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Anticipazioni e riflessioni inedite di Umberto Giovine sull'Italia e sull'Europa

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mercoledì, 24 maggio 2006

Cronaca e storia

Da qualche tempo si regalano per i compleanni le pagine dei quotidiani corrispondenti alla data di nascita del festeggiato. E'un modo per mettere in relazione la cronaca personale di una nascita con la cronaca tout-court, e anche con la storia. Specie se quel giorno sono successi eventi che hanno lasciato un segno nel tempo.
Ma ci possono essere fatti meno importanti - l'uscita di un film nelle sale cinematografiche, la morte di un artista o di uno scienziato, un evento sportivo - che risultano non meno evocativi. Come l'uscita del disneyano "Dumbo" nelle sale americane qualche settimana dopo la mia nascita, e l'evocazione comica di quello stesso evento nel film "1941, Attacco a Hollywood" di Spielberg.
Così non mi è sfuggita la data di fondazione (1941) del Bar Cento in piazza Monteceneri, stampata con orgoglio sulle bustine dello zucchero. All'interno, una foto ingiallita e incorniciata appesa accanto a un tavolo per i giochi di carte mostra la facciata del "Bar Cento Ristorante" con davanti un uomo e una ragazza che indossano vestiti da definire ormai "d'epoca", perché niente più hanno di contemporaneo: davvero di un secolo passato. Esco per controllare e noto che la parola "Ristorante" non è più dipinta sulla facciata, ma che "Bar Cento" è scritto in modo identico e nello stesso posto, con gli stessi caratteri che sicuramente all'epoca si saranno chiamati "moderni", ma brillanti perché ravvivati di recente. L'assenza della parola "Ristorante" dà un'impressione di squilibrio, per chi sa che c'era, perché "Bar Cento" è rimasto dove era prima.
Anche senza risalire alla data di nascita (negli Stati Uniti, quando i primi baby-boomers hanno superato i sessant'anni c'è stato e c'è ancora sconcerto) il fatto che episodi della nostra cronaca personale siano entrati nella storia non cessa di sorprendermi.
Il neoeletto presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano è andato in pellegrinaggio a Ventotene sulla tomba di Altiero Spinelli. Ho letto "Manifesto di Ventotene" di Spinelli e Rossi per la prima volta nel 1960: era il "libro dei salmi" di noi giovani federalisti. Ricordo bene quell'edizione semiclandestina della Guanda con la copertina a colori piatti di mescola, e la carta che oggi chiameremmo riciclata ma che allora era semplicemente carta da pochi soldi. Però lo lessi bene, quello scritto ignorato da tutti eccetto noi, così bene da capire - lo stesso Altiero me lo spiegò meglio in seguito - qual era la mentalità degli antifascisti al confino in quell'isola ventosa dele Pontine, in quell'anno 1942. Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e gli altri vedevano che i nazisti avevano di fatto unificato l'Europa trasformandola in un grande carcere. Ma l'Europa era comunque unita, pensavano, e sarebbe stato assurdo tornare dopo la guerra ai vecchi stati nazionali che la guerra l'avevano provocata. Stalingrado e lo sbarco in Normandia erano ancora lontani...
Ed ecco che un passato più recente ritorna sulle pagine dei giornali, anch'esso corredato da foto in bianco e nero, quelle dell'effimera unificazione fra socialisti e socialdemocratici, portata ad esempio di cosa non bisogna fare per creare un nuovo partito. Il "Corriere" riproduce anche - a colori - la prima tessera del Psi-Psdi unificati, quella che anch'io avevo in tasca dopo essermi iscritto l'anno prima ("Quarant'anni di sospetti") con conseguenze personali a dir poco imprevedibili. Nessuna nostalgia, anzi una certa tristezza. Già da due anni del resto collaboravo - come federalista - alla "Critica Sociale" diretta da Giuseppe Faravelli e Ugoberto Alfassio Grimaldi, rivista che avrei a mia volta diretto anni dopo. Il mio approdo socialista era la rivista fondata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff nel 1891, un anno prima della fondazione del Psi, piuttosto che il partito.
A un convegno nazionale di collaboratori della "Critica" a Milano avevo incontrato per la prima volta, mi pare fosse il 1966, Bettino Craxi che era segretario della federazione socialista e ci ospitava nella sede di viale Lunigiana.
Mi colpì il discorso che fece quel giorno, privo della consueta retorica socialista, e il suo maglione dolcevita nero, del tutto inconsueto per un leader del Psi.

giovedì, 18 maggio 2006

Mishima e la carrozza di Borges

Questo blog lo sto scrivendo in treno. Di regola in treno lavoro o leggo i giornali (per me è un altro modo di lavorare). Solo un'altra volta ho scritto un blog in treno, per raccontare un episodio avvenuto durante un viaggio in treno. Mi è stato in seguito consigliato di sopprimere quel blog perché era di contenuto erotico e poteva apparire "sconveniente"...,
L'accoppiamento - nel titolo - di due scrittori come Yukio Mishima e Jorge Luis Borges é casuale, ma per me significativo. Rileggendo infatti quanto ho scritto una ventina di giorni fa ("Quarant'anni di sospetti") mi sono reso conto che fra le tante citazioni che ricordo dello scrittore giapponese e del suo diversissimo collega argentino, due sopravanzano di parecchio le altre.
La prima l'ho anche riportata in un libro, tanto mi è familiare. Si tratta della rivisitazione dello "Hagakure", il codice di condotta dei samurai, in cui Mishima dice che per l'uomo d'azione manca sempre soltanto un brevissimo arco per completare il cerchio dell'azione stessa. Lasciando capire che l'uomo d'azione non ci arriva mai, a realizzare questo ultimo segmento, e che chiudere il cerchio è un'illusione. Come "voltare pagina", del resto.
Anche Borges ha rivisitato la tradizione giapponese, come nel racconto dei 47 ronin, una storia di fedeltà e di dissimulazione. In un altro racconto di quella stessa raccolta - pubblicata in italiano da "Tempo presente" mezzo secolo fa - si narra invece di un uomo che fin dall'infanzia è terrorizzato dall'idea di essere travolto da una carrozza a cavalli, e che prende ogni tipo di precauzione per sfuggire a quella che teme sia la sua sorte. Emigrato in Australia, sembr alnfine dimenticare la sua ossessione. Ed è proprio allora, scrive Borges, che la carrozza a cavalli che inseguiva l'uomo da una vita, finalmente lo raggiunse in una strada - mi pare - di Perth e lo uccise.
Ho evocato qualche tempo fa questo episodio davanti a un tavolo con sopra pane nero,una bottiglia di vodka e alcuni bicchieri nell'eulogia per Stanislaw "Slava" S., il nonno delle mie due figlie "russe", morto il giorno prima a migliaia di chilometri di distanza. Da bambino, "Slava" era sfuggito alle raffiche della mitragliatrice piazzata su una camionetta tedesca, correndo disperatamente a zig-zag lungo una strada dell'Ucraina orientale. "E ieri - conclusi alzando il bicchiere di vodka Sybirskaja - la camionetta che inseguiva Slava da una vita, lo ha finalmente raggiunto...Na sdarovie, Slava!"
La metafora di Mishima è rivolta al'uomo d'azione, a colui che nella vita va all'attacco, che affronta il destino; la parabola di Borges sembra invece dedicata all'uomo che si difende dal destino. Eppure mi sono sempre identificato con ambedue le metafore, pur frenando il mio istinto di uomo d'azione, e sottraendomi d'altra parte agli eccessivi timori per quanto abbia per noi in serbo la sorte. Che comunque, o in forma di carrozza a cavalli o di camionetta tedesca, prima o poi ci travolgerà.
Da uomo d'azione che prende a modello "Hagakure" mi sono rifiutato di correre a zig-zag per sfuggire ai nemici. Quando la pressione è stato troppo forte ho preferito "scomparire" - virtualmente si intende, come il capo dei ronin che si dissimula ai nemici dello shogun - per poi ricomparire. Questa tattica ha prodotto anche risultati inattesi. Per esempio, qualche anno fa il mio nome è stato trovato in una lista di alcune decine di obiettivi delle nuove Brigate Rosse. Ma leggendo le prolisse motivazione di questi geometri del terrore, mi sono reso conto che non ero finito in quella hit-list per la mia visibilissima attività politica, come all'epoca sarebbe stato logico pensare, bensì per aver diretto un Master considerato chissà perché "imperialista": attività di cui erano al corrente poche centinaia di persone. Che senso avrebbe, pensai allora,tentare di sfuggire alla sorte se questa ti può raggiungere come bersaglio di ieri, oltre che di oggi o di domani?
E bersaglio, nei quarant'anni di cui ho scritto, lo sono stato indubbiamente parecchie volte. Sempre meno inconsapevole però, avendo imparato a guardarmi intorno e alle spalle: a Varsavia nel '63, a Praga nel '64, a Cleveland nel '65, a Firenze nel '66, poi a Atene, a Parigi, infine nei Balcani - a quanto mi disse l'agente albanese "Adam". A Roma, a quanto raccontò ad Andrea Pamparana l'agente israeliano "Nostradamus", a Milano durante il rapimento di Aldo Moro, fino in Medio Oriente secondo le pacate ma precise parole che mi confidò l'incomparabile colonnello Stefano Giovannone...
Non c'è nessun motivo perché io sia ancora oggi un bersaglio di qualcuno o di qualcosa. Ma se è per questo, neanche mi pareva ce ne fossero, di motivi, quarant'anni fa. Tuttavia non cadrò nell'illusione di poter chiudere il cerchio dell'uomo d'azione. Me ne sono reso ben conto l'altra sera, a cena da Samantha, guardando le facce dei commensali che mi avevano chiesto di raccontare un episodio più avventuroso degli altri della mia vita.
Le stesse espressioni nei miei ascoltatori le avevo notate, ad un'altra cena, a casa di Mario quella, in Toscana, l'anno scorso.
Ma questa è un'altra storia, e il treno intanto è arrivato a destinazione.

lunedì, 15 maggio 2006

Lodi: la storia infinita

Ogni volta che scrivo sulle vicende recenti di Lodi - Furbettopoli, ho dovuto battezzarla controvoglia - penso che sia l'ultima volta. Non che mi illuda di poter girare pagina: le pagine si possono anche girare ma basta un colpo di vento e il libro della cronaca e della storia si squaderna nuovamente davanti a noi. E di colpi di vento in un anno ce ne sono stati tanti. Meglio rassegnarsi e non saltare ancora alle conclusioni perché credo che verranno fuori molte storie. Poi ci sarà il processo, più di un processo.
Dalle telefonate e dagli interrogatori emergono le torri e i barbacani dell'impressionante fortilizio che Gianpiero Fiorani si era costruito per tenere sotto schiaffo l'intero mondo politico italiano. Di Berlusconi e di Forza Italia si è già detto: fin dall'acquisto della Banca Rasini, la banca della mafia siciliana a Milano, la Popolare di Lodi diventa alleato naturale del Cavaliere, il quale probabilmente neanche oggi è sicuro che i documenti depositati presso la banca sull'origine delle società costituenti Fininvest siano stati realmente soppressi, come sarebbe logico dopo tanti anni e in assenza di ulteriori obblighi di legge, o se invece si trovino ancora in qualche armadio da dove potrebbero saltar fuori un giorno a l'altro, ora che la BPI è passata sotto il controllo di uomini vicini al centro-sinistra.
Quanto allo spadone della Lega, sappiamo che il salvataggio - quantomai effimero - dalla bancarotta della Credieuronord guadagna a Fiorani, al governatore Antonio Fazio e ai loro amici l'imperitura gratitudine dei leghisti, attraverso il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti, l'ex ministro Roberto Calderoli, l'onnipresente ex sottosegretario, ex sacerdote, ex ufficiale pagatore di Fininvest Aldo Brancher. "Confermo - dice Fiorani in un verbale - che Calderoli fu destinatario di un pagamento da lui ricevuto attraverso Brancher, chiaramente finalizzato a ottenere l'appoggio della Lega alle posizioni di Bankitalia in sede parlamentare (Luigi Ferrarella sul Corsera 060513)". Più chiaro di così...
Ma c'è dell'altro. Siccome un paio di parlamentari leghisti si sono permessi di attaccare Fazio - soprattutto "un parlamentare di nome Cè" - Fiorani dice a Giorgetti "di dire a questi qua di non rompere le scatole vista la posizione in cui sono" (rischio di bancarotta e pesanti sanzioni penali e finanziarie per la dirigenza della Lega). Detto fatto: nel passaggio dalla Commissione all'aula tutto torna nell'ordine. Anche il bellicoso Cè si accuccia e obbedisce tacendo.
L'abitudine di dire ai leader politici di chiedere ai loro parlamentari di non rompere i coglioni (le scatole lasciamole ai negozi di scarpe e ai giochetti televisivi) Fiorani la prese subito dopo essere diventato ad della banca, quando chiese direttamente a Berlusconi, poi alla volpe Brancher e al gatto Paolo Romani - altro sottosegretario del governo Berlusconi - di far smettere il loro collega Umberto Giovine che "rompeva" sull'aggiottaggio e altri reati commessi nella madre di tutte le acquisizioni di Fiorani, la prima, quella della Popolare di Crema. Detto fatto anche allora: a Giovine nel 2001 viene negato il collegio elettorale di Lodi, malgrado le 2434 e-mail inviate a Berlusconi da suoi elettori ed elettrici perché fosse ricandidato.
Poi c'è il senatore Luigi Grillo, il primo voltagabbana della XII legislatura. "Sono stato io a far conoscere a Grillo il governatore Fazio - racconta Fiorani ai magistrati milanesi - poi il loro rapporto si è evoluto..." Eccome se si è evoluto: Grillo è diventato il portavoce di Fazio, il capobastone del partito fazista in parlamento, partito così potente da riuscire a cacciare il ministro del Tesoro Giulio Tremonti in uno degli episodi più grotteschi, e più dannosi per il ruolo dell'Italia in Europa, della XIV legislatura. Sempre con il consenso di Berlusconi, si capisce. Il quale anzi incarica proprio Grillo di seguire l'iter legislativo di un emendamento pro-Fazio.
Poi, nel sistema di fortificazioni costruito da Fiorani c'è il contrafforte della sinistra, presidiato tramite il presidente di Unipol Giovanni Consorte ("Rapporti con D'Alema come li ho io nonli ha nessun altro"). Poi singoli deputati, magistrati, un esercito di professionisti...
Una parte di questo esercito dovrà presentarsi, su richiesta fatta dalla Procura al GIP Clementina Forleo, a un maxi-incidente probatorio che probabilmente chiuderà l'inchiesta: Fiorani, Gianfranco Boni e silvano Spinelli dovranno comfermare le dichiarazioni che hanno fatto - in parte trapelate, in parte no - di fronte alle decine di persone che hanno tirato in ballo.
Tra questi anche l'immancabile senatore Grillo e il Grande Ciociaro Decaduto Antonio Fazio, iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di aggiottaggio.


domenica, 14 maggio 2006

Concerto in piazza

Ieri l'ambasciatore Sergio Romano ha tenuto una conferenza sul 2005 - annus horribilis per l'Europa - alla Sala Cattaneo del consolato d'Italia. Ha organizzato questa conferenza l'associazione Carlo Cattaneo, "snodo fra le culture svizzera e italiana", come si legge nell'elegante dépliant dell'associazione. Conosco Romano da oltre un quarto di secolo e mi sono sempre trovato d'accordo con quanto scrive e dice. La conferenza di ieri non ha fatto eccezione. Ho rivisto in quell'occasione il console generale Pietromarchi e ho conosciuto l'ambasciatore italiano a Berna, Francese, oltre a salutare Romano, il quale non sapeva che mi ero trasferito in Svizzera.
Ma stamattina, una domenica, l'atmosfera in piazza della Riforma è più festiva che culturale. Seduto al mio tavolino al Caffè Federale ascolto il programma musicale della Civica Filarmonica, fondata nel 1830 e diretta dal maestro Franco Cesarini. Il palco è installato sul lato meridionale della piazza, all'ombra del Municipio, i turisti che affollano il resto di questo salotto di Lugano siedono o passeggiano sotto il sole e un cielo limpido ripulito dal prolungato acquazzone di ieri sera che mi ha bagnato oltre misura...
Dopo Meyerbeer e Rossini, la Filarmonica attacca il "Nabucco". Le note di "Va' pensiero" smorzano le voci e attirano sui musicisti anche gli sguardi dei distratti. Si capisce perché i patrioti milanesi alla vigilia delle "cinque giornate" scrivessero "Viva Verdi!" sui muri della loro città, anche se Cattaneo si sarebbe rifiutato di sottoscrivere l'acronimo accreditato anni dopo: il re era ancora l'odiato Carlo Alberto e Casa Savoia era considerata dal grande federalista ancor meno affidabile degli Asburgo.
La piazza si riempie delle struggenti note verdiane, che raggiungono il lungolago dove in una lapide sul muro del museo sono incisi i nomi dei ticinesi caduti nelle guerre di indipendenza italiane. Eppure i luganesi la loro libertà ("Liberi e Svizzeri!" proclamarono nei giorni della sollevazione) se l'erano già conquistata nel 1798, e Napoleone gliela aveva certificata con l'"atto di mediazione" cinque anni dopo. Perché dunque andare a morire per l'Italia?
Per la stessa ragione che distingue questa parte della Svizzera come "Svizzera Italiana" - non "italica", come sarebbe corretto - a differenza dalla "Svizzera Romanda" - non "francese" - o da quella "Alemannica" - non "tedesca" anche se questa è diventata la definizione più corrente  in italiano. La Svizzera ha scelto di condividere la cultura di Dante e di Machiavelli, piuttosto che quella di Fichte e di Chateaubriand. Ha contribuito all'Italia del Risorgimento e della Resistenza più che alla Germania di Bismarck e alla Francia di Napoleone.
In questi giorni in cui l'Italia d'oltreconfine si agita per un nuovo scandalo (quello del calcio truccato) mentre il presidente "in pectore" Romano Prodi non riesce a mettere d'accordo i partiti e i potentati della sua striminzita coalizione per formare un governo che governi, l'idea di un'Italia senza lo stato italiano, il desiderio inespresso di mettere fine - come voleva Gianfranco Miglio - a un esperimento statuale unitario che non riesce a riunire tutti gli italiani, aleggia fra i numerosi italiani presenti in piazza della Riforma come un fantasma in pieno giorno. Un grande imprenditore svizzero, Ernesto Bertarelli proprietario della Serono, che con "Alinghi" è stato il primo europeo a vincere l'"America's Cup", ha detto a Gaia Piccardi del "Corriere della sera": "L'Italia è un paese fermo e rimarrà fermo sia con Silvio Berlusconi, sia con Romano Prodi".
Il 2011 sarà l'anno sesquicentenario dello stato italiano: E' possibile, è opportuno che l'Italia come è oggi vada oltre quella data?
Frattanto, alle note del "Nabucco" sono subentrate quelle del musical "Miss Saigon".

giovedì, 11 maggio 2006

Napolitano

La prima volta che incontrai Giorgio Napolitano, eletto ieri presidente della Repubblica, fu un quarto di secolo fa al Bureau (l'esecutivo, l'equivalente del sovietico Politbiuro) dell'Internazionale socialista, di cui facevo parte come Generalsekretaer della stampa socialista e democratica.
Il Pci non faceva parte dell'Internazionale - ci entrerà, credo, nel 1991 - dove la posizione italiana era presidiata da Bettino Craxi, con i socialdemocratici di rincalzo. Però cominciava la sua marcia di avvicinamento alla socialdemocrazia europea, sempre mantenendo saldi rapporti con

Mosca, che anzi secondo me incoraggiava questa aperture. Erano gli anni della Ostpolitik della SPD, la socialdemocrazia tedesca, e presidente dell'Internazionale era Willy Brandt. D'altra parte il primo ad "aprire" alla socialdemocrazia europea (quella del "rinnegato Kautsky"...) era stato lo stesso Palmiro Togliatti, con un editoriale sul settimanale "Rinascita" che risale addirittura al 1963: davvero non c'erano limiti alla doppiezza di quell'uomo.
Napolitano rappresentava l'ala più aperturista del Pci, i cosiddetti "miglioristi", ed era venuto a Ginevra, dove era riunita l'Internazionale, per incontrare Bettino. Il quale mi fece partecipare a questo incontro riservato probabilmente perché il mio incarico era un incarico diretto del vertice dell'Internazionale e di Willy Brandt, non del Psi. E forse anche per avere un testimone seppure, come capii subito, quel colloquio era destinato a  restare interlocutorio.                                                                                                                                                          Il Pci a quanto pare non si fidava a lasciare una trattativa così delicata in mano a Napolitano, forse il più filocraxiano dei comunisti. Così gli misero a fianco Antonio Bassolino, della sinistra, nel ruolo di "commissario politico", immagino.
Togliatti aveva imparato da Stalin, che l'aveva imparato da Lenin il quale si era a sua volta ispirato a uno scritto di Machiavelli: per trattare, o per rompere, è bene utilizzare la persona meno propensa alla trattativa, o alla rottura. Lo stesso Togliatti era stato vittima di questa strategia. Fu a lui che Stalin chiese, nel 1947 all'atto della fondazione del Cominform in Polonia, di stendere il documento che doveva servire di lì a poco a richiamare all'ordine i polacchi e a mettere fuori dal gruppo Tito. Col duplice risultato di vincolare i comunisti italiani alla lotta contro il "revisionismo" jugoslavo e di dare una salutare lezione a chi negli altri partiti si fosse fatto venire qualche idea titina per la testa. Poi, sul campo, ci avrebbero pensato gli agenti sovietici come Vittorio Vidali - il "comandante Carlos" della guerra di Spagna - ad assicurare l'ordine cominformista. Ma intanto Togliatti doveva piegarsi. E si piegò, come sempre, agli ordini di Mosca.
A Ginevra, quel giorno, nessuno giocava la propria vita o rischiava di finire alla Lubianka. Si svolgeva solo una partita a carte il cui vincitore designato era Bettino. Enrico Berlinguer aveva detto che con Craxi i socialisti italiani avevano subìto una "mutazione genetica"? E ora pretendeva che Bettino sponsorizzasse l'avvicinamento del Pci all'Internazionale? Il muro di Berlino era ancora in piedi, e Craxi di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio. Oggi sappiamo che i comunisti italiani sono stati gli ultimi ad accorgersi che il muro era crollato, e ancora non riescono a voltare pagina, se è vero che un uomo intelligente come Piero Fassino si è lasciato scappare, poco dopo l'elezione di Napolitano, che siè trattato di un riconoscimento dato a "sessant'anni di storia della nostra forza politica"? Quale forza politica, il Pci? Ma allora è solo il nome che avete ripetutamente cambiato. E nelle vostre teste, non cambierete davvero mai? Solo Napolitano, con pochi altri, è cambiato, e già da un po' di tempo.
Seduto a un tavolo del bar del palazzo dei congressi, il nostro quartetto attirò l'attenzione di qualche giornalista italiano che però, secondo il costume nazionale, si interessava più a qualche battuta di un Craxi infastidito che non a cercare di capire quale partita si stesse giocano lì, anche se sul tavolo di carte da gioco non ce n'erano.
Io non aprii bocca, ma anche gli altri parlarono poco. Napolitano, noto per non essere loquace, parlò più degli altri: si vedeva che era il solo realmente interessato a portare a casa un risultato, da giocare a sua volta nella dura partita interna al Pci. Una partita in cui la resa dei conti arriverà con Tangentopoli, quando quasi tutti i comunisti furono miracolati dalle "toghe rosse" eccetto i miglioristi di Napolitano, alcuni dei quali finirono anche in galera, scomparirono dalla politica o dovettero fare dieci anni di traversata nel deserto delle sezioni periferiche e degli incarichi burocratici interni di una nomenklatura comunista ottusa e proterva.

Quando un politico, come é successo a Napolitano, ha dovuto fare i conti con un ambiente così illiberale ed ha continuato a sostenere atteggiamenti liberali, credo che vi si sia talmente affezionato che niente o nessuno al mondo potrebbe  fargli cambiare più idea...

lunedì, 08 maggio 2006

Lunch with the Ambassador

The appointment with Alexis Lautenberg, the Swiss ambassador in London, is for lunch at his residence, 21 Brianston square. I take the train at the Gare du Midi in Brussels and thanks to the chunnel and to Greenwich time  I can take it easy for once. The near tropical heat in London is a surprise, especially this time of the year - as in Milan the weather was cold and rainy - so I manage to arrive a bit earlier and take a stroll in the park, avoiding the throngs of tourists waiting at the gates of Buckingham palace.
The last time I sat on the grass here was in August 1994 when I was travelling with Daria (8) and Veronika (5) after an adventurous two-months trek across Albania and Greece that would soon end in Nice, France. I was not worried, at the time, of being spotted by the police - there wasn't an international search for us - as I had been in Greece. I was worried about finding a place outside Italy where to settle with the girls. And also finding some money before I was totally broke. As my daughters spoke French (I had sent them to the French school in Milan), France was the logical place to travel. So, after some sightseeing, a couple of days later we embarked at Dover...
The ambassador's residence has a beautiful view of the square and rivals in elegance and space with the Swiss embassy in Rome - Alexis' post before London - in the Parioli neighborhood, where I also had lunch with him a couple of years ago. I think that much of the elegance of this embassy is due to Alexis' wife Gabriella, who even arranged a lovely "Roman terrace" with flowers, little trees and all the paraphernalia of a true "terrazza".
While I wait for Alexis, surely the most italianate ambassador Switzerland ever had, as well as one of the best, I remember, by opposition, the infamous Harry Lime impersonated by Orson Welles in "The Third Man" - a celebrated 1949 movie from a 1946 novel by Graham Greene, and his impromptu  self-helping little speech: "Don't be so gloomy - Welles tells Holly - After all it's not that awful. Like the fella says, in Italy for thirty years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci, and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love - they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock. So long Holly..."
The anecdote is funny, but misleading. To begin with, what the Swiss militias had to deal with was all but brotherly love. Just these days the Vatican Swiss Guard is celebrating the 500th anniversary since the foundation of the corps. Twenty years after that, they were massacred by Charles the 5th's Landsknechten during the sack of Rome, as Valentino Borgia had slaughtered the population of Capua a few years before. Swiss militias were known for their valour, admired among others by Niccolò Machiavelli who had used them during the siege of Pisa.
Besides, the cuckoo clock was first invented in Germany...
We have much to talk about, Alexis and I. Impeccable as usual with is pochette and the unlit pipe in his hand, Alexis talks about European politics and mutual friends/enemies. He also talks about retirement and we trade tips on locations in the Ticino and the upper Verbano. It will be fun to exchange visits once the ambassador and his wife will retire. We also talk about Italian politics, and politics in Ticino as well - presently in perpetual commotion after the "Masoni tax scandal". I had met Marina Masoni years ago, at a debate on federalism organized by Alexis in Bari. So we also talk about Marina and of how politics in Ticino are becoming dangerously close to those of Renaissance Florence...

The lunch is very good and refined.
A couple of days later I receive an sms "da una Roma effervescentissima" where Alexis is celebrating the Swiss Guard.

postato da: umbertosblog alle ore 19:21 | link | commenti (1)
categorie: daria, machiavelli, veronika, lautenberg alexis, swiss guard
martedì, 02 maggio 2006

Ciampi's Chance

Today, after quitting is post as Italy's premier, meeting president Carlo Azeglio Ciampi for his farewell, Silvio Berlusconi proposed the same Ciampi for a second term at the Quirinale. "Ciampi was good at representing all Italians over the past seven years", he said.
Wether the centre-right's move succeeds or not, the chance of a second term requires an appraisal of Ciampi's tenure, that practically all Italians view in a positive way. I appreciated,like everybody else, the president's insistence on patriotism, down to its basic symbols: the flag, the national anthem. Once he even used a little-known strophe from the "Inno di Mameli" in a speech, and I am sure very few realized where it came from. But it is another of Ciampi's leit-motiv that drew my attention during these years, and a slightly more controversial one. President Ciampi is convinced  that after 8 September 1943 - when the Italian monarchy pulled itself out of the war, the Italians reacted as a nation. He said as much during a commemoration at Porta San Paolo in Rome in 2003, sixty years after the armistice at a commemoration near Porta San Paolo in rome, where the first skirmish between Italian and German troops took place. Now, that is indeed a very debatable statement, and not just to me - I believe - who have been obseded by "9/8" and all it meant.
Ciampi was a 22 year old army lieutenant at the time. I understand and approve his attempt at recuperating a national historical memory, as he  represented the nation. Still. Ernesto Galli Della Loggia, for one, reiterated on “Corriere della sera” the idea he borrowed ten years ago from Sardinian writer Salvatore Satta, who identified in his “De Profundis” "9/8" as the day of the death of our Fatherland. Actually, Galli Della Loggia insisted, all European Fatherlands – meaning the nation-states, I guess - died in 1939, at the beginning of the war. And he pointed out that the winners – the USA, the UK and the USSR, were all three of them sort of “imperial” or “multinational” political entities, as opposed to European nation states. Another writer, from Calabria: Corrado Alvaro, wrote in 1944 that  after the truce with the Anglo-Americans the very unity of Italy – North and South being then divided by the front – was permanently undermined. If I remember well, Alvaro seemed to enjoy the circumstances as if they were a “revenge against Italy”.
The circumstance of Italians turning against Italy is not at all uncommon in the tormented history of this country…
American historian Arthur Schlesinger says he celebrated the event in Washington together with Gaetano Salvemini, who was exiled there in 1943.
Closer to us, he spoke in an interview of his visit to Italy in 1961, on behalf of president Kennedy, to tell the Italians that the White House was not set against a center-left government in Rome (Dick Vernon Walters, one of the US to brass, secretly opposed this line, during a meeting at the US Embassy in Rome, that very year…)
I met Schlesinger in Milan in 1983, when we commemorated the 50th anniversary of FDR’s administration  - and a few months later the infamous events of September 1943 - but we didn’t talk about that trip. On the other hand I remember I was in Bologna when Dean Acheson came to express the same concept at a “Mulino” meeting. It is peculiar that I should talk almost twenty years later, at table in the Tuscan Verazzano castle, of Dick Vernon Walters to Jean Kennedy. I remember she called Schlesinger, who was with us that time too, across the table saying: “Listen to what Umberto here ihas to say about Dick, Arthur. Wouldn’t this be great on ‘Sixty Minutes’?..” Indeed, I had my ideas about the guy's role in US foreign policy, and I turned out to be right.
Now Vernon Walters is dead. Yesterday, a less controversial protagonist of those years amd a member of the Kennedy clan, "liberal" economist John Kenneth Galbraith, also died. I remember translating for "Critica Sociale" Italy's main socialist revue, his essay "In praise of the Multinationals". Ciampi instead may have a second chance, and I'll be glad for him and for us, even if this will make the average age of Italian politics even higher...

domenica, 30 aprile 2006

Machiavelli in Brussels

Di regola non rileggo i blog che ho già editato, ma quello dell'altroieri ("Quarant'anni di sospetti") fa eccezione. Infatti, mentre lo editavo ho notato che i contatti con questo blog sono già arrivati a diverse centinaia, e siccome non faccio niente per abbellirlo, per renderlo meno grigio con qualche foto-video, o con un'impaginazione diversa, vuol dire che chi lo legge è interessato a quello che scrivo.
Sono arrivato al punto di cancellare una pagina un po' più leggera ("Eurostar di notte") perché mi è sembrata troppo frivola...
All'improvviso mi è venuto in mente che fra le due o trecento persone che regolarmente o occasionalmente percorrono queste pagine almeno due o tre lo fanno per finalità diverse dalla mera curiosità tipica di questo mezzo. In quarant'anni e più di sospetti, di fughe in avanti, di appostamenti reali o virtuali, mai avrei pensato di mettere io stesso in mano ai miei nemici gli strumenti per farmi danno. Ora invece scrivo senza problemi e mando tutto in linea. Vuol dire, questo, che non ho più nemici? O che dopo decenni di cautela sono diventato un incosciente? Ecco cosa mi sono chiesto mentre rileggevo il blog, ed ecco cosa mi sono risposto.
E' vero che di nemici ora ne ho pochi- credo - e quei pochi innocui. E soprattutto non svolgo attività che possano creare forti inimicizie: al massimo una dura concorrenza. Ciò tuttavia non mi rassicura. Ho sempre avuto il problema di essere sopravvalutato, di vedermi attribuire poteri e capacità molto superiori al reale. Così chi voleva mettermi fuori gioco era portato a usare mezzi esorbitanti e micidiali. E più si andava avanti, peggio era, perché col tempo il fatto stesso che fossi sopravvissuto a ogni sorta di attacchi aggravava la mia posizione, incoraggiando la sopravvalutazione dei miei mezzi che erano invece più o meno gli stessi di sempre.
Certo, l'ho anche scritto: chi si addestra per decenni alla prudenza e alla temperanza finisce per acquisire col tempo un indubbio vantaggio sui suoi potenziali aggressori. Non è forse sempre stato il mio motto: "Sobri estote et vigilate"? Non ho sempre pensato - per restare al latino - che "fortuna virtuti comes" e che "audaces fortuna juvat", come si legge nei cartigli e nelle lapidi?
E che per vincere, o almeno per sopravvivere, si debba avere in sé "della golpe e del lione" come scrive Niccolò Machiavelli?
Da qualche parte, però, c'è ancora qualcuno che sarebbe più tranquillo se io fossi del tutto fuori gioco. Questo qualcuno non si lascia convincere dal mio abbandono di cariche pubbliche, dal mio ritiro in Svizzera, dal "low profile" che mi sono imposto senza particolare fatica, dal passaggio ad una diversa attività professionale. Questo qualcuno sa, per esperienza diretta, che ho fatto cose che altri non saprebbero fare, che ho saputo cose che altri non sanno e che certamente - così ragionano - prima o poi userò di nuovo il singolare know-how che ho accumulato con gli anni.
Lo ammetto: se anche mi trovassi faccia a faccia con chi la pensa così, non riuscirei a convincerlo di lasciarmi finalmente in pace. Si tratta di professionisti, che non si lasciano convincere. E che sanno di non potermi comprare, altrimenti ci sarebbero riusciti chissà quante volte. Inoltre, a quanto pare, non è qualcosa di preciso che sto facendo o che ho in mente di fare a disturbare la loro pace interiore. E' il fatto stesso che gente come me continui ad esistere, contro ogni logica di sopravvivenza, sfidando le loro regole e non lasciandosi corrompere. Anche quarant'anni fa - l'ho raccontato qui - non era ciò che facevo che contava, ma ciò che si pensava avrei fatto.
Questi mi vedono come il personaggio impersonato da Harvey Keitel in "Pulp Fiction", che si presenta con queste parole: "Mi chiamo Wolf, e risolvo i problemi". Per puro caso, "Wolf" è stato per breve tempo un mio pseudonimo - come "Stavros" ai tempi della Grecia. Anche se ho sempre preferito l'orso al lupo, e ai due già citati animali machiavellici.
Il Wolf di "Pulp Fiction" è un vero professionista, che i problemi li risolve facendosi pagare bene. O.K., mi sono detto allora: perché non posso diventare anch'io un nuovo tipo di professionista, un problem-solver? Partendo dal know-how tecnologico e imprenditoriale che ho accumulato in un quarto di secolo, posso allargare il mio orizzonte di consulenza fino a includere capacità che mai avrei pensato di dover o poter professionalizzare. Chi avrebbe del resto immaginato che avremmo inventato il "security management", o i "network centred systems"? Oggi c'è una professionalità per qualsiasi cosa. Quindi anch'io intendo professionalizzare le mie peculiari competenze. Ho fatto professionalmente il docente universitario, il giornalista, l'imprenditore nei sistemi informativi, il politico. Potrò ben fare anche quest'altra cosa...
Così ho allargato l'orizzonte della consultancy che ho da poco fondato, andando oltre le tecnologie, la progettazione, il lobbying. Mi sono informato sul web, ho ascoltato, ho letto.Sarà un caso, ma il libro più interessante che ho trovato sul lavoro di consulenza e di lobbying europeo è stato scritto da un politologo olandese, il professor Rinus van Schendelen e si intitola "Machiavelli in Brussels".

Ecco, ho pensato chiudendo il libro e ricordando con soddisfazione il "Sistema informativo Machiavelli" che creai parecchi anni fa, ecco quello che intendo diventare: Machiavelli in Brussels!

venerdì, 28 aprile 2006

 

Quarant'anni di sospetti

Il 1966 è un anno che mi ricorda molte cose personali (a cominciare dall'incontro con Dana Claire che avrei sposato un anno dopo) ma quasi niente sul piano politico. Invece, a ripensarci, quell'anno rappresenta per me la fine dell'innocenza politica - se esiste davvero un tale stato.
Non perché fossi ignaro della brutalità dello scontro politico, ché niente era più rozzo e più spietato della politica universitaria, dove si riteneva che tutto fosse consentito, dai brogli alla compravendita di voti degli studenti esteri squattrinati in cambio di buoni-mensa, ai tradimenti più clamorosi, spesso fine a se stessi.
E certo non perché ignorassi la rete poliziesca che anche in un paese democratico come l'Italia ci teneva sotto controllo a causa - o con il pretesto - della "guerra fredda". Per non parlare dell'anno di studio passato in Polonia, che mi aveva esposto al sospetto e alle vendette della polizia politica di un paese comunista satellite. E alla mania archivistica dei suoi referenti moscoviti. E infine nemmeno perché mi illudessi che negli Stati Uniti, dove avevo soggiornato alcuni mesi l'anno prima, si potesse davvero sfuggire all'occhiuto controllo dell'FBI del potentissimo Edgar Hoover, con la sua aria da "cattivo" di Hollywood, i suoi schedari ricattatorii a 360° e gli scheletri nascosti nell'armadio che saranno scoperti solo quando finirà sei piedi sottoterra, dopo essere sopravvissuto a sé stesso e a cinque o sei presidenti.
Insomma, quarant'anni fa ero piuttosto avvertito sui fatti della vita - piuttosto scetàto, direbbero i napoletani - o almeno così credevo.
Finché un giorno di quella che sarebbe stata la mia ultima primavera da scapolo, le cose cambiarono all'improvviso, in seguito al colloquio con un giovane diplomatico americano che conoscevo da tempo e che credo non avesse nessun interesse a raccontarmi storie. Avevo creato un centro di studi sul federalismo l'"Alexander Hamilton Center", con l'aiuto dei servizi culturali americani, e insieme avevamo organizzato un paio di convegni e altrettante conferenze. La guerra in Vietnam era già in corso ma non era ancora diventata il punto focale della "guerra fredda". Gli studenti californiani manifestavano contro le bombe nucleari, contro l'intervento dei marines a Santo Domingo e per i nuovi parametri rivoluzionari esposti all'Università di Berkeley da Herbert Marcuse. Ma probabilmente al Dipartimento di Stato già si stavano preparando all'ondata della contestazione studentesca a livello mondiale.  Non ero più studente, ma il locale consolato degli Stati Uniti aveva saputo non so come che mi preparavo a iscrivermi al Partito socialista, portando con me una ventina di amici.
I diplomatici americani di stanza in Italia si dividevano fra quelli favorevoli ad un rafforzamento dell'alleanza DC-PSI e quelli risolutamente contrari. Mi sfuggiva che importanza potesse avere la scelta politica mia e dei miei amici, e lo dissi al giovane diplomatico in quel colloquio, che fu anche l'ultimo. Da vaghi e evasivi accenni credetti di capire che certe mie attività negli Stati Uniti non erano passate inosservate, e che il mio ingresso nel PSI metteva le cose in una luce diversa e (mi si faceva capire) sinistra.
Quali erano queste attività? Certo la partecipazione, a Cleveland, Ohio, a un sit-in - come si cominciavano a chiamare quelle manifestazioni non violente degli SDS (Students for a Democratic Society) - contro l'intervento a Santo Domingo. O la mia partecipazione, su invito di amici americani, a una riunione in città a cui a quanto pare parteciparono parecchi comunisti - fra i quali la consueta percentuale di informatori dell'FBI - incontro dove peraltro avevo manifestato completo disaccordo con la linea filo-sovietica espressa da alcuni intervenuti, prima che la riunione si concludesse con "It's a hard rain a' gonna fall..." sulle note di Bob Dylan.
Fu solo allora che cominciai a rendermi conto che la polizia polacca non era la sola a manifestare interesse per chi ero e per cosa facevo. Solo che in Polonia mi avevano arrestato e interrogato, quindi sapevo di cosa ero sospettato. Ma gli Stati Uniti erano una novità. Ancora non c'erano state le manifestazioni di massa che si vedranno in film come "Forrest Gump", gli studenti americani abbattuti dalla guardia nazionale, le "Pentagon Papers", lo scandalo del Watergate...
Oggi tutto ciò appare scontato, ma allora rimasi stupito. Non parlai con nessuno di quel colloquio e delle sue conseguenze. Mi iscrissi come avevo deciso al Partito socialista, che peraltro aveva in corso la "riunificazione" con i socialdemocratici, partito filoamericano se mai ve ne furono. Ma la riunificazione ebbe vita breve: meno di tre anni dopo, PSI e PSDI si scissero nuovamente e cominciò una deriva di sudditanza filocomunista dei socialisti , e di sudditanza alle politiche americane dei socialdemocratici, che finirà veramente solo con l'elezione di Bettino Craxi a segretario nel 1976.
Come mai non era bastata l'eperienza polacca per mettermi in guardia? E neanche i mesi passati nella Francia scossa dalla fine della guerra d'Algeria e dagli attentati dell'OAS? Ero in Francia da studente - fra Parigi e Aix-en-Provence - nel "joli Mai" del '62, il primo mese di maggio di pace francese dal 1940...
Credo che la mia riluttanza a capire la situazione fosse dovuta a due ragioni convergenti. Primo: perché per me era scontato che il comunismo fosse totalitario e illiberale, per cui finire nelle maglie di una polizia comunista mi appariva piuttosto la regola che l'eccezione - anche se nel mio caso ci furono risvolti singolari che scoprii solo più tardi. Più o meno lo stesso valeva per i regimi fascisti come quello spagnolo e per i tentativi parafascisti di Algeri e di Parigi. Secondo: perché malgrado la durezza dello scontro politico italiano e la difficoltà della situazione economica, finito l'effetto del "boom", i giovani in Italia erano ancora portati all'ottimismo e non avevano preso l'abitudine di piangersi addosso. Ero stato testimone, in America, della grande e pacifica sollevazione studentesca, ma chi poteva pensare che in Europa sarebbe diventata "il '68", che sarebbe poi trasceso nel terrorismo?
Ci vorrà un altro anno perché i fatti di Atene, di Varsavia e di Berlino mi mettano sull'avviso della grande mutazione che stava per cominciare. Ma questa è un'altra storia.
A quattro decenni da quella primavera del '66 credo di poter dire che aver cominciato allora a collegare fatti e luoghi così diversi come la Polonia, la Francia, gli Stati Uniti,  e anche aver preso per tempo l'abitudine di guardarmi le spalle e di non fidarmi mi è stato molto utile quando, unel 1967, sono passato al contrattacco...

martedì, 25 aprile 2006

Italy, seen from the US

The Italian media community is very sensitive to foreign criticism. That is why a recent editorial on the "Financial Times" by Walter Munchau - however authoritative and to the point - was resented as if the Foreign Office itself (the Foreign Office of the 50s, that is) had written a "fatwa" against Italy that sent all the Italian chattering and political classes buzzing...
Still, it is true that Italy is attracting a lot of foreign attention of the wrong kind, recently: Italy as a problem, Italy as a nuisance, an embarassment like Sid the Sloth in "Ice Age", Italy as the new "Sick man of Europe" - a reference to Bismarck's definition of  the Ottoman empire (that managed all the same to survive the Iron Chancellor, his successor and world war I as well). If foreign commentators were aware that 2011 will mark Italy's sesquicentennial - 150 years since the creation of the Italian state in 1861 - the unexpressed question would be: is Italy going to survive until 2011? And the answer would be: No way. After all, a famous book's guess: "Will the Soviet Union survive until 1984?" missed the target by only five years.
According to Reuters, wrote "The New York Times", Raghuram Rajan, chief economist of the International Monetary Fund used this chilling metaphor: "The challenges for Italy are tremendous, and need to be taken up almost on a war footing". To which John Vinocur added on today's "International Herald Tribune": "Before getting to Square 1 of an operating government, we're at this station of descent: While Prodi needs a long suspension of disbelief regarding his associates' built-in contradictions, they actively undermine his position. The message to the leftists'clientele is: Relax, forget about anyone cutting the size of public sector expenditure and, with it, your hold on Italy's army of petty bureaucrats and entitlement-holders". Follows a list of Prodi's blunders, within and without Italy, during the less than two weeks since he squeezed a majority past the elections. Well: a bumblebee may fly against all odds - a disturbingly appropriate metaphor for Italy most of the time - but Prodi's bumblebee has a hard time crawling about, let alone take off.
Let's put aside the very good "Politicus" column ( pagetwo@iht.com ), that rightly matches Italy's troubles with Europe's impotence, and let me reason as an Italian expat and an European federalist/fundamentalist since adolescence. Not as a political scientist, to be sure, but as Machiavelli's fellow countryman, right at a time when the debate on Machiavelli the republican (?) militant vs. Machiavelli the political thinker enjoys renewed interest. Because what is at stake in is precisely the Florentine Secretary's "sanctum": securing the State, the first and foremost duty of the Prince - or the People, to make it sound modern. (Another time I will certainly write about Machiavelli's admiration for the republican virtues of the Swiss militias).
Whoever thinks that Italy should survive until 2011 and beyond - i.e. the overwhelming majority of the Italians, if anything for a lack of alternatives now that the European "constitution" appears to be waning away - must be aware that Italy really is "almost on a war footing" and that the country needs liberal/radical reforms that go even beyond the Thatcherite agenda of twenty years ago. In other words: those reforms should be done that Berlusconi's government failed to do for fear of corporate reaction and/or for the perceived need of giving priority to the prime minister's very urgent struggle for not letting his and his friends' head, fall under the judges's ax.
Can Prodi succeed with his ragtag coalition of unrecostructed communists, former communists, catholic bleeding hearts, greens dangerously close to eco-terrosism etc.? It would be easier for a big rope to pass through the eye of a needle, as the Gospel goes. Prodi, a devout Catholic, will surely appreciate at least the metaphor.
Let's stay on the safe ground of Holy Scriptures and remind the affectionate readers of this samizdat that a "vox clamans", the hitherto left-leaning political scientist Giovanni Sartori, my teacher at "Cesare Alfieri" University, did bother to warn all those hurriedly talking about an Italian "Grosse Koalition" after Prodi's skimpy majority was known, that the German formula does not, repeat not, consist in lumping together the majority and the opposition leaving no one outside - something close to the "compromesso storico" thirty years ago. It is instead a coalition between those forces of left that converge toward the centre of the political spectrum: the SPD and the CDU/CSU, excluding the Liberals, the Greens, the former communists of the PDS... Which in Italy would mean a coalition among Italy's center-right, bar the Northern Ligue, and the Ulivo coalition formed by the DS and the "Margherita". Period. What about all the others? Simple: they will have to stay out, or else be ready to undersign the blood, sweath and tears program that the new Italian Grosse Koalition will have to agree upon, and sign with their own blood, possibly in some momentous location like Canossa or Ventotene.Or at my Milan office, near Piazzale Loreto...
Such a coalition would have barely five years to put the Italian boat on the right course, or else all of its components would risk annihilation at the hands of antagonists from the left and from the right in 2001, the date of next elections. And Italy's sesquicentennial year.
Who would lead this kind of war cabinet? Easier to say who would not: Prodi or Berlusconi.

Finally, to go back to the European predicament, here is what Walter Munchau answered to a comment I made last month about his column:

Dear Mr Giovine,

thank you for your letter. Your are raising some profound issues, the
answers to which are not obvious. I would also agree that the European
nation state is in terminal decline, while our model of European
integration is also not functioning well. People have lost the confidence
in the future, and are desperately hanging on to their insider privileges.

best regards

Wolfgang Munchau

(Umberto Giovine had written, on the subject: Welfare and protectionism)

Sir!

I haven't read yet "Das Ende der Sozialen Marktwirtshaft", but after
reading your very interesting review I am fully aware that the "empire of
the insiders" is the real scourge of Europe.
What I don't fully understand is how and when this entrenchment began, and
thereby how to possibly eliminate it. Simply the aging of the populace in
most European nations is not a satisfactory answer, rampant populism
neither. Rather, the lack of confidence in nation-states, and by extension
in Europe, seems to be at the base of it. Thus the European Union, instead
of appearing a credible alternative to the declining nation-states, is
perceived as the sum of their collective failures...


Umberto Giovine