieste a fine 1982 dal pubblico ministero Oliviero Drigani. Pellicani sostiene che nel settembre 1981, circa quattro miliardi di lire di debiti di Carboni "vengono accomodati con assegni ed effetti della Generale Commerciale, firmati dal Comincioli in quanto il Carboni si dichiara creditore del Berlusconi di circa sette miliardi, in considerazione del fatto che gli aveva ceduto la società Contra dei Marinai, con sede in Olbia, proprietaria di circa 160 ettari con una volumetria edificabile di circa 160.000 metri cubi".
Fu la conclusione di un vortice di iniziative immobiliari in Sardegna iniziate nel 1975 quando Comincioli, allora responsabile di una rete di venditori dell'Edilnord, mise piede per la prima volta in Gallura...
La Generale Commerciale menzionata da Emilio Pellicani era stata messa in piedi da Comincioli con l'aiuto di Marisa Bosco, conosciuta nell'istituto di cui era stato procuratore il padre di Silvio, Luigi, la molto chiacchierata Banca Rasini divenuta nel tempo proprietà della Banca Popolare di Lodi. Ne riparlerò più in là.
Un errore di Craxi
L'impeccabile e perfino appassionata risposta di Sergio Romano ("Corriere della sera", 5 gennaio 2005) al prolisso e meschino intervento di Piero Ottone - ancora lui - contro Bettino Craxi mi esimerebbe da altri commenti, se non avessi vissuto alcuni degli episodi ricordati da Romano nella sua risposta, e non ricordassi come lo stesso Romano, ambasciatore presso la NATO, non esitò ad accettare il mio invito ad unirsi a Craxi e a noi di "Critica sociale" in un convegno a Firenze che gettò un quarto di secolo fa le basi della nuova politica estera italiana inaugurata da Craxi.
Romano ricorda il ruolo decisivo di Craxi nel convincere, o costringere, Margaret Thatcher ad accettare l'Atto unico europeo al consiglio di Milano del 1985 ("Strong man of Europe" lo chiamò allora "The Economist"), l'elezione di Jiri Pelikan al Parlamento europeo - cui aggiungo la pubblicazione di "Listy", lettera destinata ai dissidenti cecoslovacchi, fatta in diverse lingue da "Critica Sociale" - la scelta giusta, insieme al cancelliere tedesco Helmut Schmidt degli "euromissili" - episodio cui il ministro della Difesa di allora, Lelio Lagorio, ha dedicato un recente libro: "L'ora di Austerlitz" - Infine l'ingiustizia dei due pesi e delle due misure usati per valutare i finanziamenti amnistiati fino al 1989 - dai "fondi neri" dell'IRI della DC all'"oro di Mosca" del PCI - e i furti di Tangentopoli, inferiori di almeno un ordine di grandezza ai primi.
"L' 'esilio' di Hammamet fu un errore - aggiunge tuttavia Romano - (Craxi) avrebbe dovuto restare in Italia, combattere, spiegare, difendersi e pagare eventualmente il prezzo delle sue colpe". Sono d'accordo con Romano: dissi le stesse cose a Bettino l'ultima volta che lo vidi, all'Hotel Raphael, poco prima che se ne andasse per sempre dall'Italia.
Ma a quanto pare non era per sentirsi dire cose come queste che Craxi mi aveva chiamato a Roma quel giorno. Mi ascoltò in silenzio mentre gli spiegavo che come membro del Bureau dell'Internazionale socialista avevo lavorato, oltre che con lui, anche con Willy Brandt e con Andreas Papandreou. Il primo ripeteva a chiunque lo volesse ascoltare quanto era stato grande l'errore che aveva fatto a dimettersi, anni addietro, da cancelliere federale sotto la pressione dello scandalo orchestrato dalla spia comunista Guillaume. Il secondo aveva combattuto i suoi accusatori nello "scandalo Koskotàs", ben più grave della Tangentopoli italiana. E alla fine l'aveva avuta vinta. Le storie parallele di Willy e di Andreas mostravano che in politica bisogna saper affrontare, se necessario, il carcere. Anche se la parola "carcere" non venne mai pronunciata in quel colloquio.
Non avevo messo in conto che Bettino era già allora un uomo malato, che tuttavia stava facendo lo stesso errore che ho visto fare a quasi tutti coloro che si trovano in situazioni molto critiche: il tentativo di uscirne con le proprie forze e a modo proprio. Ma ciò è possibile solo quando si ha tempo a sufficienza, e non si è sotto pressione emotiva e psicologica. In una crisi, invece, l'ultima persona a sapere cosa va fatto è proprio quella più colpita dalla crisi stessa, che è anche quella meno provvista della lucidità necessaria ad affrontarla. Nelle situazioni davvero critiche bisogna avere il coraggio di mettersi nelle mani di un "crisis team" o, se non c'è una squadra, di una persona che appaia più equipaggiata per le emergenze. Ero io quella persona? Per questo Bettino mi aveva chiamato da Milano? Non credo. Probabilmente Craxi chiamò in quelle giornate invernali del 1993 quattro o cinque di quelli che non l'avevano tradito, o semplicemente che non l'avevano frequentato negli ultimi tempi. Quando le persone che ti sono più vicine ti voltano le spalle è normale andare a cercare i vecchi amici più disinteressati. Non mi parve ci fosse un piano preciso, nel colloquio che ebbe con me, in quello che non immaginavo sarebbe stato il nostro ultimo incontro.
Oggi che i figli di Bettino hanno messo in scena un misero spettacolino, con il maschio che dice che "il morto (Bettino) non deve afferrare il vivo" e la femmina che si è incaponita su un'impossibile e inopportuna difesa accanita e acritica del padre, non disgiunta da interessi di politica spicciola, non è facile rispondere a tono a personaggi come Ottone che fiancheggiarono i nemici di Craxi, ma anche i nemici dell'occidente. Per questo l'equilibrata risposta di Romano mi è piaciuta.
Eppure anche l'ultima volta che parlai a lungo al telefono con Bettino, da tempo ormai a Hammamet, non potei fare a meno di notare che non sempre le disgrazie insegnano qualcosa. Come a quegli emigrati seguaci della monarchia francese di cui Talleyrand disse che non avevano imparato niente e dimenticato niente.